Giorno 10
Caprivi and Botswana
L’Africa nera della Namibia, Rundu al confine con l’Angola, Botswana e incendio a pochi metri dal camp.
Caprivi and Botswana
Alle 7,30 siamo già in viaggio per una lunga giornata di trasferimento nel nordest della Namibia, che ci porterà in Botswana. Attraversiamo nuovamente Grootfontein già animata da ogni genere di affare e proseguiamo lungo il bel rettilineo di 250 km asfaltati che porta a Rundu, si potrebbe percorrerli anche senza disporre dello sterzo! Differentemente da quanto ci attendevamo il tratto non è assolutamente monotono poiché dalla la B8 abbiamo modo di osservare la vita operosa delle popolazioni locali che scorre lungo suoi fianchi. Due stradine sterrate corrono sui lati di quella principale, mettendo in comunicazione i piccoli villaggi recintati e costituiti da ordinate capanne a pianta circolare o quadrata; animali (pecore, capre e bovini) pascolano brucando la poca erba, gente si muove trascinando carretti, donne trasportano derrate sulla testa, per finire con gli onnipresenti bambini che giocano e ci tengono costante compagnia.

I bimbi in particolare sono una vera gioia da osservare: giocando, ma anche recandosi o rientrando da scuola nelle loro divise colorate, hanno sempre un infaticabile sorriso dipinto sulle simpatiche faccine, non si vedono spintonamenti e non li si sente mai discutere a male parole. Camminano a coppie sui lati della strada o trascorrono il loro tempo con giochi e scherzi divertenti. Visitare un Paese significa anche vederne la sua quotidianità, captarne le essenze, immaginare quanto non si vede. Viene automatico fare dei paragoni con la vita che conduciamo per concludere che gli abitanti vivano in condizioni di povertà: ad un’analisi più attenta si nota che non vivono in condizioni d’indigenza, il bestiame abbonda ed è ben nutrito, in generale non manca loro nulla per condurre una vita dignitosa. A nostro modo di vedere potrebbero/dovrebbero avere di più dell’economia di sussistenza di cui dispongono, sicuramente ammalarsi qui non è la stessa cosa che da noi e lo si vede dall’età media decisamente bassa, mancano dei servizi che noi consideriamo come un parametro minimo mentre loro probabilmente non ne avvertono nemmeno l’esigenza. I discorsi da fare sarebbero molti e probabilmente ognuno finirebbe per avere un contenuto di fondamento: di certo la visione che ci appare di fronte oggi insegna chiaramente che non tutto e non necessariamente le cose devono essere viste con gli occhi di chi le osserva. Altro insegnamento lo si trae dal fatto che quanti vivono nelle campagne hanno meno probabilità di arricchirsi, ma corrono anche molti meno rischi di finire in miseria e di conseguenza precipitare nei giri di criminalità, alcool o droga. E’ curioso notare come le capanne costruite o ristrutturate di recente possano riconoscersi tramite il tetto di paglia più chiaro; in alcuni cortili le messi tagliate, legate ed accatastate attendono nuove case da ricoprire. Lo stesso avviene per le tettoie sotto le quali trovano ristoro al riparo dal sole gli animali. In assenza, gli stessi si assiepano sotto la scarsa ombra (il sole nel pieno della giornata è quasi perpendicolare) offerta dai piccoli alberi, fin quasi ad ammassarsi. In altre zone si vedono invece grossi alberi, soprattutto baobab, dalla forma vagamente ad ombrello ed il cui riparo ventilato è veramente rigenerante. Attraversiamo il posto di blocco della Red Line, una sorta di frontiera sanitaria immaginaria posta per impedire la proliferazione di malattie trasmissibili fra bestiame domestico; veniamo fermati e ci viene solo chiesto dove andiamo e da dove arriviamo, senza che venga effettuata alcuna ispezione.
