Giorno 9

Meymand

Meymand: il villaggio troglodita. Le abitazioni in grotta dove silenzio e storia si fondono

1 gallerie 0 mappe
Meymand

Meymand

Lasciamo Yazd per proseguire verso sudest in direzione di Kerman, quella che rappresenta per certi aspetti la frontiera con l’off limits dell’Iran, fra la parte sicura e quella dove occorre invece stare attenti. Proseguendo oltre, ampie regioni sono in mano a trafficanti e contrabbandieri che vivono approfittando del caos presente in Afghanistan ed in Pakistan per impadronirsi del commercio e favorire contrabbando e traffici illegali, in primis quello della droga. Va considerato che l’Iran combatte con la pena capitale lo spaccio di stupefacenti, ma esistono alcune zone franche dove anche per le autorità non è facile mantenere il controllo. Da parte nostra non è previsto andare in quelle zone, intendiamo piegare verso sud prima di Kerman e raggiungere un sito molto particolare, quello di Meymand.
Mentre usciamo da Yazd vediamo una fila di persone in coda, sono afghani in attesa di vedersi rinnovato il permesso di soggiorno. Poco fuori raggiungiamo un cipresso vecchio di oltre 2100 anni, ed è ancora bello verde come un giovincello, pur avendo probabilmente visto le armate dell’impero achemenide. Ha solo una sbrecciatura su un lato, causata da un temporale particolarmente violento scatenatosi una settantina d’anni fa. Non è comunque il cipresso più vecchio, ne esiste un altro che raggiunge i 4000 anni e questo è motivo d’orgoglio per la popolazione, la quale si riconosce in questo albero simbolo di longevità e flessibilità nel tempo. Vediamo anche un grosso albero di gelso dal quale pendono i White berries, molto dolci e succosi, che vengono sovente essiccati e si trovano in vendita nei bazar. La fortezza di Sar Yazd non è purtroppo visitabile in quanto ne è recentemente crollato il tetto e la sostituiamo col giardino Pahlavanpour. Come quelli già visti in precedenza, anche questo infonde un clima di tranquillità, il vociare di una scolaresca diventa un sottofondo gradevole quanto utile per rompere il silenzio. Il percorso delle canalizzazioni è assicurato dall’esistenza di un qanat, costruito dagli abitanti di Yazd e per questa ragione i proprietari del giardino avevano sì il diritto a far passare l’acqua assicurando rinfresco e motivo ornamentale, ma non di prelevare il prezioso liquido. La casa signorile è comunque ulteriormente raffrescata dagli onnipresenti e utilissimi badgir. Visti gli estremi delle stagioni la casa dispone di una zona estiva e di una adibita alla dimora invernale, utilizzate quali sedi per incontri e di riposo per i signori locali. Anche qui si rileva la presenza di alberi, alcuni molto alti proprio grazie al passaggio del qanat a bagnare le loro radici. Poi l’acqua esce dal giardino recintato e prosegue verso Yazd, dove passerà prima in città e verrà infine destinata ad uso agricolo. Così come già visto nelle torride regioni di Turpan in Xinjiang, i canali vengono coperti onde impedirne l’evaporazione. Ci sono molti alberi di melograno, un vero simbolo, con i rosso intenso dei suoi fiori in questa stagione, viti, fichi e albicocchi. Zein-o-din è uncaravanserraglio posto a 60 km da Yazd (quindi a due giorni di marcia col cammello), trasformato in guesthouse e ostello di lusso. I restauri sono stati molto rispettosi del passato; salendo sul tetto si possono ammirare le distese desertiche di fronte a noi, che su un lato terminano contro i Monti Zagros. Visitiamo anche gli interni splendidamente addobbati di tappeti e cuscini su cui sedersi, in alcune nicchie ed alcove trovano posto dei vasi per ingentilire le pareti. Osserviamo come le stanze iraniane non necessitino di grandi arredamenti: è sufficiente coprire il pavimento con fantasiosi e ricchi tappeti sui quali appoggiano i cuscini, e mettere il poco mobilio necessario, non avendo bisogno di tavoli o sedie. Lo stesso si vede ed apprezza nell’allestimento delle moschee, non ci sono banchi o arredi. Sovente una distesa di tappeti e la luce che filtra attraverso vetri colorati rendono l’ambiente pieno e magico al tempo stesso. Le porte sono sempre basse mentre i gradini risultano alti e stretti al punto che non è sempre possibile posarci la pianta del piede. Sostiamo per un tè e ripartiamo, anche senza i cammelli a scortare i nostro viaggio, verso la meta odierna di Meymand, un villaggio troglodita. Lungo il percorso il tratto è desertico, con splendide figure di montagne che si elevano sul lato destro, letteralmente spaccato dal verde della vegetazione irrigata tramite pozzi, dal momento che le condutture dei qanat fin qui non arrivano.

