Giorno 8

Lago Titicaca II

Da Amantanì a Taquile, le due perle emergenti dal Titicaca

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Lago Titicaca II

Taquile fra terrazze, tessuti e sentieri sul lago

Di notte la temperatura lambisce lo zero ma le spesse coperte a piu’ strati consentono un sonno di qualita’. Almeno fino a quando arriva il sole per darci il buongiorno, in verita’ sempre troppo presto per noi, verso le 5. Probabilmente l’introduzione in Peru’ dell’ora legale, se non proprio spostare le lancette indietro di un’ora per tutto l’anno, non farebbe male a questo Paese. Lavarsi la faccia attingendo acqua da un grosso bidone e’ lavoro di pochi minuti e siamo pronti per la colazione annunciata per le 6,30: pane fritto e uovo, accompagnato dal te’. Un pasto energetico che ci consentira’ di affrontare la giornata con la dovuta grinta.

Un’ora dopo le nostre signore ci accompagnano all’imbarcadero, da dove partiamo alle 7,30 dopo le foto di commiato. Oggi un sottile strato di nuvole rende parte del cielo opalescente. I battelli volgono la prua verso Taquile, che dista pochi km ma con i nostri tranquilli natanti richiedera’ un’ora di navigazione. Puno dista ormai 35 km da Taquile. Sbarchiamo e subito ci attendono 540 scalini che portano a scollinare dove si trova un arco, a significare il punto piu’ alto del sentiero. Non paghi decidiamo di raggiungere il culmine dell’isola seguendo un sentiero bordato da recinti di pietra per delimitare campi ed aree di pascolo, raggiungendo una quota intorno ai 4050 metri.

Taquile e i berretti
A Taquile basta spesso guardare un berretto per capire qualcosa della persona che lo indossa: stato civile, ruolo, appartenenza.

Le coltivazioni sono le stesse, niente frutta o verdura. L’isola risulta meno pulita di Amantani ma e’ piu’ bella, animata dalla vegetazione di un verde marcato, con molti fiori ad ingentilirla ed alti eucalipti ad offrire un po’ d’ombra. Diversamente, si vedono aree lasciate in abbandono, riteniamo per la scarsa fertilita’ e per la presenza di alternative piu’ redditizie; la gente preferisce dedicarsi al crescente turismo o emigrare, piuttosto che dissodare una terra dalla quale sa fin dall’inizio che potra’ estrarre poco. I cambiamenti climatici degli ultimi anni aggiungono ragioni per andarsene piu’ che per restare. Ad Amantani invece ogni terrazzamento risulta ordinatamente coltivato, segno evidente di uno stato di maggiore poverta’ oltre ad una maggiore densita’ abitativa.

Qui risiedono circa 4000 persone, molte sono via per lavoro, e gli abitanti reali si aggirano sui 1500, ma molti ritornano per la festa del patrono locale, San Sebastiano, che si tiene il 19 gennaio, dura diversi giorni e rappresenta il momento d’incontro piu’ sentito di tutto l’anno. Si tiene una processione che parte dalla parrocchiale e sale verso il Pachamama e il Pachatata; ad un certo punto si sdoppia e le file di fedeli raggiungono le due sommita’ sacre. A Taquile risiedono invece 2000 abitanti, divisi in sei comunita’, anche qui con un sindaco che le unisce e le rappresenta all’esterno. Pur non essendo piantate in mezzo all’oceano, le isole hanno mantenuto tradizioni che vanno indietro nel tempo e ne fanno un’enclave caratteristica. Ad esempio i berretti dei taquileni variano a seconda dello stato civile di chi li indossa. Ce n’e’ uno per i single, che viene portato in modo diverso a seconda che il soggetto sia libero o fidanzato, da sposati, da sindaco e cosi’ via.

I bambini fino a quattro anni non hanno berretto, poi prendono quello da single. Prima di sposarsi si convive per due anni poi, se d’accordo, ci si sposa. Se nel frattempo sono nati dei figli questi restano al partner piu’ ricco. Se non si trova un accordo fra le famiglie e’ l’autorita’ locale a stabilire chi debba farsi carico del bambino. Una volta contratto il matrimonio i festeggiamenti vengono sostenuti dal padre dello sposo e durano una settimana. Essere single viene visto negativamente, pertanto gli abitanti sono implicitamente invitati a sposarsi e a mettere su famiglia. Dopodiche’ non si puo’ divorziare, cosa peraltro ammessa nel resto del Peru’. La fascia che gli uomini usano per cingere la vita rappresenta il regalo di nozze come segno di alleanza col marito da parte della sposa, viene tessuta da lei ed unita con una treccia dei propri capelli. Anche su quest’isola esiste inoltre un forte senso della comunita’, soprattutto nella divisione dei ruoli, degli incarichi o delle coltivazioni. Parlano la lingua quechua, idioma anche scritto.

Paesaggio arido con colline ondulate sotto un cielo azzurro.

