Giorno 7
Etosha I
Petrified Forest, gli alberi diventati metallo. Etosha: una delle ragioni prevalenti del viaggio.
Etosha
Lasciamo il camp poco dopo le 7 per recarci subito alla Petrified Forest prestando attenzione a non seguire i cartelli scritti a mano che invitano ad entrare nella “foresta” presso siti secondari gestiti in modo familiare. Riconosciamo però bene l’ingresso ufficiale, dove veniamo accolti da una guida di etnia Damara, molto preparata, che ha studiato un buon inglese a Khorixas e sta muovendo i primi passi con lo spagnolo. Ci parla inoltre della loro lingua locale che prevede l’uso di un suono detto click; si tratta dello schiocco della lingua contro il palato e ne esistono quattro forme a creare suoni diversi per esprimere stati differenti, ed è in uso sia fra i boscimani che fra i Damara. I boscimani sostengono che i Damara, pur essendo della stessa origine san, non appartengano al medesimo gruppo etnico. I tronchi che si presentano di fronte a noi sono stati trasporti qui dall’Africa Centrale tramite alluvioni in epoche remote, quindi ricoperti dal fango che non ha lasciato passare l’ossigeno ma ha consentito il filtraggio di alcuni minerali che sono andati a pietrificare i tronchi. I rami e le radici sono stati portati via successivamente o si presume che non siano nemmeno arrivati fin qui. Ci sono tre colori: il rosso che deriva dall’ossido di ferro, il nero del manganese e il bianco del silicio. Il tronco più lungo arriva a 37 mt, il che lascia immaginare l’altezza delle foreste di un tempo. Con nostra sorpresa la guida ci dà in mano un pezzo di tronco e ci chiede di buttarlo per terra: sulle prime restiamo titubanti nel trovarci fra le mani un tale pezzo di storia e doverlo scaraventare a terra col rischio che si frantumi. Dietro sue insistenze lo facciamo e scopriamo che non solo non si rompe ma all’impatto suona come fosse metallo, infatti le sostanze organiche del legno sono state rimpiazzate da cellule minerali ed ora si tratta di metallo vero e proprio, seppure con le forme di un tronco con tanto di derivazioni dove erano impiantati i rami. La conseguenza di questo processo rende il peso specifico dell’ex tronco superiore rispetto alle pietre tradizionali. Vediamo anche un paio di esemplari di welwitscha, pianta millenaria con due sole foglie che il vento taglia in diversi filamenti quando crescono: quelle presenti qui hanno circa 100 anni. Esistono piante maschi e femmine, di solito situate molto vicine e si riproducono tramite impollinazione d’insetti. La femmina presenta foglie più lunghe che aprendosi consentono l’uscita dei fiori, mentre il maschio ha il polline. Esiste poi un’altra pianta (vedi foto) il cui profumo risulta sgradevole ma i frutti una volta fatta bollire sono utili per curare problemi intestinali, mentre le bacche vengono spesso somministrate come integratore alimentare ai cavalli. Per quanto ci troviamo di per sé in una regione arida, negli ultimi anni le piogge si sono ulteriormente diradate, tanto da non consentire più ai fiumi di fluire regolarmente nemmeno durante la stagione umida: le precipitazioni sono attese nel mese di novembre, tradizionalmente non sono molto copiose ma sufficienti per far rifiorire il paesaggio ormai secco da mesi. Quando siamo arrivati l’addetto al parcheggio ci aveva fatto rilevare come la gomma anteriore sinistra fosse particolarmente sgonfia. Decidiamo di fare il giro per capire se si tratta solo di un problema di pressione oppure sia un foro vero e proprio. Al nostro ritorno la gomma non si è ancora sgonfiata del tutto ma appare evidente che abbiamo forato. Occorre cambiarla con una delle due che abbiamo a disposizione, in realtà una sola (quella sottopianale necessita di una chiave lunga che serve anche per il cric a distanza ma si sono dimenticati di darcela dal car rental). Usiamo pertanto la ruota situata nella cabina posteriore ed uno dei due addetti si guadagnerà la mancia impolverandosi per azionare il cric sotto l’asse anteriore. Da qui a Khorixas ci sono solo una