Giorno 4
Waalwis Bai
Crociera al largo di Waalwis e escursione in fuoristrada per vedere dove il deserto incontra l’oceano.
Waalwis Bai
Oggi la giornata si presenta meno impegnativa e, dopo due giorni intensi, la cosa non guasta affatto. Svegliandoci di buon’ora andiamo prima a vedere le saline di Walwis, dove viene prodotto il 90% di tutto il sale consumato nell’Africa meridionale. E’ curioso vedere i bacini dove l’acqua marina viene posta a decantare e le montagne di sale raffinato pronte per essere caricate sui camion. Alle 8,30 ci imbarchiamo per una mini crociera a Pelican Point, un faro situato lungo una lingua di sabbia prospicente la costa di Walwis. Un po’ di spettacolo in partenza, con un pellicano ed una foca che salgono a bordo per uno show remunerato con pesci freschi. Prendendo il largo vediamo una numerosa colonia di delfini nuotare seguendo la nostra rotta ed abbiamo la fortuna d’incrociare anche una balena. Sulla spiaggia in prossimità del faro camminano lenti un gruppo di fenicotteri mentre la numerosa colonia di otarie ozia e pesca tranquilla sulla spiaggia. Queste ultime non hanno praticamente nemici come gli squali bianchi o le iene, pertanto riescono a proliferare più del necessario, causando scompensi alla fauna ittica visto che un’otaria mangia da sola un ottavo del suo peso al giorno; inoltre le femmine sono molto prolifiche, dopo il parto allattano ed istruiscono il figlio per alcuni giorni per rimanere subito nuovamente incinte. Tutto questo crea forti diatribe fra ambientalisti e coloro i quali vorrebbero una selezione di questi animali. Di fenicotteri ne esistono invece due tipi: quelli rosa, più piccoli, e quelli biancastri con le zampe più alte. La differenza cromatica fra i due è dovuta al fatto che i primi si nutrono maggiormente di alghe e di gamberetti insabbiati appena sotto il fondo dell’acqua, mentre i secondi pescano più in profondità. Al largo del porto c’è una piattaforma per l’estrazione del greggio e le navi fanno la spola o attendono per entrare nel porto stesso. Ce ne sono alcune ancorate e legate le une alle altre, sono in ristrutturazione ed in attesa di essere vendute se non demolite, essendo già chiaramente in avanzato stato di arrugginimento. E sono proprio queste navi che ci ripareranno dal vento durante un brunch che ci vede pasteggiare con ostriche e vino spumante. Nel pomeriggio facciamo un’esperienza diversa ed andiamo a Sandwich Harbour, attraversando le dune che si gettano direttamente nell’oceano. Non si può andare con mezzi propri e la cosa è più che comprensibile. Il nostro autista prima di avventurarsi sulle sabbie provvede a sgonfiare i pneumatici in modo che facciano maggior presa, poi ci vuole una certa maestria per non finire insabbiati. Viaggiare su questa superficie morbida non offre alcun impatto e non si sente quasi il brusio dei pneumatici sul terreno. La spettacolarità sta nel salire e scendere dune, la cui ripidità sulle prime fa venire qualche brivido.