Rientro a Puno, museo della coca e ultima sera sul Titicaca

Mentre scendiamo dal nostro giro di ricognizione vediamo il cimitero del paese situato esattamente accanto al campo di calcio, quasi a simboleggiare la dicotomia fra vita e morte, fra gioia e tristezza. Ci ritroviamo sulla piazza principale, dove spicca un altro arco sormontato da tre gradini per lato a significare che ci sono tre comunita’ su un versante dell’isola ed altrettante sull’altro. Sopra ogni gradino sono scolpiti in pietra dei volti col tipico cappello andino. A questo punto imbocchiamo un viottolo in leggera discesa con splendida vista sul lago; sostanzialmente quella che noi chiameremmo la passeggiata lungomare, solo che qui funge da collegamento fra il paese ed il porticciolo. Ci fermiamo poco sopra l’attracco dei battelli per un ultimo momento magico. Seduti all’esterno sotto un bel sole, fioriture sgargianti ed una vista paradisiaca, ci vengono serviti dei tranci di trota alla plancha. Poco prima ci viene mostrato come un’erba spontanea, se opportunamente spremuta, possa diventare un eccellente sapone naturale.

A questo punto dobbiamo ritenere la visita conclusa in quanto ci attendono tre ore di navigazione prima di fare ingresso nel porto di Puno. Il viaggio di rientro scorre tranquillo ed e’ anche l’occasione per riordinare le idee su quanto abbiamo visto e vissuto finora, nonche’ fare il piano per il futuro prossimo, soprattutto in relazione alla visita di Puno, dal momento che avremo ancora un paio d’ore di tempo da sfruttare. In effetti, appena sbarcati ed una volta che il minibus ci ha restituiti alla nostra Posada Kusillos, prendiamo subito il largo per andare a visitare la citta’, che se da sola non si puo’ dire valga il viaggio, e’ comunque meritevole di un’attenta occhiata in piu’ punti. Partiamo dalla cattedrale, nella quale si e’ appena celebrato un matrimonio, alle nostre orecchie la musica del Titanic che aleggia di sottofondo non sembra il miglior auspicio per la coppia appena formatasi. Attendiamo con curiosita’ l’uscita degli sposi, lui e’ vestito con una divisa paramilitare e ci sono molti colleghi con la stessa uniforme fuori ad attenderlo, per vedere e sentire un complessino locale cantare musiche di chiaro stampo sudamericano. Un bel quadretto con gli sposi che si mettono a ballare sul sagrato, a noi potrebbe apparire quasi provinciale ma conserva un aspetto decisamente genuino.

Un’occhiata ai vivi colori gialloblu della Casa del Corregidor e una passeggiata lungo l’arteria principale chiusa al traffico di Jr. Lima per una rapida occhiata al Tempio di San Juan, cambiare valuta, servono anche dei bolivianos dal momento che domani andiamo a La Paz, e cercare il Museo della Coca. Scopriamo essere stato trasferito in nuova sede solo lo scorso anno e ci rechiamo all’indirizzo giusto: qui facciamo conoscenza con questa pianta e quanto le sta intorno, nel bene come nel male. Il bene e’ rappresentato dall’uso che ne hanno sempre fatto i locali, utilizzandola come energetico e curativo del mal d’altura e sfruttando in positivo le sue proprieta’. In negativo c’e’ l’uso che ne fa il mondo occidentale, estraendo chimicamente quell’uno per cento di sostanze allucinogene da trasformarla in cocaina e di conseguenza in uno strumento letale per chi non trova valide alternative nella vita. Il museo tende a rimarcare le qualita’ della pianta e a confutarne la criminalizzazione, cui tende ad essere portata se vista unicamente nella sua versione estrema di sostanza stupefacente. Occorre dire che ovunque in Peru’ e Bolivia si trovano caramelle, cookies e foglie di coca in vendita, cosi’ come quasi tutti gli hotel per colazione propongono il mate de coca in bustine, o piu’ frequentemente direttamente le foglie che si posano al fondo della tazza prima di aggiungere l’acqua calda. Senza che nessuno possa diventarne dipendente o, ancor meno, allucinato. Questa sera assaggeremo persino uno squisito dulce de coca: questo si’, per le sue caratteristiche di bonta’, potrebbe portarci all’assuefazione e a volerne ancora.

In effetti ci sentiamo di condividere la visione proposta dal museo: abbiamo masticato le foglie di coca e le siamo riconoscenti per non aver sofferto la quota oltre qualche lieve mal di testa. E’ un vero peccato che le caramelle non possano essere portate in Italia quale souvenir, il cui unico effetto collaterale in caso di abuso provocherebbe il ricorso al dentista. A Puno si nota immediatamente come la popolazione presenti tratti di etnia diversa. Molti sono Aymara, mediamente piu’ alti dei quechua e meno tozzi. Spiccano i neri capelli lisci e corvini, come se avessero una brillantina naturale in testa. E’ giunta l’ora di cena che ci godiamo al Mojsa, un ristorante dove si puo’ gustare un buon alpaca e un lomo saltado, oltre al gia’ menzionato dulce de coca. Arriva l’ora di ritirarsi, mentre su Puno spira un freddo venticello che i nostri stomaci non gradiranno affatto.

Pernottamento
Puno – Posada Kusillos

IT

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