Giorno 7
Yazd II
Esplorare Yazd. Moschee, bazar, musei e l’incontro col culto Zoroastriano
Il volto urbano di Yazd
Abbiamo la fortuna (in particolare per gli abitanti del luogo) di incocciare una delle poche piogge che l’anno destina a Yazd, tanto che la guida ci comunica lo spostamento del Free Walking Tour dalle 9 alle 10 in modo da poter camminare per la città senza bisogno dell’ombrello. In effetti quando ci troviamo ha smesso di piovere ed un fresco quanto possente vento ci tiene compagnia. Si tratta di un evento iniziato verso le 5 e vi sono pozzanghere ovunque, ad ulteriore conferma che le precipitazioni sono alquanto rare. A parte le foto che avrebbero preteso uno sfondo cobalto, girare a piedi risulta notevolmente agevolato e la stanchezza si fa sentire di meno in assenza del solito caldo asfissiante. Scopriamo anche come il chiaro degli edifici in molti casi contrasti bene col cielo scuro. Nel pomeriggio tornerà a rasserenarsi ma senza eccessi di temperatura. Viene da chiedersi come debba scorrere lenta la vita nei momenti di maggior calore.
La mattina presto approfittiamo dell’ora libera per visitare il Museo dell’Acqua, utile per capire come funziona il sistema dei Qanat. Le vicine montagne sono la ragione dell’insediamento, fungendo da bacino di acqua originandosi dallo scioglimento della neve ha assicurato nei tempi quanto necessario per la sopravvivenza. Quando la pioggia termina ed il cielo si apre vedremo a distanza le creste imbiancate, sono le vette più alte che possono raggiungere i 4000 mt. Il museo descrive come sono stati costruiti i condotti: gli operai indossavano abiti bianchi in modo da essere visti anche nel buio delle profondità e, nei casi peggiori di incidenti fatali, questi stessi abiti potevano essere usati direttamente come sudari per avvolgerne il corpo. Scendiamo di parecchi metri per giungere al livello di scorrimento dell’acqua. Alcuni portavano acqua pulita che veniva accumulata nelle cisterne (dove poteva starci anche alcuni mesi e mantenuta fredda tramite un sistema di badgir), mentre altri venivano usati per lavare ed infine a scopi d’irrigazione. Nelle case l’acqua arrivava logicamente prima ai quartieri situati a monte, pertanto abitare leggermente più in quota è sempre stato sinonimo anche di un maggior lignaggio sociale. Imbocchiamo il bazar dove stanno aprendo le gioiellerie e non senza difficoltà raggiungiamo il punto prefissato per l’incontro davanti alla Majed-e Jameh. Ci stupisce la massiccia presenza di venditori di collane, braccialetti e monili vari. Da un breve sondaggio apprendiamo come le donne, pur se nascoste dietro abiti che le coprono quasi per intero, quanto a vanità (o gusto per il bello) non si differenziano molto dalle occidentali nella passione per la gioielleria. Visto il numero di negozi e la quantità dell’esposto viene da pensare trattarsi di bigiotteria di matrice cinese, ma veniamo subito smentiti: si tratta quasi sempre di oro vero, le iraniane hanno gusti raffinati e non si accontentano dell’oro finto o laccato, esigono pezzi veri e lo considerano anche un investimento in momenti come questo, di isolamento ed alta inflazione. L’oro insomma non solo come vezzo ma contemporaneamente quale bene rifugio al riparo dai rischi di svalutazione. Vista la grande offerta, viene da pensare che non sia appannaggio solo della borghesia cittadina, ma di chiunque abbia qualche risparmio e ritenga inutile se non lesivo lasciarlo in banca. Pensando alle nostre gioiellerie protette da antifurti ed attrezzate come fortini, a questo punto ci stupiscono i pochi sistemi di difesa da intrusioni di malintenzionati. Ma non occorre fare grandi sforzi mentali per capire che chi ruba in Iran non ha diritto a sconti condizionali e finisce in carcere senza passare dal via. Un’altra bellezza del viaggiare in questo Paese deriva proprio dal senso di assoluta sicurezza che si prova anche nelle zone più congestionate come i bazar. I ladri hanno galera lunga, così come gli assassini hanno vita breve. Un concetto ed un sistema giuridico nettamente diversi rispetto a quelli vigenti nei Paesi occidentali sui quali si potrebbe discutere a lungo, ma qui ed in questo momento la percezione è quella di un’assoluta sicurezza. Ma sul tema giustizia/delinquenza converrà aggiungere due parole a margine.
