Giorno 3

Sossusvlei

Sossusvlei: quando la Natura diventa un pittore. Verso l’Oceano attraverso il Namib: il meteo carica la tavolozza a tinte scure.

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Sossusvlei

Mattina a Sossusvlei

Si dorme bene, peccato che la sveglia suoni alle 5,15, quando è ancora buio. Ricompattare le tende e, soprattutto, legare bene i laccetti che le coprono per impedire l’ingresso della polvere è un’operazione che senza luce naturale richiede un’attenzione particolare, ma alle 6 siamo pronti a partire considerando che l’Inner Gate, l’ingresso al parco vero e proprio apre alle 5,45. Nel campeggio c’è movimento, nessuno vuole perdersi l’alba in un luogo come questo: puntiamo a ovest in direzione di Sossusvlei, il limite di velocità imposto è di 60 km/h ma complice il buon asfalto, la strada diritta e l’ansia di godere il momento, nessuno viaggia sotto gli 80/90 km/h. Lungo la strada incontriamo un paio di struzzi che si beano del fresco mattutino. Una volta giunti al parcheggio delle auto 2WD sgonfiamo i pneumatici alla pressione di 1,4 bar con il supporto di due simpatici e disponibili Sudafricani, che condividono il nostro stesso percorso, e ci avventuriamo per gli ultimi 4 km su una molteplice traccia sulla sabbia, attenti a non restarci. Il 4×4 è indispensabile ed al ritorno vedremo comunque un veicolo uguale al nostro debitamente insabbiato nonostante la trazione integrale. Saliamo la duna chiamata Big Daddy che si trova proprio sopra il Dead Vlei (vlei sta per il letto di un antico lago prosciugato, bianco, di forma tonda oppure oblunga e piana). Il riscaldamento globale almeno in questo caso non ha colpa, l’aridità è dovuta alla corrente del Benguela ed ai mutamenti climatici datati milioni di anni. Siamo in uno dei luoghi più ricchi di fascino del pianeta, dove da una pianura di fango secco e biancastro, duro come il cemento si ergono le dune di sabbia color albicocca, ritenute le più alte del mondo. Il fascino cromatico ne fa uno dei luoghi più fotografati e non si stenta a capirne le ragioni. Le dune sembrano gli spalti di uno stadio mentre il campo è la pianura centrale. In un tempo remoto lungo la valle circondata dalle dune scorreva il fiume Tsauchab che in questo punto si apriva e consentiva alla vegetazione di crescere rigogliosa. Ora non restano che gli scheletri degli alberi: essiccati, bruciati dal sole, sono lì da migliaia di anni, scheletri ai quali il sale del terreno sottostante ha impedito di marcire; l’ambiente è spettrale e nel contempo affascinante, un contrasto di colori unico al mondo, reso intimo dal fatto di essere giunti qui tra i primi visitatori della giornata. La temperatura è gradevole, il cielo blu intenso e ci sentiamo veramente parte del progetto geniale e meraviglioso creato dalla natura. Del fiume si intuisce ancora il letto affiancato da una vegetazione arborea lungo la valle, segno che l’acqua di tanto in tanto affluisce ancora. E’ vero anche che vi sono sempre trafilamenti sotterranei di acqua che consentono qualche forma di vita. Qualche velatura in cielo rende il gioco di colori ancora più surreale. In realtà il Namib, il cui nome significa “luogo senza nessuno” è un deserto vecchio di circa 80 milioni di anni, si estende per 1.900 km lungo tutta la Namibia ed ha una larghezza intorno ai 120 km, ma solo in questo luogo si possono ammirare degli ambienti di così straordinaria bellezza. E pensare che tutto è nato