Giorno 6

Damaraland

Damaraland: Brandberg, Organ Pipes e Twyfelfontein. Tracce del passato

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Damaraland

Damaraland

Il sole si leva all’orizzonte ed incendia le rocce levigate intorno al campo. Torniamo con il pensiero alle Olgas, formazioni rocciose simili nel Red Center australiano. Forse ci siamo anche come latitudine; il granito è diventato quasi incandescente, sembra di doversi scottare solo a toccarlo. Gli alberi rivolti ad est si illuminano di luce giallastra e mettono in risalto i loro rami secchi, a formare un semicerchio nero sorretto da un esile tronco; quasi a sembrare una radiografia, meraviglie dell’Africa che da sole varrebbero il viaggio. Dopo aver fatto impazzire la fotocamera per alcuni intensi minuti occorre preparare la colazione e riassettare le tende. Ma oggi lo facciamo per la prima volta col chiarore del giorno e l’operazione non presenta problemi particolari. In effetti se alla sera è sufficiente aprire i 12 laccetti per tenda che fissano la copertura ed aprirla dopo averne agganciato la scaletta, al mattino l’operazione inversa richiede un po’ più d’attenzione e qualche minuto in aggiunta, poiché la tenda va reinserita adeguatamente e ripiegata ai lati. Il riposizionamento della copertura va effettuato con precisione per evitare intrusioni di polvere nella tenda durante i trasferimenti. Ci avviamo quindi alla zona reception dove c’è l’acqua per l’espletamento delle funzioni mattutine di lavaggio viso/denti e siamo pronti a partire per il cuore del Damaraland.

Rocce rosse e rocciose dominano il paesaggio sotto un cielo azzurro.