Giungiamo a Rundu, città di servizi e traffici posta sul confine con l’Angola, dove notiamo come alcuni abitanti abbiano dei lineamenti vagamente occidentali e la pelle olivastra, richiamanti i connotati portoghesi. Visitiamo innanzitutto il mercato per vedere uno spaccato della società: molti vestiti anche di colori sgargianti adattati sul momento dalle lavoranti corredate di macchina da cucire, un venditore di televisioni pluriusate con tubo catodico e come sempre la parte più interessante è il reparto ristorazione, dal quale emergono profumi decisamente allettanti. Un’occhiata, la prima, al fiume che ci accompagnerà nei prossimi giorni: l’Okawango, che in questo tratto segna la frontiera con l’Angola, a poche centinaia di metri da noi. Scorre lento in una depressione del terreno, sembra sapere che dopo la sua sfilata di mille km andrà a morire in un ampio delta interno, portando vita e nutrimento ad un numero indefinibile di animali e vegetali. Non vedrà la fine delle sue acque mescolarsi nell’oceano Indiano in quanto le aride colline del Kalahari gli intimeranno di fermarsi prima, creando in questo modo un ambiente spettacolare di cui potremo godere appieno fra due giorni. Ma ora ci tocca affrontare la burocrazia africana in quanto vorremmo cambiare i dollari namibiani residui in Pula del Botswana. La prima banca non cambia valuta, mentre la seconda lo fa ma non hanno Pula e gli USD o Euro possono essere prelevati dalla loro cassaforte solo a fine giornata. Un cortese impiegato di quest’ultima ci indirizza però sulla via giusta sentendo la vicina Western Union ed informandoci che hanno qualche Pula, il resto potrà essere cambiato in Euro. Facciamo così e dopo un’oretta usciamo dalla città con una quantità sufficiente di valuta per il nostro soggiorno in Botswana, integrando quanto mancherà con pagamenti tramite carta di credito. Mentre usciamo dalla cittadina per tornare sulla B8 il GPS ci fa prendere una scorciatoia urbana su strada sabbiosa. Per evitare una vettura proveniente in senso contrario rischiamo di piantarci, ma inserendo il 4×4 ne veniamo fuori bene. Divundu altro non è che un crocevia fra la sterrata che porta in Botswana e quella che attraversando l’Okawango piega verso est, nella Caprivi Strip. Facciamo il pieno spendendo quanto rimastoci di dollari namibiani e ci apprestiamo a passare il confine di Mohembo. Non ci soni intoppi, fatta salva la compilazione dei soliti moduli, perfino più informali nel Paese d’ingresso che in quello d’uscita; più seriosi e formali i funzionari namibiani, dotati di maggior simpatia e cordialità verso il viaggiatore straniero quelli botswani. Fortuna che siamo in pochi, gli unici bianchi presenti in questo confine rurale, dove le capanne rappresentano una comune identità abitativa da entrambi i lati. Presentiamo anche i dati del veicolo e paghiamo le tasse necessarie per il trasferimento del mezzo. Vedendo che siamo italiani ci mostrano un poster dell’Itinera (azienda del nostro Paese specializzata in grandi opere), che da queste parti sta costruendo un ponte dalle caratteristiche futuriste. In generale il comune denominatore della gente incontrata in questo viaggio è la gentilezza e la cortesia, dopo il saluto ti mettono sempre lì un come va che predispone all’apertura del dialogo. La disponibilità a chiacchierare è enorme, sebbene prolissi ed inefficienti nell’eseguire i loro compiti, non mancano mai di attenzione nei confronti degli altri. La burocrazia e la mania di compilare moduli è una caratteristica anche comune: in banca gli impiegati ritagliano con attenzione la carta carbone per i documenti in duplice copia, ed ovunque ci si trova di fronte a qualcosa da compilare, un buon esercizio per mandare in memoria il proprio numero di passaporto e di targa del veicolo. Il Botswana è comunque uno Stato relativamente ricco nel panorama africano e la sua valuta è fra le più forti nel contesto dell’Africa meridionale. Le strade asfaltate sono però meno ben tenute, ma si vedono ampie coltivazioni di verdura (cavoli, ecc.) irrigate con mezzi