Giorno 13
Machu Picchu II
La maestosità di Machu Picchu in una giornata di sole
Salita all’alba verso Machu Picchu
Il Giorno inizia poco dopo le 4. In meno di mezz’ora ci incamminiamo per raggiungere i cancelli che adducono al sentiero. Volendo fare l’esperienza integrale intendiamo salire a piedi superando i 450 metri di dislivello, lungo un percorso all’interno della vegetazione e con un’umidita’ che toglie il fiato gia’ a quest’ora. Ricordandoci che siamo appassionati di montagna e che il sentiero ricalca perfettamente quelli delle Alpi nostrane impostiamo il passo in modo da poter respirare bene nonostante l’umidita’. La quota non e’ un problema: Machu Picchu si trova a soli 2400 metri. Siamo su in tre quarti d’ora e ci rendiamo conto che stiamo vivendo un momento magico, siamo nel sancta sanctorum della cultura Inca e non ci curiamo minimamente di farci dei selfie, anche perche’ siamo sudati fino al midollo.
Facciamo conoscenza con la guida che ci illustrera’ il sito ed a seguire ci raggiunge il resto del gruppo salito coi bus navetta. Sono poco dopo le 6 ed il giro sta per iniziare: il cielo e’ ammantato da nuvole che sembrano solo nebbie alte. Entriamo: la citta’ antica ci si apre subito dinanzi, salvo scomparire dopo pochi minuti dietro una fitta nebbia. Davanti a noi solo il grigio e alcuni metri di prato visibili per terra. Ma non c’e’ da preoccuparsi: la guida, che conosce il posto come un domatore di animali feroci, ci assicura che queste nebbie rappresentano il preludio del bel tempo. Ed e’ per tale motivo che la fiducia ci impone di salire subito nel punto piu’ panoramico dal quale si dovrebbe avere un’immagine globale della citta’.
Mentre il nostro cicerone spiega la storia del sito, e la spiegazione e’ si’ interessante, tutti volgiamo improvvisamente lo sguardo verso la nebbia che scompare: i riflettori del sole si accendono e coi suoi strali illuminano Machu Picchu, e’ proprio il caso di dirlo, in tutto il suo splendore. Inti, il Dio Sole, e’ stato particolarmente generoso con noi: nonostante la stagione delle piogge sia gia’ iniziata, ci ha deliziato per due giorni in cui l’astro illumina coi suoi raggi il risultato della maestria degli architetti Inca. La cornice di verde completa l’opera, i picchi svettano con qualche residuo di nebbia, cosi’ da rendere il tutto ancora piu’ mistico.
Questa e’ l’energia che si evince da Machu Picchu, citta’ disegnata e designata per l’osservazione e lo studio astrologico, in un tempo in cui sacerdoti ed astronomi si confondevano in un’unica figura. E non conosciamo ancora nulla di questo colle sul quale si adagiano le nobili rovine, chissa’ cosa significava veramente, perche’ sono state edificate proprio qui, lontane dalle citta’. Forse gli Inca possedevano conoscenze che oggi ancora ci sfuggono. Non conoscevano la ruota e nemmeno il ferro, ma nello sviluppo del pensiero e delle sue energie erano sicuramente piu’ avanti di noi. Non possedevano nemmeno un sistema di scrittura che non fossero gli enigmatici kipu, cordini annodati utili per esprimere un significato, un sistema piu’ antiquato dei geroglifici o degli ideogrammi, ma cio’ non significa che nei loro cervelli non funzionassero idee evolute, alle quali la nostra razionalita’ ha impedito l’approccio. Quanto e’ andato perduto o forse non e’ nemmeno stato creato per i posteri.

Dentro la citta’ sacra di Machu Picchu
Dove terminano le pur esaustive spiegazioni della guida, cerchiamo di ricordare quanto letto nel libro di Prescott nella sua Conquista del Peru’, e poi ancora ricorriamo all’immaginazione per vedere animate le vie di questa citta’ non ultimata. Ovunque si trovano blocchi di pietra non collocati nella loro posizione finale, probabilmente la conquista spagnola ha congelato tutto in un dato momento, fermando con esso l’evoluzione e la storia di una civilta’ che avrebbe ben meritato di proseguire fino ai giorni nostri per insegnarci tante cose.