Organ Pipes

Si sale in direzione nord verso Uis lungo una strada non particolarmente buona a causa dei sobbalzi, effettuiamo una deviazione di 25 km verso Brandberg. Come dice il nome in tedesco, bisognerebbe vederlo al tramonto quando s’infuoca ma ci accontentiamo di osservare questa montagna rossastra tendente al marrone a metà mattinata, consci che ogni giorno riserva un solo tramonto e non si può essere in più luoghi contemporaneamente. Ci sarebbe da vedere la pittura rupestre della White Lady ma ciò richiede una camminata di due ore sotto il sole a picco e non ne avremmo il tempo. Si rientra sulla D2319, raggiungiamo Uis, circondata da miniere di stagno con un curioso terreno a strisce orizzontali che variano dal rosso intenso al bianco, a distanza di poche centinaia di metri; poi la strada si fa più sinuosa lungo le colline intorno a Sorris Sorris, un villaggio dotato di scuola e centro medico in un contesto ben sviluppato a discapito dell’ambiente isolato e arido. Animali da cortile vagano in cerca di cibo in un ambiente agreste. Ad un certo punto ci troviamo ad un bivio che non riscontriamo sulla cartina ed anche il GPS non è di grande aiuto. Un breve consulto ed un po’ d’orientamento ci consigliano di svoltare a destra nella giusta direzione. Pranzo poco oltre nel letto secco di un fiume, all’ombra di un grosso albero: in questi casi si apre la ribalta posteriore del mezzo, si prende il pacchetto di salumi e formaggio dal frigo e si mangia in piedi, felici di potersi sgranchire le gambe. Solitamente, all’ombra la gradevole ventilazione concede un piacevole ristoro, mentre sotto il sole la temperatura è sui 35°, tuttavia mai soffocante grazie all’aria secca e considerando che ci troviamo a ca. 1200 mt di quota. La monotonia del paesaggio arido viene frequentemente interrotta da letti di fiumi dove grandi alberi affondano le loro radici in profondità. Non vi sono ponti, la strada semplicemente scende e risale, considerando che molti di questi corsi si riempiono solo per pochi giorni all’anno. L’erba essiccata rappresenta un buon nutrimento per pecore, capre e bovini. Anche se i cartelli riportano di prestare attenzione all’attraversamento di animali selvatici, l’ora calda della giornata ci impedisce di vederne. Lungo la strada c’è un villaggio himba con donne ricoperte dalla tipica argilla rossa e a seno nudo che invitano ad una visita. Niente di osé, si tratta del loro modo di vivere e troveranno ridicoli noi che siamo vestiti nonostante il caldo. Questa etnia vive a ca. 200 km da qui, nelle regioni difficilmente raggiungibili del nord ovest al confine con l’Angola. Per far conoscere la propria cultura e racimolare qualche dollaro hanno spostato un piccolo villaggio in modo da essere più accessibili a chi è di passaggio. Allo stesso modo prima del bivio successivo si trova un Centro Culturale dei Damara (*), nel quale spiegano vita e cultura dell’etnia locale. La prossima tappa sarà rappresentata dalle Organ Pipes e la Burnt Mountain, che si riveleranno due vere delusioni al costo di 50 NAD. Mentre la prima consiste nello scendere nel letto di un fiume in secca per vedere i parallelepipedi di roccia basaltica assai scarsi quanto ad interesse ed imponenza, la seconda ha le sembianze di una collina sulla quale si è abbattuto un fulmine. Rientrano in quelle destinazioni che meritano una vista solo se ci si trova strettamente in zona, ed è effettivamente il nostro caso vista la vicinanza del museo all’aperto di Twyfelfontein, (**) dove una giovane guida ci svela le pitture rupestri presenti in zona, con una passione tale da coinvolgere anche chi come noi non è particolarmente acculturato di questa arte storica. Scopriamo quindi che le giraffe raffigurate costituiscono un simbolo religioso in quanto si crede che con il loro collo lungo possano raggiungere le nuvole e far piovere, il leone viene rappresentato con cinque dita anche se in realtà ne ha 4 e la coda lunga a significare la figura dello sciamano che è tanto uomo quanto leone, ovvero il supremo fra gli uomini col compito di intercedere e mediare con le divinità raggiungendo lo stato di trance. I cerchi disegnati sulla pietra rappresentano le pozze d’acqua, il punto nel centro sta a significare la presenza di una sorgente, se non c’è nulla vuol dire che la pozza raccoglie solo l’acqua piovana ed è destinata a prosciugarsi al termine della stagione umida. Questa simbologia è curiosamente presente anche fra gli aborigeni australiani che vivono in un ambiente molto simile alle stesse latitudini. Veniamo inoltre a conoscere la differenza fra rinoceronti bianchi e neri: non ha nulla a vedere col colore della pelle, si tratta di un errore di traduzione quando il termine wide (largo nel senso di bocca più ampia) è stato tradotto in afrikaans come witte (bianco). I bianchi in effetti hanno la bocca più larga in quanto mangiano erba mentre i neri si nutrono maggiormente di foglie. Inoltre nei bianchi i piccoli camminano davanti alle madri mentre i neri le seguono. Curioso e simpatico il paragone che ci offre la guida, di come gli uomini neri portano i figli dietro (sulla schiena) ed i bianchi sul davanti (in braccio). Vediamo inoltre sagome di fenicotteri e foche, segno evidente che gli antichi abitanti avevano avuto contatti con le località sull’oceano, probabilmente per prendere il sale necessario al sostentamento. Per dare un’età alle pitture, dal momento che non esiste carbonio col quale stabilirne una datazione, si considerano i pigmenti usati per il colore a seconda dell’animale e del materiale utilizzato. Tali pitture sono state rese possibili in quanto l’incisione del granito risulta più agevole rispetto alla pietra calcarea, con conseguente miglior mantenimento. Il posto è frequentato dagli elefanti del deserto, animali che col tempo sono stati in grado di adattarsi alle aride caratteristiche imposte dalla natura. Non riusciremo purtroppo ad avvistarne, dovremo accontentarci di vederne solo le evidenti tracce lasciate sul terreno… All’uscita dal sito uno scoiattolo fa capolino fra le pietre: questi animaletti si sono adattati alle calde temperature sfoggiando una folta coda che usano come parasole per ombreggiare il loro esile corpo e difendersi dal caldo. Copriamo la ventina di km che ci separano dal prossimo campo, in zona molto tranquilla e decentrata, anche qui lungo il letto di un fiume. La cena oggi prevede antilope e struzzo cotti sul braai, come sempre accompagnati dal vino sudafricano. L’atmosfera è di quelle che si vorrebbero vivere tutto l’anno, con il sole che allunga le ombre fino a sparire dietro la montagna rocciosa. Il fatto che il camp si trovi in prossimità di un fiume assicura la presenza di acqua ed anche in quest’occasione ci rendiamo conto dell’importanza di questa risorsa, considerata come un’abitudine scontata da noi che ne abbiamo in abbondanza. Umani, animali e vegetazione fondano la loro vita e scandiscono i loro tempi in funzione di piogge, pozze, sorgenti o quant’altro possa procurare l’oro azzurro. La pioggia viene considerata come un dono divino ed è il primo quanto essenziale desiderio di chiunque, ricordato tanto nelle preghiere religiose come nelle feste o nella simbologia. Addirittura si pensi che la valuta del Botswana si chiama Pula, che nel linguaggio locale significa “pioggia”, in un chiaro binomio che combina l’acqua alla ricchezza. Il camp offre docce funzionali e pulite, realizzate con pietre simili alle nostre lose, porte in legno e tende fatte con rametti di bambù. L’acqua calda è assicurata da capienti contenitori posti al sole. Ogni piazzola, spaziosa e dotata di recinzione antivento su tre lati, è dotata di filo per il bucato, BBQ e lavandino in acciaio con acqua corrente. La temperatura gradevolissima ci fa indugiare a chiacchierare seduti a tavola nel dopocena, al lume delle candele che abbiamo scelto per illuminare il nostro desco al posto dei led. La conclusione della serata con un buon bicchiere di sidro fresco ci predisporrà al meglio per un sonno ristoratore.
(*) Damaraland, sta a significare la terra del popolo Damara. Si tratta di una regione arida e montagnosa costituita principalmente di arenarie rossastre che, secondo i geologi, risalirebbero a più di 150 milioni di anni fa. Mentre la storia geologica è ben conosciuta, quella della popolazione lo è molto meno e anzi rimane un mistero: fisicamente di origine bantù, il popolo Damara parla la lingua detta “a click”, usata dai San-Boscimani. Sembra che i Damara siano uno dei primi popoli negroidi ad aver raggiunto l’Africa Australe prima dell’età del bronzo, provenendo dall’Africa Occidentale.

(**) “la sorgente insicura”, che fu il punto d’incontro di una moltitudine di animali e di una popolazione di cacciatori. Una realtà illustrata da mirabili incisioni che raffigurano, per lo più, animali cacciati, impronte degli stessi, segni astratti, simboli, ecc., tutte impresse sulle enormi rocce rosse cadute dalla parete. Pare che alcuni esempi di questa magnifica arte rupestre risalgano a 8.000 anni fa e che gli autori siano stati di origine Khoi-San, in qualche modo gli antenati degli attuali Boscimani San. Lo scopo di queste rappresentazioni rupestri è sempre stato magico o rituale-propiziatorio. Nel 2007 è stato riconosciuto patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO.

Pernottamento
Xaragu Camp – Twyfelfontein

IT

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