moderni. Dal punto di vista dell’interesse paesaggistico il Botswana presenta il meglio di sé proprio nella parte settentrionale, dove l’Okawango sfocia in quello che sarebbe altrimenti un deserto, che lui stesso rende florido con le sue acque, trasformando il terreno arido in una verde piana lussureggiante. Non si tratta di una foresta, solo prati, acquitrini e rami di fiume che si estendono in tutte le direzioni. Una mano che allarga le sue mille dita fino alle colline prospicenti il Kalahari, con gli alti e bassi delle stagioni, regalando vita lungo un tappeto d’erba scintillante sotto il sole tropicale, senza pari a questa latitudine. Alberi più o meno isolati punteggiano il paesaggio, concedendo il riparo agli animali. Intorno al delta si sviluppano attività umane semplici fra le capanne di stoppie. Villaggi si susseguono soprattutto sul lato ovest del delta, specialmente lungo quello che qui è ancora un fiume come tutti gli altri, tanto da essere denominato il Panhandle, ovvero il manico della padella. Dalla frontiera proseguiamo per una decina di km fino a Shakawe, dove andiamo al market locale per i primi acquisti, giacché temevamo la confisca di carne, latte ecc dalle autorità sanitarie poste a protezione del propagarsi di malattie nocive per gli animali, come l’afta. E’ interessante cogliere anche gli aspetti della quotidianità: il formicolio di indigenti all’esterno, i ben riforniti banchi della frutta, della panetteria che sforna pane e dolci a getto continuo ed invoglia a comprare di tutto. Solo il reparto macelleria risulta limitato alla carne di vitello e pecora, con la segnalazione ben in vista che si tratta di carne macellata con metodo halal. Ci sfugge la ragione dell’uso di questo sistema di macellazione, dal momento che non siamo in un’area islamica. Così come notiamo l’assenza di carne di maiale invece presente altrove. Manca anche la birra e gli alcolici in generale, non sappiamo se sia per ragioni religiose o piuttosto per impedire la proliferazione di ubriachi in giro per il paese. Usciamo ed i nostri occhi vengono attratti in direzione sud da alte colonne di fumo levarsi in cielo a contrastare l’imminente tramonto. Pochi km dopo Shakawe troviamo il bivio per il nostro camp e rileviamo come la strada vada proprio in direzione del fumo. E’ un’immagine spettrale: man mano che copriamo i 5 km di sterrato sabbioso il sipario diventa sempre più grigio rossastro, fino a quasi oscurare il bosco. Giunti alla costruzione che funge da reception veniamo a contatto con la realtà. Ci troviamo esattamente sul bordo dell’Okawango ma sull’altra riva arde il fuoco. Un incendio di vaste proporzioni sta divorando il versante est, solo la striscia d’acqua impedisce di venirne coinvolti.

Considerazioni finali
Non è solo un crepitio, si tratta di fragore assordante. Alte fiamme stanno divorando metro dopo metro la vegetazione di canne e si stanno dirigendo proprio verso di noi, unica protezione il fiume. Restiamo allibiti nel vedere tale spettacolo ma nel contempo intimoriti da quella che potrebbe esserne l’evoluzione. Successivamente le fiamme vengono spinte in direzione opposta dal vento, ma basta che questo cambi e cambierebbe anche lo scenario per noi. Non essendo una zona ad alta frequentazione turistica diverse piazzole sono vuote, rendendo così un’ulteriore idea di isolamento. Intanto iniziano a piovere i tizzoni bruciati, per fortuna spenti. Coccodrilli galleggiano appena sotto il pelo dell’acqua incuranti di quanto sta accadendo. Ad ovest un altro spettacolo infuocato, questa volta amico, ci dice che la giornata sta per finire: un tramonto indimenticabile si riflette sul fiume da sembrare quasi doppio, aggiungendo emozione all’emozione. Tornando coi piedi per terra ci domandiamo se abbia senso restare, le rassicurazioni dei gestori del camp non bastano a dare tranquillità per la notte imminente. Del resto, uscire dal campeggio per andare a dormire altrove ci esporrebbe ad altri rischi, vista la presenza di animali, e sono ormai le 19. Ci spostiamo in una piazzola più vicina