Giorno 7
Lago Titicaca I
Navigazione sul Titicaca fra le isole Uros e Amantanì
Dal porto di Puno alle isole galleggianti degli Uros
Tempo per rilassarsi non ce n’e’, anche perche’ il sole ci offre il suo buongiorno poco dopo le 5, ma riusciamo a dormire qualche ora in piu’ e questo non puo’ che farci bene. Appena terminato il trekking nel Colca si parte subito alla scoperta del lago Titicaca e delle sue isole. Si delineano due giorni dal profilo piu’ turistico ma ugualmente impegnativi in quanto alla formula scelta ed alla quota. Colazione energizzante con burro e marmellata, spremuta d’arance fatta all’istante, mate de coca e frutta spezzettata sul momento, mango, avocado e banana. Anche se solitamente considerato come un alimento scontato, il pane e’ particolarmente gustoso. Ci dicono che esistono diverse varieta’ di panificazione e diventa un punto di orgoglio, definito affettuosamente pancito. Anche qui stanno allestendo il presepe insieme agli alberi di Natale. Le notizie che sentiamo parlano di freddo oltre la norma nel Peru’ centrale e settentrionale, mentre le piogge tardano ad arrivare.
Lasciamo il borsone nella nostra Posada ed accompagnati unicamente dai fedeli zaini ci imbarchiamo poco dopo le 8. Salpiamo alla volta delle isole artificiali di Uros, distanti 7 km da Puno e raggiungibili con 25 minuti di navigazione tra i canneti. Le isole hanno una costruzione ed una storia molto particolari: poiche’ in epoca coloniale gli spagnoli volevano prelevare indigeni da portare a lavorare in Bolivia nelle miniere d’argento di Potosi’, questi fuggirono sul lago su delle barche e costituirono una sorta di comunita’ galleggiante. In seguito sfruttarono i canneti di totora, che si trovano in grande quantita’, per costruire vere e proprie isole.

Una volta sbarcati il capo villaggio, eletto a rotazione fra i membri della famiglia allargata, ci spiega il sistema utilizzato ad edificare le isole: durante la stagione invernale e umida, quando il lago contiene una maggior quantita’ d’acqua, la sua pressione fa emergere grossi blocchi di radici di totora posti sul fondo; questi iniziano a galleggiare e vengono utilizzati come base spessa due metri, in seguito si aggiungono strati di canne fino a raggiungere lo spessore di un altro metro. Quelle piu’ in basso al contatto con l’acqua finiranno per marcire, cosa che richiede una costante aggiunta sullo strato superficiale. Le isole vengono poi ancorate con dei bastoni o affondando sassi legati a corde per impedirne la deriva, considerando che in questa zona l’acqua e’ profonda sui 20 metri. Assaggiamo la totora e risulta ovviamente acquosa, senza particolari gusti ma tutt’altro che sgradevole.
La vita qui e’ piuttosto semplice, su queste basi artificiali dove le capanne appoggiano sulla morbida quanto elastica superficie dell’isola. Gli Uros vivono di artigianato e turismo, scambiando a Puno le eccedenze in cambio di quanto non riescono a reperire in loco, verdura e manufatti. Sono molto bravi nello sfruttare la pescosita’ del lago, che ospita cinque diverse specie di pesci, nonche’ bravi cacciatori di uccelli che si nascondono fra i canneti. Un aspetto assai delicato e’ rappresentato dalla cucina, in quanto le isole sono pur sempre fatte di canne e potrebbero facilmente incendiarsi. Per evitare incidenti i fornelli vengono appoggiati su una base di radici di totora pescate dai fondali, come se fosse torba, e pertanto scarsamente infiammabile. Esistono due tipi d’imbarcazione, semplici canoe costruite intrecciando canne di totora e barche piu’ grandi che servono anche per il trasporto di merci voluminose, costruite con lo stesso materiale. Queste ultime, per poter galleggiare, vengono imbottite di bottiglie di plastica vuote, dicono fino a 10.000 pezzi, tenute insieme dalle canne, unendo in tal modo l’aspetto pratico a quello estetico. L’energia proviene da pannelli solari piantati in prossimita’ delle capanne.
Al tutto viene data una connotazione folkloristica e commestibile per i turisti, resta il fatto che le spiegazioni rendono chiaramente l’idea della vita di questa piccola comunita’ e di come si costruiscano le isole. Quella che visitiamo presenta quattro nuclei per un totale di 22 persone, mentre le cento isole degli Uros contano un migliaio di abitanti. Il capo isola scelto a rotazione fra le famiglie e’ anche membro del consiglio degli Uros e deve dedicare alcuni mesi all’anno alla comunita’. Quando la popolazione cresce e si rende necessario creare una nuova isola, tutti collaborano alla sua costruzione; il problema risulta pero’ essere il contrario, i giovani tendono ad una vita meno appartata e migrano volentieri sulla terra ferma, cosi’ che l’eta’ media aumenta, con i conseguenti rischi di estinzione di questa particolare civilta’. Gli Uros sono di etnia Aymara e parlano abitualmente questa lingua, oltre allo spagnolo che serve loro per comunicare con il resto del Peru’ e con i visitatori.