dal fiume Orange che segna il confine meridionale col Sudafrica, il quale ha portato al mare ingenti volumi di sabbia nel corso di varie ere, queste sono state poi spinte dalle maree verso nord ed il vento ha portato la sabbia all’interno del continente dove possiamo ammirare ancora le dune in movimento. Quando stiamo per andarcene i turisti formano una lunga coda sulla cresta del Big Daddy, ma per noi è ormai ora di colazione. Recuperiamo il mezzo e con attenzione percorriamo i 4 km di sabbia a ritroso; giunti al parcheggio rigonfiamo le gomme mentre il caffè nella moka portata dall’Italia inizia a gorgogliare. Non è però finita qui: vogliamo ancora dare un’occhiata all’Hidden Vlei, un altro piano accessibile con camminata di 15 minuti dal parcheggio. Il luogo non è all’altezza del Dead Vlei, ma il fatto che non ci sia nessuno gli conferisce un’alea di magia, nella quale immergersi per ascoltare il silenzio è l’unica cosa da fare. Non per troppo tempo però, che oggi dobbiamo ancora arrivare a Walwis Baai, la quale dista almeno 300 km di sterrato e sono già le 11! Lungo il rientro vediamo la gente che si staglia lungo la Duna 45, mentre la Duna 40 è più tranquilla seppure molto bella. Giunti a Sesriem visitiamo ancora l’omonimo canyon (Sesriem Canyon), scendendo sul fondo a 30 mt dall’altopiano sovrastante. Al suo interno la roccia è un conglomerato composto da pietre levigate incastrate in un composto che sembra cemento. Nella stagione secca non vi è acqua ma quando piove deve fare sul serio, visto che vediamo i rami incastrati a oltre 3 mt d’altezza. La vegetazione è scarsa, le foglie degli alberelli sono verdi ma sembrano non contenere acqua al loro interno, sono asciutte al tatto. E’ incredibile come riescano a vivere in tali condizioni, nutrendosi unicamente della poca rugiada che trasuda nella notte. La strada dopo Sesriem torna ad essere sterrata e non di grande qualità, come abbiamo già potuto rilevare ieri. Svoltiamo sulla C19 per Solitaire, un pugno di case nel mezzo del nulla, dove per tradizione esiste una famosa panetteria/pasticceria e gustiamo la rinomata apple pie. Le macchine d’epoca semidistrutte e arrugginite all’ingresso del sito segnano il tempo e riportano alla memoria i tempi pioneristici, mentre altri allestimenti di vario gusto danno alla località un segno molto particolare. I turisti che si fermano in questo periodo portano un po’ di movimento ma nei momenti di bassa stagione vivere qui richiede una buona tenuta psicologica. Nato come possibile insediamento (una casa costruita alla fine della seconda Guerra Mondiale) per farvi pascolare le pecore, si è poi “sviluppato” come crocevia fra due strade senza traffico. Poco distante incrociamo un fuoristrada capottato recentemente e appiattito come un panino, monito a mantenere una velocità adeguata e l’attenzione ai massimi livelli. Da qui la C14 ci porterà fino a Walwis Baai, seguendo colline con curve che sprofondano nel letto dei fiumi asciutti (il Kuiseb Canyon soprattutto), non particolarmente strette ma da percorrere senza abbassare la guardia visto il fondo sterrato. Attraversiamo la linea immaginaria del Tropico del Capricorno in un punto dove la pianura corre a perdita d’occhio fino ad incontrare le montagne del Naukluft che si elevano ad est. Pur trovandoci in zona arida il meteo fa le bizze, prendiamo perfino qualche goccia di pioggia, fra le poche che scendono durante l’anno in questa landa desertica.