all’uscita, parcheggiamo il mezzo già in direzione di partenza e disponiamo il tutto per una fuga d’emergenza in piena notte. Nel frattempo il buio è calato ed il fuoco risulta ancora più evidente a poche decine di metri da noi. Prepariamo la cena ed attrezziamo le tende situate sopra il Toyota Hilux, sempre tenendo un occhio rivolto verso quanto sta succedendo oltre l’Okawango. Cerchiamo di combattere l’apprensione con una pasta e la scelta di uno fra vini sudafricani (abbiamo del cabernet, sauvignon e shiraz). Ma non è ancora finita: mentre chiacchieriamo seduti a tavola si sentono degli scricchiolii provenienti dall’albero di fronte a noi. Vista la presenza di scimmie in zona pensiamo siano i loro movimenti mentre si arrampicano, ma il rumore diventa sempre più insistente. Mi avvicino all’albero con la pila per percepire cosa stia accadendo: nel buio non si intravedono movimenti, il che lascia supporre non siano gli animali a provocare il rumore. Si fa sempre più forte e poco dopo scopriamo la ragione: un grosso tronco che parte da un’altezza di due metri dalla base e rappresenta quasi la metà dell’intero albero sta per abbattersi. Ci spostiamo rapidamente anche se risulta chiaro fin da subito che piomberà rumorosamente sugli arbusti dall’altro lato. Non vogliamo pensare a cosa sarebbe successo se fosse venuto dalla nostra parte mentre dormivamo nelle tende. Con la frontale effettuiamo un rapido controllo sull’integrità del bosco che contorna la piazzola, sembra essere tutto a posto. Probabilmente l’aria asciutta derivata dall’incendio ha contribuito al distacco della parte secca dell’albero.
Parlando con un sudafricano che campeggia qui da un paio di giorni veniamo a sapere che l’incendio è divampato verso mezzogiorno di oggi e la causa del rogo è da ricercarsi nei pescatori locali, i quali intendono in questo modo creare rapide vie d’accesso al fiume. Sembra che succeda ogni qualche anno, sarebbe proibito ma gli autori probabilmente non verranno nemmeno ricercati. La motivazione sulle prime ha dell’incredibile ai nostri occhi ma ci viene poi confermata; di certo il concetto di ambiente e la sua salvaguardia da queste parti deve passare in secondo piano rispetto ad altre esigenze primarie. Difficile trarne delle conclusioni ed ancora più difficile è darne un giudizio: incendiano per agevolare il loro lavoro e creare quel minimo di economia che consente la sussistenza, in altre località del pianeta lo si fa per ben più bieche ragioni di speculazione ed arricchimento. Dopo cena copriamo a piedi i 5 minuti che ci separano dalla reception per avere le ultime novità. C’è solo un addetto, seduto con la faccia stanca ed una brocca di caffè sul tavolo. Ci ripete di stare tranquilli, ma se lui è lì a passare la notte non è certo per una scelta di piacere. Sul tavolo c’è anche uno smartphone al quale verrà inviato un sms per ordinare l’evacuazione nel caso fosse necessario. Intanto l’incendio continua a divampare nella notte ed a riflettere la sua luce nel fiume: lo spettacolo, nella sua gravità, è comunque mozzafiato, con le colonne di fumo illuminate dalle ruggenti fiamme sottostanti a seguire tutto il lineare tracciato dell’acqua, sembra una fiaccolata. Più avanti c’è un’ansa e lì la vista scompare, ma è proprio dietro la curva che s’intravedono altre fiamme in lontananza, ad un’angolazione poco oltre i 90°, rendendo così l’impressione di essere quasi accerchiati. L’Okawango nel frattempo scorre lento e scuro sotto la piattaforma dove ci troviamo, quando ad un tratto nel buio due puntini gialli luccicanti risalgono la corrente: sono gli occhi di un coccodrillo, del quale intuiamo solo la sagoma strisciante nell’acqua. Sembra di vivere un film dell’orrore, invece è soltanto una delle tante sfaccettature di un’avventura africana. Siamo tranquilli, confidando di aver fatto quanto era nelle nostre possibilità, non resta che andare a dormire e sperare in bene. Verso le due vediamo ancora tutto che brucia ma il vento non è cambiato, per nostra fortuna.
IT
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