Giorno 11
Tsodilo + Maun
Le Tsodilo Hill, alture nel Kalahari. Contornando l’Okawango da ovest fino a Maun
Mattina a Tsodilo
Il mattino successivo l’unica luce rossastra è visibile ad oriente, che si presenta infiammato ma stavolta è solo l’alba a darci la sveglia. Il fuoco ha esaurito la sua spinta distruttrice, mi dirigo verso la reception per cogliere alcune immagini con la fotocamera; l’addetto sembra più sollevato, l’oltrefiume lascia solo più trasparire tracce di bruciato sull’alta riva antistante. Non fuma nemmeno, i canneti sono completamente arsi e non c’è legna di alto fusto. Si fa colazione e si parte lungo la A35 in direzione sud per una trentina di km, per svoltare a ovest su una bella sterrata di 35 km verso le Tsodilo Hills, alture Patrimonio dell’Unesco, situate in mezzo ad un immenso tavolato pianeggiante e recanti i segni di passaggi umani ancestrali. Sono da poco passate le 8 e siamo fra i primi a trovarsi all’ingresso. Prendiamo una guida ed andiamo a percorrere il Rhino Trail. Ci vengono illustrate le pitture rupestri, scoprendo così che sono state create da popolazioni san ed hanno circa 3000 anni. Anche qui ci sono raffigurazioni di balene e delfini, testimonianza dei contatti avuti in passato con le zone costiere del Sudafrica o della Namibia. Le pitture possono essere fatte con del colore bianco o rosso. Quelle rosse ritraggono gli animali selvatici, mentre quelle bianche sono per animali domestici o altre rappresentazioni. La tintura rossa viene preparata con l’uso di sangue animale, urina e terra, così come quella bianca deriva da ossa frantumate, urina e sabbia chiara. In zona sono presenti molti selvatici inclusi i leopardi, vediamo la buca scavata dal formichiere alla ricerca di prede. Un alto baobab ci si staglia di fronte, trovandosi proprio davanti ad una roccia ha sviluppato le attitudini alla crescita per cercare la luce da cui trarre parte del nutrimento. Risaliamo la collina aggirando dei massi per poter godere di una vista da posizione privilegiata: di fronte a noi si staglia l’altra formazione che svetta in mezzo alla pianura.

Al di là delle pur interessanti nozioni storiche del sito siamo anche assetati di conoscere la realtà locale e quella dei locali. Scopriamo così che i villaggi sono parte di etnia boscimane e parte di etnia mbukushu. I san erano tribù nomadi (ora molto meno) mentre i boscimani costruivano capanne stabili fin dall’antichità, pertanto si distinguevano per la loro sedentarietà. Secondo la guida il termine bantu sta genericamente ad indicare tutte le genti di pelle nera. Palando di malaria si capisce come rappresenti ancora oggi un grosso problema durante l’umida estate che sta per arrivare. La settimana scorsa ci sono state le prime piogge e la vegetazione sta iniziando a tingersi. Dicono che l’AIDS è una malattia propria dei babbuini, trasmessa poi all’uomo tramite rapporti sessuali avuti con gli animali. Un’affermazione che ci è difficile confermare o smentire. E’ invece un tragico dato di fatto che il Botswana negli ultimi decenni sia stato letteralmente flagellato dalla malattia e solo ora sembra si vedano i progressi portati da cure e prevenzione. Un dispenser di preservativi a cui attingere a titolo gratuito si trova proprio all’ingresso dell’edificio del parco. Sono ormai le 11 quando usciamo per affrontare prima i 35 km di buon sterrato e poi i 400 che ci porteranno a Maun. In realtà lo sterrato si rivelerà meglio dei successivi tratti asfaltati; questi sono un vero stillicidio di buche sovente profonde, che compaiono a macchia di leopardo. A volte si possono aggirare passando sulle banchine laterali (queste si vedono a distanza e rappresentano già il segnale d’allarme), sovente occorre passarci dentro riducendo drasticamente la velocità. Un’attenzione e una tensione che durerà almeno per un paio d’ore, fin quasi all’incrocio di Sehithwa, dove svoltiamo verso est in direzione di Maun su una strada di miglior fattura. Questo non significa abbassare l’attenzione in quanto la carrozzabile è costantemente attraversata da asini o altri animali domestici. Per la verità avremmo voluto dare un’occhiata anche la lago Ngami, ma a convincerci che non era il caso sono state nuovamente le sabbie, tali da costringerci ad inserire nuovamente il 4×4 per levarci dall’impaccio. Prima di Sehithwa vediamo le deviazioni che conducono ai 13 villaggi Etscha, costruiti per i profughi angolani in fuga dalla guerra nel loro Paese alla fine degli anni ’60. Veniamo nuovamente fermati presso un punto di controllo sanitario, dove dobbiamo scendere e appoggiare i piedi su un tappetino imbevuto di carbonato di calcio. Risaliamo con le scarpe pulite mentre un addetto irrora le ruote del fuoristrada con la stessa sostanza usando la macchina da verderame. Ci viene chiesto se portiamo carne, uova o latte fresco, abbiamo ancora un fondo di latte e questo viene buttato via. A Maun facciamo il pieno di carburante ed un po’ di spesa prima di recarci al Camp situato una decina di km a nord in direzione del delta. Non troveremo le piazzole distanziate come in altri campeggi frequentati in questi giorni, ma sappiamo che è una meta molto gettonata. Vediamo infatti camion per le spedizioni destinate ad esplorare il delta, in un piacevole contesto giovanile e assai poco da turismo organizzato. Ci troviamo di nuovo in una città relativamente grande per il contesto del Paese, centro di comunicazioni e base per quanto attiene il turismo wild dell’Okawango. Al suo ingresso grandi alberi sui lati della strada accolgono il viaggiatore quasi a farlo sembrare l’ingresso in campus americano. Acquistiamo una confezione di legna per il BBQ sul quale cuoceremo la nostra selvaggina quotidiana, con pannocchie ed insalata mista. Un fresco e dolce ananas concluderà la cena.
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