Arrivando in anticipo al luogo dell’appuntamento, visitiamo il Bogheh-ye Sayyed Roknaddin, il mausoleo dedicato ad uno scienziato vissuto nell‘800, bella la cupola esterna mentre lo diventerà la parte interna in corso di ristrutturazione. Facciamo conoscenza con la guida e le due coppie che condivideranno il tour insieme a noi. Stante il forte vento partiamo subito al riparo nella Majed-e Jameh. Si tratta di un vero capolavoro dell’arte islamica del quattordicesimo secolo, un insieme di simboli, decorazioni e figure geometriche in tante sfumature di blu e turchese. Sembra sia stata costruita su un terreno che era già sacro e dove sorgeva un tempio zoroastriano risalente all’era sasanide e convertita poi in luogo di culto islamico durante la dinastia selgiuchide. L’accattivante assortimento di mattonelle turchesi e mattoni color sabbia del deserto della grande moschea di Yazd crea un’atmosfera suggestiva che riporta a quando la città era un’oasi nel deserto che accoglieva e dava ristoro ai mercanti giunti qui per scambiare beni e idee lungo le Vie della Seta.La maestosa entrata principale è impreziosita da versi del Corano, leggi, buone azioni, un ricco simbolismo dell’arte e della spiritualità della regione. Due imponenti minareti azzurri affusolati rendono ulteriore solennità. Per spiegarci i dettagli delle decorazioni interne la guida usa un sistema intelligente: scatta una foto ingrandita del dettaglio, ce la fa vedere e col dito disegna le lettere riportate. In questo modo scopriamo che certe immagini stilizzate significano una rappresentazione geometrica della parola Allah, mentre altri ripetono sei volte il nome Mohammed. Fra gli ornamenti floreali spiccano i fiori di loto, che si ritroveranno anche a Persepoli, il disegno di quella che a prima vista sembra una goccia ma in realtà è un cipresso inclinato, simbolo di flessibilità e della sua longevità, due caratteristiche alle quali l’essere umano ambisce. E’ uno dei simboli di questa religione ed i suoi rami vengono utilizzati per allestire i nakhl (struttura in legno di cipresso che durante la celebrazione dell’Ashura viene addobbata con teli neri per essere portata in processione). All’altezza del mihrab (una nicchia ricavata all’interno della parete rivolta verso la Mecca, dalla quale l’imam guida la preghiera) c’è un corridoio che proviene dal luogo riservato alle donne, in modo da consentire loro di raggiungere il predicatore e porgergli delle domande senza farsi vedere, in quanto all’epoca era proibito mostrarsi. Ci addentriamo per un giro nella città vecchia e raggiungiamo l’Amir Chakhmaq (comprendente una moschea, una scuola religiosa e il vicino bazar), la Torre dell’Orologio, una recente Moschea in corso di completamento ed il bazar per vedere stagnini ed artigiani al lavoro. Ad un certo punto si apre un caravanserraglio, malandato, ma proprio per questo ancora originale, per intuire come potesse essere un tempo. Le camere al piano superiore erano utilizzate in estate in quanto più ventilate, mentre quelle al pian terreno erano preferite per la stagione fredda. Il mito di queste costruzioni si trova quasi ovunque ed erano gli stessi regnanti a favorirne la costruzione per agevolare il commercio, che portava merci non presenti nel Paese, consentendo di esportarne; il che si riconduceva ad una ricchezza piuttosto diffusa. Patricia, la signora incontrata a Varzaneh, ci raccontava che nell’impero ottomano il soggiorno fino a tre notti dentro un caravanserraglio era gratuito, con servizi di stallaggio incluso. Questo per incoraggiare il trasporto e gli scambi di merci.