La guida e’ illuminante, ci spiega con passione la vita quotidiana degli Inca, come e perche’ la citta’ e’ stata costruita; sembra quasi di possedere la macchina del tempo e per un momento poter tornare a quando Machu Picchu era animata, percepire lo spirito della conoscenza di cui si vedono palesi testimonianze, di quando gli scienziati osservavano il nitido cielo estivo e magari avevano scoperto qualcosa che ancora oggi ci sfugge, ritornato nel mistero dopo la loro scomparsa. Di certo l’organizzazione statale contemplava aspetti positivi che vanno oltre le nostre fragili democrazie, unendo diritti e doveri di ciascuno.
Una citazione a parte la meritano i sacrifici umani ed animali. E’ risaputo che le societa’ antiche erano abituate ad uccidere per ingraziarsi dei e spiriti ed il Sudamerica non ne e’ stato esente, soprattutto fra Aztechi e Maya. Gli Inca usavano invece maggiore sensibilita’, se la vogliamo rapportare ai tempi in cui sono vissuti. I sacrifici animali venivano fatti solo in caso di necessita’, ad esempio per chiedere la pioggia in caso di lunghi periodi di siccita’. Veniva ucciso un lama, se persisteva ne veniva ammazzato un altro. Nel caso la situazione si fosse ulteriormente aggravata toccava ad un essere umano. Pur nella brutalita’ del gesto, cercavano di mitigarne la sofferenza causando una morte il piu’ indolore possibile. Come d’uso, in questi casi veniva presa una bambina, simbolo di purezza, scelta all’interno di persone predestinate, ovvero che fin dalla nascita sapevano di poter essere destinate al sacrificio e che come tali venivano cresciute. Tutte cose che ai giorni nostri fanno rabbrividire, ma se pensiamo alla violenza perpetrata dai conquistadores nel nome di Dio finiscono per risultare di ben poco conto.
Ma a parte queste brutalita’ che gli Inca consideravano come gesti necessari, la civilta’ disponeva di regole che, se applicate, sarebbero ben utili anche ai nostri tempi. In particolare dovevano rispettare tre fondamentali norme: non rubare, non mentire e non essere pigri. Sembra che al di la’ della nobile enunciazione fossero veramente seguite e rispettate se, come constatiamo, le citta’ non possedevano sistemi di controllo o sicurezza interni ma solo a protezione di eventuali intrusioni dall’esterno. Gli Inca praticavano un sistema di conquista assai anomalo rispetto a quanto siamo abituati a pensare. Quando intendevano conquistare un’altra nazione o tribu’, avviavano dei contatti con l’obiettivo di giungere a trattative che consentissero un’annessione pacifica. Esistevano alcune condizioni non negoziabili, quali l’adesione alla loro religione, l’apprendimento dell’idioma quechua da parte dei capi, la sottomissione all’Inca ed altri punti considerati fondamentali.
La citta’ e’ divisa in tre parti che dall’alto si possono distinguere assai bene: il lato sinistro era area residenziale per la servitu’ e per i contadini, il lato destro e’ dedicato ai luoghi di culto, residenza nobile e di osservazione, mentre la parte alta era dedicata a coltivazioni, ricca di terrazzamenti, e provvedeva al sostentamento degli abitanti. Questi erano costituiti in modo stratiforme con terra ed argilla in modo da consentire un buon drenaggio e lo scarico delle forti piogge estive verso l’esterno, impedendo che le pietre di contenimento scivolassero. I luoghi di culto o di potere si possono riconoscere chiaramente ancora oggi dalle pietre utilizzate nella costruzione.