Navigazione verso Amantani e arrivo in famiglia
L’acqua del Titicaca proviene da sorgenti situate a quote elevate o sugli altipiani, pertanto risulta tutta bevibile e la sua purezza si evidenzia gia’ a prima vista con una trasparenza simile a quella dei nostri laghetti di montagna, con la differenza che questo misura quasi 250 km di lunghezza, essendo il lago navigabile piu’ alto del mondo, posto a 3810 metri. Visto con una dose di fantasia, la forma del lago rovesciato tende ad assomigliare ad un puma, animale mitico che ispira coraggio e forza, mentre il nome Titicaca in lingua quechua significa proprio puma di pietra. Ha diversi affluenti ma un solo emissario, il Desaguadero, che scende in direzione sud est sul lato boliviano. Dal punto di vista politico il Peru’ detiene il 60% del lago, mentre la Bolivia il rimanente 40%. Le origini del lago non sono ancora certe ed attualmente sussistono tre ipotesi: una glaciale, una vulcanica ed una tettonica.
Muovendoci lentamente il capo del villaggio ci porta remando con la barca piu’ grande su un’altra isola, decisamente piu’ commerciale, ma che offre alcuni spunti interessanti da fotografare per meglio apprendere questa strana civilta’ galleggiante su isole di canna. A questo punto e’ ora di imbarcarci per una crociera di tre ore che condurra’ sull’isola, questa volta vera, di Amantani, costeggiando la penisola di Capachica ed attraccando sull’isolotto dalla forma tondeggiante verso mezzogiorno. Il porticciolo presenta acque poco profonde e limpide da sembrare ai tropici. In realta’ lo siamo, ma siamo anche ad una quota sui 3800 metri, il che lo rende un po’ meno attrattivo dal punto di vista balneare. Per contro scopriamo che il lago non gela nemmeno nei mesi piu’ freddi, grazie alle radiazioni solari, piu’ forti a questa altitudine. Veniamo riuniti poco oltre la spiaggia, dove ad attenderci ci sono delle signore vestite in abiti tradizionali, alle quali veniamo assegnati a coppie o a famiglie intere.

Amantani fra vita quotidiana, Pachamama e tramonto
Sembrano tutte uguali, tanto nell’abbigliamento quanto nell’aspetto fisico. La nostra signora parla un discreto spagnolo, ci fa strada verso la sua abitazione, dove facciamo conoscenza anche del marito. Ci mostra la nostra stanzetta, semplice ed ordinata. La casa gravita intorno ad un cortile a pianta quadrata; su due lati si trova la zona notte ed i servizi, su un altro lato, scendendo un paio di gradini, c’e’ la cucina, piccola e scura, ridotta all’essenziale, e risulta impossibile trovare alcun suppellettile che non sia strettamente necessario. Quando sono ormai le 14 scendiamo e troviamo la nostra signora intenta a cucinare in un angolo; ci offre il pranzo con una minestra di quinoa e del formaggio alla piastra con riso, patate e verdura, concluso dall’immancabile mate de muna.
Poco dopo ci raggiungono anche le figlie, in eta’ scolare, con tanto di divisa che le contraddistingue. Scambiamo alcune parole anche con loro, sono comprensibilmente un po’ schive nei confronti degli stranieri piombatigli in casa, anche se devono essere ormai abituate a tali intrusi, ma simpatiche e molto garbate nelle risposte. A meta’ pomeriggio ci troviamo con il nostro gruppo nella piazza principale, dove si affacciano la chiesa, il municipio, il centro d’incontri ed un altro paio di edifici pubblici. Va detto che nelle popolazioni native il senso di comunita’ e’ molto radicato, cosi’ come lo era nella civilta’ Inca. I turisti che sbarcano vengono equamente divisi fra le famiglie interessate con un sistema a rotazione; lo stesso avviene con le coltivazioni sull’isola, dove ciascuno dei dieci comuni che formano Amantani ogni anno si dedica alla cura di una varieta’. Il tutto viene poi diviso e scambiato secondo precise regole al momento della raccolta. A turno le terre di uno dei comuni riposano per una stagione intera in modo da poter meglio rendere in quelle successive.