Saliamo sul tetto di un locale per avere l’immagine dall’alto della città e delle montagne che la cingono su due lati. Il paesaggio urbano, oltre al monocolore delle case, presenta la caratteristica delle alte torrette forate dette badgir (antesignani degli impianti di condizionamento, costruiti per catturare il vento e convogliarlo all’interno delle case con un sistema ingegneristico ed ingegnoso). Possono essere tanto a pianta quadrata che rotonda, col vantaggio per i secondi che possono raccogliere l’aria proveniente da tutte le direzioni anche se sono più difficili da costruire: presentano dei bastoni orizzontali che fuoriescono dalla muratura: a spiegarne il perché esistono diverse opinioni: c’è chi sostiene servano da collegamento fra le pareti a sostegno della struttura, mentre altri ritengono servissero per arrampicarsi e farci la manutenzione o come parcheggio per i piccioni onde raccoglierne il guano. Forse c’è un po’ di vero in tutte le versioni. Transitiamo di fronte alla piccola e quasi irriconoscibile sinagoga: qui gli ebrei rimasti sono un migliaio, mentre gli zoroastriani sono ca. 5.000. I primi avevano una presenza ben maggiore, ma sono emigrati in altre città o all’estero.
Ci congediamo ed andiamo a fare pranzo nel tunnel pedonale che passa sotto l’Amir Chakhmaq. Avevamo puntato la specialità del luogo, i kebab di fegato. Il nome kebab non deve trarre in inganno: non si tratta del döner che viene tagliato a fette da noi, in questi casi si tratta di pezzetti di carne infilzati da uno spiedino metallico piatto e messi sul carbone ardente. Lo stesso avviene con la carne bovina, ovina o pollo (bocconcini talvolta ricoperti di zafferano) e con i pomodori, il tutto è accompagnato da pane non lievitato. E’ la base della cucina iraniana, tanto nei ristoranti che nello street food. Il tempo ormai è volto stabilmente al bello, ci spostiamo più a nord lungo una trafficatissima arteria e in una pasticcieria acquistiamo una scatola di bakhlava (dolci molto zuccherati a base di pistacchi ed altra frutta secca) per consumare anche il dessert. La destinazione è la moschea di Imam Zadeh Jafar, di recente costruzione (ha circa 40 anni). Uomini e donne accedono da diversi ingressi e le seconde devono indossare il chador, se non ce l’hanno ne viene offerto uno prelevato da un cesto posto all’entrata. Restiamo allibiti dalla sua magnificenza e splendore nel vero senso del termine. L’interno è interamente ricoperto di piccoli specchi che, grazie alle diverse angolature, riflettono la luce in modo diverso e scintillante.
Si fa un giro di 180° per raggiungere il lato opposto; al centro, come un seme racchiuso nel guscio si trova il mausoleo, se possibile, ancora più riccamente decorato. Ci affacciamo solo per un istante e scattiamo un paio foto cercando di non disturbare i fedeli che stanno pregando. Rientriamo senza stancarci di vedere lo scintillante firmamento di specchi che ci contorna, simili a diamanti, a ricoprire pareti e volta del luogo di preghiera. Splendida la cupola anche dall’esterno.