Pur non essendo tuttora noto il perche’ della costruzione del sito in questa posizione, appare quantomeno strana la coincidenza cosmologica che lo vede allineato fra i monti Wayna Picchu di fronte e il Machu Picchu alle spalle, con perfetti allineamenti in occasione dei solstizi. E sappiamo quanto questi venissero considerati di grande importanza nei popoli dell’antichita’. Curiosamente, inclinando di 90 gradi una fotografia del Wayna si trova il profilo di un volto, con naso e mento assai prominenti. Le ragioni geodetiche del luogo avranno sicuramente influito sulla scelta, piu’ oscuro ne e’ il perche’ della sua costruzione. Premesso che la sella su cui sorge ha una base rocciosa di granito bianco e che le pietre utilizzate potevano essere facilmente reperite in loco, quando erano destinate a costruzioni di tal genere venivano levigate con precisione estrema da sovrapporsi in modo che non potesse passare nemmeno un foglio di carta fra l’una e l’altra. E’ impressionante come i blocchi si adagino o affianchino con tale cura e come ancora ai nostri giorni non siamo in grado di capire quale fosse la tecnica per ottenerli.
Le pietre disegnavano poi una forma convessa verso il centro ed avevano i bordi rotondeggianti in modo da far scivolare la pioggia verso l’esterno e non nelle quasi invisibili scanalature. I muri avevano un’inclinazione verso l’interno cosi’ come le finestre erano trapezoidali per ragioni antisismiche. Il sistema di costruzione con pietre a perfetta aderenza si chiama Inca Imperial, mentre negli altri casi si chiama semplicemente Inca. Il fatto che quanto non abbattuto dai conquistadores sia ancora su e’ un’evidente conferma circa l’efficacia dei progetti. Quando i muri non richiedevano una costruzione tanto precisa, si edificavano con pietre non levigate e venivano saldate fra di loro da una malta creata con fango, argilla, capelli umani, peli animali e una colla ricavata con il liquido dell’agave. Vi erano molte strade che servivano per raggiungere il sito; la piu’ famosa e’ il cosiddetto Inca Trail, che parte da Cusco e passa da Ollantaytambo per sbucare sopra Machu Picchu all’altezza della casa del guardiano.
Terminate le esaustive spiegazioni ci addentriamo nella citta’ per ammirarla da vicino e restare sempre piu’ stupiti di come fossero in grado di levigare le pietre incastrate con perfetta adesione fra di loro. Vediamo cosi’ il Tempio del Sole, la Roca Sagrada ed il Gruppo del Condor, per enunciare solo i piu’ evidenti. Il percorso obbligato non crea particolari fastidi, del resto e’ comprensibile per evitare intasamenti, visto il gran numero di visitatori. Dopo quattro ore abbondanti di visita iniziamo la discesa lungo il sentiero per tornare al ponte dov’e’ ubicata la partenza e riprendere sempre a piedi il percorso lungo la ferrovia di 12 km.
La sveglia di buon’ora, la salita in un contesto di umidita’ estrema e la visita non ci hanno risparmiato il fisico, che non vede l’ora di sdraiarsi sul prato in prossimita’ di dove verranno a prenderci i minibus. Puntuali alle 15 lasciamo Hidroelectrica e ripercorriamo in senso inverso il profondo canyon scavato dall’Urubamba, impressionante in diversi punti. Il viaggio di ritorno non ce lo ricorderemo per la sua comodita’, ma a questo punto non ce ne importa; soffriamo fino alle 21 quando saremo di ritorno a Cusco senza problemi. Abbiamo visto Machu Picchu, l’abbiamo visto in tutto il suo splendore e l’abbiamo visto come piace a noi. Ovvero con un gruppo di giovani coi quali abbiamo legato bene e con lo spirito del viaggiatore, non quello del turista. Confidando con questa faticosa escursione di aver portato il dovuto rispetto alla civilta’ Inca nei luoghi in cui la sacralita’ aveva raggiunto il suo apice spirituale e naturale.
Stanchi morti entriamo nel primo ristorante di Cusco che ci ispiri e ne scopriamo uno frequentato dai locali, dove gustiamo un ottimo ceviche con la ormai solita chicha morada ad accompagnarlo. In realta’ il dolce della bevanda di mais stride un po’ con l’agro del limone sul pesce crudo, ma siamo in Peru’ e ci adeguiamo volentieri. In Peru’ l’83% della popolazione parla spagnolo e il 13% quechua, mentre il rimanente si divide fra idiomi che si incontrano fra i popoli della foresta amazzonica e del lago Titicaca.
IT
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