Gli abitanti sono dediti soprattutto all’agricoltura, in una forma assai povera in quanto la quota non consente di coltivare ne’ frutta ne’ verdura. Crescono patate dalle belle infiorescenze bianche o rosa, in Peru’ ne esistono 400 varieta’, quinoa, carote, mais bianco e oca, un tubero tipico delle Ande. In questa stagione le piogge tardano ad arrivare, pertanto c’e’ preoccupazione circa l’esito del raccolto. Non riusciamo a capire come non esistano impianti d’irrigazione che aspirino le acque dolci del Titicaca. Lo stato di poverta’ in cui versa la gente del posto potrebbe rappresentarne la ragione, ma ci sfugge come non siano stati predisposti interventi pubblici o comunitari per ovviare al problema: resta il fatto che nessuno dispone di mezzi motorizzati. La vita che conducono gli abitanti appare improntata alla sussistenza; oltre all’agricoltura uomini e donne si dedicano alla preparazione di manufatti artigianali da vendere ai turisti o da scambiare nelle rare occasioni in cui si recano a Puno. Quando l’agricoltura detta i suoi tempi morti gli uomini emigrano nelle citta’ sulla terraferma per cercare un lavoro che consenta loro di sfamare la famiglia. Di solito ogni coppia ha sei o sette figli.
Ad Amantani ogni comunita’ dispone di un capo che dura in carica per un anno ed un sindaco a rappresentare l’isola, il cui mandato dura quattro anni. Vi sono la scuola primaria ed il collegio, un ospedale per le emergenze, ma quando si presentano casi piu’ gravi i malati vengono trasferiti a Puno. Ad Amantani gli abitanti sono di etnia quechua, pertanto se devono parlare con gli Uros l’unico modo per intendersi e’ dialogare in spagnolo. Quechua ed Aymara sono due idiomi diversi e ne conoscono solo poche espressioni. La religione e’ una forma di cattolicesimo impiantato sulle credenze originali, pertanto ne deriva una commistione fra il nostro Dio e la Pachamama, Madre Terra, la quale prevede a sua volta un’entita’ superiore. Quello che colpisce e induce a riflettere e’ l’ordine gerarchico in cui credono: al di sopra c’e’ Dio, poi la Terra o Natura, quindi l’uomo in coda ai primi due. Nella nostra cultura, anche i credenti piu’ ferventi possono mettere Dio al primo posto, ma l’uomo viene prima della Natura.
L’isola di Amantani culmina con due piccole vette distanti fra loro poche centinaia di metri. La piu’ alta e’ dedicata a Pachamama, madre Terra, mentre la seconda porta il nome di Pachatata, padre Cielo. Dalla piazza principale del paese ci incamminiamo verso la prima lungo un sentiero perfettamente lastricato ed in mezzo a coltivazioni che arrivano fino in prossimita’ del punto piu’ elevato, situato a 4150 metri. Conviene prenderla con calma, la salita e’ morbida ma la quota si fa sentire; una volta preso il ritmo giusto fra respirazione e passi si puo’ aumentare l’andatura prestando attenzione a non innalzare troppo il battito cardiaco. Battito che ha invece un sussulto quando si raggiunge la meta’ e si possono ammirare le coste frastagliate lungo le placide acque del lago. Il sole che allunga le ombre mentre sta per inabissarsi nel lontano ovest offre un ulteriore tocco di magia a questo luogo di per se’ gia’ carico di energia.
Facciamo un paio di giri in senso antiorario intorno al recinto di mura circolare per esprimere un desiderio, come da uso locale, e, non paghi, scendiamo rapidamente per imboccare il sentiero che sale verso il Pachatata. La nostra e’ una breve corsa contro il tempo prima che il sole scompaia coi suoi raggi, intanto diventati arancione incandescente. Anche in questo caso la vista e’ splendida, ulteriormente impreziosita dal tramonto che effonde un senso di calore pur trovandoci in quota su una punta battuta dal vento. Non riesce difficile immaginare come le passate civilta’ Tiwanaku prima e Inca successivamente abbiano legato questi luoghi ad aspetti religiosi, probabilmente considerati piu’ vicini ad ogni divinita’, punto di congiunzione fra il Supremo e l’uomo, con l’impareggiabile tramite della Natura.
Mentre scendiamo l’occhio non puo’ non guardare verso sinistra, verso quel palcoscenico ancora carico di colori rossastri che sembrano incendiare tutto quello che sfiorano, fino al nostro arrivo in paese. Qui troviamo ad accoglierci la figlia della coppia che ci ospita, con la quale rientreremo a casa. Seppur solo quattordicenne, la ragazzina ha un bel modo di fare e riusciamo a dialogare insieme su parecchi temi mentre percorriamo i vicoli che ci riportano alla nostra sistemazione. Per cena il convento passa una minestra di grano e omelette con riso, tutto semplice ma gustoso. La serata pero’ non e’ ancora finita: la giovane ragazzina viene incaricata di portarci ad una festa nel salone polifunzionale della borgata, dove si esibisce un gruppo che suona musica folkloristica. Lo spettacolo e’ organizzato per i turisti in vacanza sull’isola, ma la presenza di ragazzini e signore con vestiti tipici ci porta a pensare che le feste locali non siano molto diverse. Per meglio integrarci e rendere il tutto piu’ verosimile, prima di partire da casa ci portano in camera dei vestiti come i loro e, una volta indossatili, ci possiamo sentire parte della comunita’ almeno per un giorno. Poco prima delle 22 rincasiamo accompagnati dalla nostra damigella e ci congediamo da lei nel cortile di casa.
IT
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