Interno rustico di una grotta o struttura rocciosa con pavimenti tappezzati.

Fiancheggiamo soprattutto coltivazioni di pistacchi. Poco prima di Meymand vediamo altre piante sparse in mezzo al nulla, sono selvatiche, alcune delle quali arrivano anche a qualche centinaio d’anni di vita. Raggiungiamo infine la sistemazione troglodita di stanotte, semplicemente splendida ed arredata con un gusto d’eccezione. I due gestori dispongono di 5 abitazioni di questo genere ed intendono rimetterne in uso ulteriori tre. I primi insediamenti umani vanno indietro di 2000/3000 anni, quando si trovò conveniente scavare nella roccia morbida delle grotte nelle quali ripararsi. Ad aiutare, lo strato superiore di diversa conformazione morfologica e più resistente a formare il soffitto. Veniva condotta un’economia di sussistenza, sfruttando l’acqua che scende dal ruscello per irrigare le coltivazioni e l’allevamento di ovini e caprini. Fino a che le politiche di urbanizzazione non hanno preso il sopravvento vivevano qui ca. 10.000 persone in 2.400 case di questo tipo, ridotti ad un drastico 25 abitanti negli ultimi anni, in gran parte anziani che non hanno voluto lasciare il loro luogo di nascita. Molti sopravvivono con un minimo di pensione e grazie a qualche lavoretto d’artigianato. Un’altra ragione di abbandono è data dalla sempre maggiore scarsità d’acqua che riduce conseguentemente le possibilità di coltivazioni.