ventina di km per andare alla prima stazione di servizio e far riparare la ruota bucata, che ci verrà rimborsata dall’assicurazione. Le stazioni di servizio sono una sorta di bazar, punto d’incontro fra vari soggetti non sempre limpidi, dove giovani benzinai si contendono i clienti chiamandoli alla pompa di loro competenza. Qui ci sono addirittura alcune guardie private, in divisa e con tanto di manganello per mantenere l’ordine. Risolviamo il tutto in una mezz’oretta e possiamo ripartire alla volta di Outjo dove è in programma di fare la spesa. Poco prima sorpassiamo un corteo funebre che viaggia spedito: il carro funebre è un furgone vetrato, bordato di nero e con gli indicatori accesi, cui segue un camioncino con pianale aperto carico di persone ed un paio di vetture. Sono curiosi i piloni della rete elettrica, non piantati nel terreno ma appoggiati su una piccola base con 4 cavi che li tendono e li mantengono in posizione. Di natura completamente diversa sono invece le montagnole di pietra che escono aguzze dal terreno, il cui esempio più importante è rappresentato dal Vingerclip. Riusciamo ad arrivare ad Etosha (*) verso le 15 entrando dall’ingresso sud di Andersson Gate, prendiamo il biglietto per due giorni e ci addentriamo subito nel settore occidentale per cercare la fortuna di vedere i leoni in prossimità della pozza di Okondeka. Qui troviamo un paio di maschi con quattro femmine e qualche cucciolo che riposano beatamente non distanti dall’acqua. Dormono profondamente, salvo ogni tanto tirarsi su, stirarsi e tornare a dormire. Restiamo fermi per un’oretta a guardare i piccoli quanto pigri movimenti dei re della foresta, increduli di essere di fronte a tanta maestà felina. Dobbiamo uscire prima del tramonto e li salutiamo quando sono ormai le 17 passate.

Fauna locale
Nel frattempo abbiamo anche visitato altre zone prospicienti e ricche di fauna. Tutto lascia promettere una buona “caccia” fotografica anche per domani. Il bello di questi parchi di grandi dimensioni sta nel fatto che ognuno è padrone del proprio destino in materia di ricerca di animali. In tutto esistono quasi un centinaio di pozze e bisogna aggirarsi fra le più ricche d’acqua nei momenti propizi dell’alba o del tramonto per vedere scene spettacolari. All’interno del parco non è concesso scendere dai mezzi, fatto salvo per le zone sicure dove si trovano i servizi. Vista l’estensione il traffico non è molto, cosa che conferisce ulteriore magia e consente un maggior contatto con gli animali e con l’ambiente circostante. Un gruppetto di iene gironzola poco prima dell’imbrunire in cerca di carne. Usciamo giusto in tempo, quando il sole ci dice che per oggi può bastare e ci saluta con il suo semicerchio arancione mentre s’inabissa nel lontano ovest. Il camp dista pochi minuti dall’ingresso del parco e siamo subito lì. Purtroppo vediamo un ghepardo nervosamente costretto alla cattività, ma questo non conta dal punto di vista della nostra caccia: troppo facile avvistare gli animali costretti dietro una griglia metallica. A proposito di griglia, oggi sul braai facciamo andare wurstel e bistecche di kudu. La piazzola è molto ben attrezzata, fa caldo ma con il passare delle ore il sacco a pelo diventa la copertura più consona e non ne avanza.
(*) Creato nel 1907, il Parco Etosha è uno dei primi parchi sorti per la protezione della fauna e della flora. All’origine, comprendeva una fascia di territorio fino alla Skeleton Coast, sull’ Oceano Atlantico. Attualmente la riserva copre una superficie di 22.570 kmq, il cui centro è costituito dal “pan”, bacino perfettamente piano, lungo un centinaio di chilometri e largo una quarantina. Il pan era, nei tempi remoti, un lago collegato al sistema del fiume Kunene, ma ora è secco e la sua superficie di argilla e sale brilla alla luce del sole. Paradossalmente questa nudità biancastra offre protezione agli animali più vulnerabili visto che l’assenza di vegetazione non lascia nascondigli ai pericolosi predatori.
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