Grazie ad una app scaricata di recente che consente la navigazione GPS anche senza una connessione dati, cerchiamo la fortuna in mezzo ad un quartiere di stretti vicoli per trovarla raggiungendo il Bagh-e Dolat Abad, giardino in tipico stile persiano con l’elemento dell’acqua al centro e un padiglione con il badgir (torre del vento) più alto dell’Iran o forse anche del mondo; una freccia di 33 mt puntata verso l’alto. Il parco è punteggiato da melograni coi loro fiori rossi, arance amare e viti dai tronchi possenti, segno di una certa longevità. Nel sottobosco cresce un cereale che potrebbe essere grano. Di fronte al palazzo si trova un lungo laghetto rettangolare e vari canali dove scorre l’acqua. Le lanterne, forse in disuso, durante il giorno sembrano riportarci indietro di un paio di secoli e sembra intuire i signori passeggiare fra i viali alberati.
Tradizioni e spiritualità
Recuperiamo un taxi e apriamo una parentesi zoroastriana proprio nella città dove questa comunità ha la sua rappresentanza più significativa. Raggiungiamo così le Torri del Silenzio zoroastriane (Dakhmeh-ye Zartoshtiyun), un po’ fuori dal centro abitato, dove i seguaci della religione di Zoroastro deponevano i loro defunti all’aria aperta così che animali e agenti atmosferici contribuissero alla decomposizione. Furono usate fino agli anni ’60 per i funerali. La religione che venera Zoroastro non consente infatti l’inumazione al fine impedire l’ammorbamento della terra e nemmeno la cremazione per impedirne quella dell’aria. Da qui la necessità di issare i cadaveri su due torri costruite sulla cime di rispettive colline e farli divorare dai corvi ed altri uccelli, in un processo del tutto simile a quanto avviene ancora in Tibet; solo che lì non si tratta di rispettare regole religiose quanto quelle della natura che per lunga parte dell’anno vede la terra gelata e la costante mancanza di legna. L’Islam ha sempre tollerato questa pratica e la religione in generale, fatto salvo il rispetto delle regole pubbliche (es. le donne devono portare il velo, non bere alcolici, ecc). Anzi, essendo la religione originale della Persia, ne ha mutuato diversi riti favorendone in tal modo l’integrazione. In anni più recenti è stato costruito un cimitero con tombe stagne che impediscano il contatto con la terra, in un compromesso che sembra aver soddisfatto tutte le parti. Dall’alto si ha una bella vista sulle montagne e sulla città, che conta poco più di un milione di abitanti ma, non avendo edifici molto alti, risulta particolarmente estesa. Ci troviamo in zona sismica, ma in misura minore rispetto al sudest del Paese o alla zona di Teheran. Le costruzioni recenti rispettano le norme antisismiche, fatta salva l’edilizia destinata alla rivendita dove si cerca di contenere i costi e, di conseguenza, la sicurezza. Il taxi questa volta ci lascia all’Ateskadeh (Fiamma Sacra Perpetua), un tempio del fuoco al cui interno brucia la fiamma eterna ininterrottamente dal 470 d.C. In un locale attiguo ma separato da quello dei visitatori, bruciano grossi pezzi di tronco in un braciere, a significare il vertice sacro della religione che, essendo originata ca. 3500 anni fa, e come tutte le religioni nate in quell’epoca, trae molto fondamento dagli elementi presenti in natura come fuoco, vento, acqua. C’è anche un bel museo che ci avvicina a questa che è sicuramente fra le religioni monoteistiche più antiche e dalla quale hanno tratto ispirazione le tre maggiori nate successivamente (buddhismo, cristianesimo e islamismo). All’interno, un’ampia documentazione fotografica ne mostra i riti e le credenze (es. distinzione fra bene e male, tesa ad approfondirne la conoscenza nell’uomo ed estrarne la parte positiva) e ce la fa comparire meno misteriosa, per quanto rimangano molti punti enigmatici e proprio per questo interessanti. Nelle vicinanze si trova un ristorante tipico che ci è stato consigliato; lo raggiungiamo a piedi al cospetto di uno splendido tramonto. Spiccano gli involtini di carne. Un ultimo giro nella zona del bazar dedicata al rame e si rientra.
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