Negli ultimi tempi il villaggio cerca di rifiorire grazie ad alcune iniziative tese a valorizzare il posto e ad offrire qualche sistemazione ad avventori che intendano trascorrere una notte in caverna come facevano gli antenati. Avventori relativamente di lusso, per la verità, in quanto le grotte be dotate, illuminate in modo da esaltare pareti e soffitto naturali. Anche la cura riservata alle suppellettili non è lasciata al caso. L’accoglienza è fra le migliori, facciamo pranzo nell’abitazione di una signora del posto con una cucina fatta letteralmente in casa, non di lusso ma di qualità. Nel corso del pomeriggio girovaghiamo per il paese, visitando la locale Moschea, l’hosseinieh (sala per cerimonie rituali), oltre alla scuola e all’hammam che sono chiusi. Incontriamo un pullman di studentesse in gita di un giorno da una città nelle vicinanze, ed attraiamo la loro curiosità. Hanno un’età sui 20 / 22 anni, alcune di loro sono già sposate, scambiamo qualche parola con quelle che parlano un po’ d’inglese, scattando foto e selfies. Le domande sono le stesse già ricevute nei giorni scorsi: come mai siamo venuti in Iran nonostante le voci che circolano nel mondo sul conto del loro Paese, che lavoro facciamo, come viviamo, ecc. Chiacchieriamo un po’ sulle rispettive usanze dei nostri Paesi e ci congediamo nella convinzione che i giovani abbiano voglia di ridere e divertirsi a tutte le latitudini (fino a quando si ricordano di essere tali), a prescindere dall’imposizione di costumi o condizioni sociali. Un giro sulle colline che fungono da tetto al paese ci apre vallate che in considerazione degli standard locali dovremmo definire verdi. In realtà sono cosparse di ciuffi d’erba tendente al verde con rari cespugli dai quali spuntano encomiabili fioriture. Allungando la vista s’intravede un tenue quanto timido colore verde, e questo dovrebbe rappresentare il momento migliore della primavera. Resta comunque un contesto splendido, nel silenzio più assoluto e distante dalle caotiche quanto inquinate città iraniane, un attimo in cui il tempo sembra ritornato indietro di migliaia di anni e ci troviamo anche noi a condividere luoghi e semplicità di vita, pur con qualche comodità derivante dal presente. Prima di cena andiamo a prendere un tè dal gestore delle nostre caverne e scopriamo che è originario di queste parti, si è laureato in geografia e geologia a Teheran, dove ha insegnato. Dopo 11 anni ha deciso che l’esperienza con la città aveva raggiunto il suo limite ed è rientrato alla base, subito raggiunto da un collega non originario del luogo, e che pertanto ha avuto qualche difficoltà in più ad ambientarsi alla vita isolata, soprattutto per tirare su l’attività dal nulla: ma alla fine sono contenti della scelta che hanno fatto due anni fa e la guesthouse aperta da nove mesi sta iniziando a dare soddisfazioni. E’ una vita molto più dura e incerta ma ne hanno notevolmente migliorato la qualità. Il contatto con la natura risulta un beneficio al cospetto di tante fatiche. Vediamo che le caverne hanno il soffitto di colore nero e ci sembra di capire si tratti di residui di fumo, pur non sentendone minimamente l’odore. Ci viene confermato che, pur mantenendo le abitazioni una temperatura assai costante al variare delle stagioni, un tempo (ora si usano stufette elettriche) si usava un braciere utilizzando la poca legna disponibile. La pigmentazione nera agisce altresì come disinfettante e collante a proteggere contro il distacco di frammenti di roccia dal soffitto, come potrebbe avvenire con i calcinacci in una casa di tipo comune. Gli abitanti rimanevano seduti e pertanto non venivano investiti direttamente dal fumo, il quale sostava in prossimità del soffitto ed usciva tramite dei sistemi d’aerazione. Pensavano addirittura che il fumo avesse effetti positivi sul fisico in quanto faceva lacrimare gli occhi. La città più vicina (Shahr-e-Babak) si trova a 35 km.
La località è stata riconosciuta come patrimonio dell’Unesco non soltanto per le originali tipologie abitative, quanto per l’unicità della triplice transumanza: in inverno gli abitanti vivevano nelle caverne, in estate scendevano in pianura per consentire al gregge di brucare e vivevano in tende, lo stesso accadeva in estate quando si recavano sulle alture dove si trovava ancora dell’erba fresca. Il tutto senza una procedura particolareggiata, semplicemente seguendo i ritmi imposti dalla natura ed il ciclo delle stagioni, in un circolo di vita cristallizzato nei secoli se non nel corso dei millenni. Qui ci sono anche delle scritture preistoriche risalenti a ca. 4000 anni fa. Gli abitanti locali cercano di sviluppare un turismo consapevole ed attento ai fragili equilibri esistenti, non legato unicamente alla crescita dei numeri. Il rischio che il luogo diventi famoso porta con se una serie di elementi negativi che vanno assolutamente evitati. Come esempio si può portare il fatto che negli ultimi anni gruppi di turisti venuti in zona per fare il pic nic hanno lasciato dei bracieri ardenti con la conseguenza di sviluppare incendi in tre occasioni.
Quando sono ormai le 21 ci rechiamo per cena nella casa del gestore, che nel frattempo ha cucinato e ha depositato il cibo pronto su una tovaglia stesa sul tappeto. La casa/caverna dispone di un frigo ma non ci sono mensole o scaffali, pertanto stoviglie, ingredienti e quanto d’utilità in cucina si trova sui tappeti che ornano il pavimento. Per cuocere viene utilizzato il gas, dalle pentole escono piatti semplici ma curati. Seduti sul tappeto facciamo la tipica cena all’iraniana, chiacchierando tutta la sera per scoprire il più possibile sul passato ed il presente di questa affascinante località, fino a quando la stanchezza ci dice che è ora di andare a dormire per prepararci ad una giornata imperiale.

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.