A metà pomeriggio ci si trova con un paio di altri gruppi per uno spuntino al riparo dal vento. In zona ci sono parecchie piante di meloni nara: sembra incredibile come possano crescere e fruttificare in un ambiente tanto ostile ma la loro presenza è una palese testimonianza di come la vita si aggrappa a quel poco che la natura le offre per proliferare. In tal caso il poco giunge sotto forma di brezza marina. Ma anche nel deserto, nella zona del Kuiseb, i nara sono la fonte di sostentamento per le popolazioni locali. In una depressione fra alte dune c’è il buco profondo scavato da un coyote alla base del quale si vede dell’acqua: approfondendolo l’acqua aumenta e rappresenta un’altra prova di come sotto il deserto dimori questa sostanza di vita, sapientemente captata da uomini e animali. E’ impressionante rilevare che si tratta di acqua dolce, pertanto non proveniente dal mare che dista solo un centinaio di metri ma canalizzata tramite chissà quali meandri sotterranei per giungere fino a qui. I locali sanno quali piante sono specializzate nella ricerca di acqua, pertanto a seconda della vegetazione presente in superficie possono dire dove si trovi la fonte, considerando però che alcuni arbusti come i nara riescano ad affondare le radici per oltre 10 mt di profondità. La sabbia talvolta presenta lievi ondulazioni sulle quali si forma un deposito nero, è l’effetto magnetico della grafite che si separa e si posa sulla cresta. Incontriamo degli orici, springbock, sciacalli e qualche iena, oltre ad una foca solitaria probabilmente portata fuori rotta dalle onde o da qualche altra recondita ragione, col forte rischio di finire in pasto a un carnivoro di passaggio. L’autista è simpatico ed aperto al dialogo, così ci racconta che vive a Walwis Baai da 5 anni e ci spiega come funziona la vita in questa strana cittadina. Intanto scopriamo che vi abitano ca. 100.000 persone e viene subito da chiedersi come possa esserci acqua a sufficienza per tutti. Ci viene risposto che esiste un acquedotto il quale capta le sorgenti del Kuiseb nell’entroterra (sotto il deserto solitamente c’è molta acqua disponibile) e serve la parte sud della città, mentre per la parte nord esiste un impianto di riciclaggio dell’acqua, ma non esistono impianti di desalinizzazione dell’acqua marina. E’ la seconda città industriale dopo Windhoek e pertanto meta di chi cerca lavoro, che tuttavia si ferma anche quando non lo trova, contribuendo in tal caso a creare una certa turbativa sociale. Abitare a Windhoek presenta lo svantaggio di non avere il mare con le relative attività, tuttavia il clima è molto più stabile lungo il corso dell’anno, mentre qui presenta frequenti sbalzi freschi durante l’inverno a causa della corrente marina antartica di Benguela, apportatrice anche di nebbie e deterrente della pioggia che viene invece scaricata al largo nell’Atlantico. Più a nord, lungo la Skeleton Coast, oltre a vedere il deserto che si getta nel mare come avviene da queste parti, si possono osservare leoni ed elefanti che arrivano a lambire la costa, in uno scenario del tutto inconsueto. E’ curioso rilevare come tutti si lamentino del vento forte, a noi sembra sì ben ventilato ma ci parrebbe del tutto naturale in una località situata proprio di fronte all’Atlantico. E con questo comprendiamo bene la ragione delle frequenti nebbie che avvolgono la zona, oggi del tutto assenti. Mentre percorriamo i 40 km che ci portano a Swakopmund la strada viene attraversata dalla sabbia portata dal vento, una tempesta vera e propria, con le vetture provenienti in senso inverso che paiono arrivare dall’inferno. Sembra neve che scende in orizzontale. Una volta giunti in città facciamo scorte al supermercato, cerchiamo la guesthouse prenotata, della quale troviamo subito la via ma, dal momento che hanno fatto delle ristrutturazioni non identifichiamo subito l’edificio causa mancanza d’insegne. Dobbiamo chiedere il supporto non gratuito di un tassista per trovarla: in realtà lui non ha fatto nulla poiché nel frattempo è comparsa della gente nelle vicinanze ed otteniamo la risposta che attendevamo. Questo ci porta un po’ lunghi coi tempi ma riusciamo ad essere al ristorante Jetty’s 1905 per l’orario che avevamo fissato. Siamo in uno dei simboli della città e non intendiamo perderlo, non tanto per la mondanità che accoglie quanto per la prelibatezza dei suoi piatti; e ce ne convinceremo ulteriormente dopo aver assaggiato il filetto di springbock e di tonno. Vere delizie che si sciolgono in bocca, in questo locale situato in fondo al molo di legno, sotto il quale onde agitate si scagliano sulla sabbia e fanno ondulare leggermente la struttura.
IT
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