Paesaggio arido del deserto con un cielo coperto sopra una terra ondulata.

Walvis Bay

Fulmini si abbattono sulle montagne di fronte a noi, mentre le nuvole che si addensano in lontananza creano giochi di luce incredibili. E’ tutto talmente vero da sembrare artificiale, i colori variano dal marrone scuro, al rosa delle colline ed al giallo della sabbia dove pascolano sporadici springbock. La strada migliora tanto da diventare diritta e con poche buche nella parte pianeggiante dove riusciamo a toccare anche i 90 km/h, il che ci permette di arrivare a Walvis Bay ancora prima del tramonto. La città possiede una storia che l’ha sempre vista legata all’Inghilterra ed al Sudafrica, venendo integrata alla Namibia solo nel 1994, quattro anni dopo la data dell’indipendenza della nazione stessa. L’interesse che ha sempre attratto le potenze coloniali era legato alla strategicità del porto ed alle sue risorse di sale, guano e pesca.
Prima di entrare in città scattiamo un paio di foto alla laguna dove i fenicotteri cercano molluschi ed alla Duna 7 oggi desolata e battuta dal vento, evidente meta delle gite fuoriporta nei weekend. Intorno ci sono miniere e luoghi di estrazione del guano con i relativi centri di lavorazione ed un fitto vai e vieni di camion. A Walwis Baai e Swakopmund conviene avere un tetto sopra la testa vista l’umidità che le contraddistingue: mentre scendono rare gocce che andranno a formare i 3 mm di precipitazioni medie annuali raggiungiamo il lodge prenotato per la sera. Il gestore, un simpatico tedesco appena rientrato da una vacanza in Italia, sembra euforico rispetto a tanta novità. Anche oggi la sistemazione si trova in zona tranquilla e non proprio in centro, mai che ne esista uno. Colpisce vedere come tutte le case siano contornate da un alto muro dotato di filo spinato in cima, che se da un lato garantisce difesa contro le intrusioni dall’altro impedisce ogni vista verso l’esterno a chi le abita, tanto che fra le finestre e i muri non ci saranno più di due metri. Ci verrà spiegato che la gente ama la privacy e solo in secondo luogo costituisce un vallo di sicurezza, la nostra impressione resta quella che le motivazioni vadano esattamente invertite, ed anche di molto. Tra l’altro i mastini che latrano all’interno dei cortili non sembrano essere solo degli animali da compagnia. La presenza di antifurti ovunque non lascia spazio ad ulteriori interpretazioni.
Occorre a questo punto aprire un discorso che accomuna le poche città namibiane degne di questo nome: muri, fili spinati, talvolta elettrificati, sono una costante anche se non si percepisce un vero pericolo, ma è evidente che c’è. La popolazione di colore più povera viene a cercare lavoro prima a Windhoek e poi a Walwis, se non lo trova è costretta a vivere di espedienti e la gente per conseguenza deve proteggersi in qualche modo. Difficile leggere i delicati meccanismi che reggono la società namibiana, ben più semplice comprenderne le regole non scritte della scala sociale: un 10% di bianchi comanda l’economia (una forma di prevalenza sociale) e non può non influire sulla politica, governata fin dal 1990 da uomini di colore della SWAPO, il partito filocomunista ai tempi delle battaglie per dall’indipendenza ora trasformatosi in socialista moderato. La gente di colore occupa anche posizioni elevate, così come i poliziotti sono tutti neri. In un poster dove si vedono foto di ministri ed esponenti politici uno soltanto risulta essere bianco. Resta chiaro che la pur non elevata percentuale di emarginati è rappresentata unicamente da gente di colore. Si ha l’impressione che gli abitanti delle zone rurali, i quali hanno deciso di vivere in città nonostante una cultura e costumi completamente diversi, abbiano poi finito per sprofondare nella miseria e nelle sue nefaste conseguenze di alcolismo, droga ecc.: questo è il risultato dell’insuccesso urbano dovuto a mancata integrazione, probabilmente coloro i quali sono rimasti nelle capanne riescono ad avere un livello di vita più dignitoso come avremo occasione di vedere nei giorni successivi attraversando la parte più nera della Namibia. Al tempo stesso va detto che il Paese presenta un’organizzazione prettamente teutonica, pur avendo la Germania dominato solo per un trentennio a cavallo del secolo passato, il resto dei bianchi è costituito da sudafricani emigrati durante il protettorato dal dopoguerra all’indipendenza. L’organizzazione che i bianchi riescono a dare, pur fra contrasti ed ingiustizie fra i diversi ceti, confluisce in uno status di maggior benessere per tutti, particolarmente evidente se confrontato con altri Stati confinanti, in particolare con lo Zimbabwe dove il presidente Mugabe aveva esercitato una sorta di apartheid al contrario.
Fra i turisti notiamo una buona presenza di francesi oltre a gente di lingua tedesca e fiamminga. Per entrambi questi gruppi riesce difficile capire se si tratti di viaggiatori provenienti dall’Europa o locali namibiani/sudafricani, nel secondo caso discernere il fiammingo dall’afrikaans è esercizio di cui non siamo capaci.
Andiamo a cena al Waterfront presso l’informale quanto piacevole ristorante Anchor’s per gustare dell’ottimo pesce. Fuori regna il silenzio più assoluto e le vie sono praticamente deserte, tanto che pensiamo di aver fatto bene a prendere la macchina, anche se si sarebbe potuto coprire la distanza comodamente con una passeggiata. Questo incuriosisce particolarmente se si considera che è stagione turistica, anche a Swakopmund avremo la stessa sensazione: nessuno per le strade ma locali pieni di avventori, molti dei quali sono gente del posto.

Pernottamento
Bushtrommel Accommodation – Walvis Bay

IT

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