Giorno 5
Varzaneh
Un saluto allo splendore di Esfahan. Esperienza nel Deserto di Varzaneh.
Il volto urbano di Varzaneh
E’ venerdì ed oggi è il dì di festa per i musulmani, il traffico mattutino rimane addormentato e sembra d’essere in una città normale. Dopo qualche ricerca troviamo un taxi che ci porta a vedere il ponte Pol-e Khaju e quindi nuovamente al quartiere armeno di Jolfa, creato dallo scià Abbas I, il quale volle importare nella sua capitale l’abilità degli armeni nell’artigianato. Arrivarono a Jolfa non si sa quanto liberamente nel XVI secolo per praticare arti che in quel tempo difettavano ad Esfahan. Ottennero libertà inimmaginabili per un Paese musulmano e si integrarono nel tessuto sociale. Oggi ci si trova in un quartiere pieno di vita con molti negozi e ristoranti. Il cortile della cattedrale di Vank è ancora addobbato per le recenti celebrazioni del 103° anniversario del tentato genocidio degli armeni perpetrato dai turchi. La chiesa fu iniziata nel 1606 e completata intorno al 1665, ha un aspetto assai austero dall’esterno per diventare all’interno un estasi di dipinti e fini decorazioni. Di per sé è un vero capolavoro, ricca di quadri e icone tale da non saper dove posare prima gli occhi. I quadri narrano vari passi della Bibbia e del Vangelo, con particolare riferimento alle pene inflitte ai peccatori. Immagini che inducono immediatamente l’osservatore a non uscire dal seminato. Di stile simile a quelle ortodosse, contrasta con quello pur fantasioso ma più asettico dell’architettura islamica, che non prevede l’impiego di immagini istoriate. Più eccentrico il primo e più armonioso il secondo. Il ricco museo vale una visita, non abbiamo guide e cerchiamo di farci bastare i testi a disposizione. Non paghi visitiamo anche la vicina Chiesa armena di Betlemme, più semplice ma con minor affollamento turistico, pertanto più apprezzabile. Ripercorriamo questa volta con la luce del giorno la strada di ieri sera lungo il fiume in secca per rientrare al Pol-e Si-o-Seh e riattraversarlo con altra prospettiva di luce. Incontriamo un paio di ragazze con le quali scambiamo i soliti amichevoli convenevoli, salvo scoprire che sono testimoni di Geova; niente male come intermezzo fra una chiesa armena ed una moschea. Sempre a piedi percorriamo ancora una volta il viale che conduce al centro, fermandoci brevemente alla madrasa ed infine alla Majed-e Lotfollah per vederne l’interno, unico, nel pur ampio e splendido panorama di moschee iraniane. Mentre l’esterno stupisce con il variare dei suoi colori a seconda della luce e dell’illuminazione solare, l’interno è un vero ricamo, con maioliche dipinte con finezza suprema, probabilmente quelle di maggior impatto fra tutte quelle visitate durante il viaggio. Si può intuire la forma di una coda di pavone creata dai raggi solari che penetrano dall’esterno, un modo intelligente e furbesco al tempo stesso per far entrare una “figura” di animale in una moschea, cosa normalmente vietata dall’Islam. L’interno della cupola presenta disegni simili ad alveari che diventano sempre più piccoli e si restringono man mano che si va verso la sommità, rendendo un’idea di maggior grandezza della medesima. Iversetti del Corano scritti in bianco su sfondo blu decorano gli archi, a loro volta bordati da spirali che ne segnano il perimetro, affiancando così le due varianti di blu che identificano Esfahan. Un ultimo giro di congedo in Piazza Imam per alcune compere, dopo aver gustato un succo di carota con il gelato allo zafferano immerso, una delizia. Ed è proprio sulla piazza pullulante di gente per la giornata festiva che viviamo il momento più bello ed emozionante di tutto il viaggio. Non vediamo esattamente una moschea, un deserto o un’opera d’arte, quando i nostri occhi s’incrociano casualmente con una giovane famiglia seduta a fare il pic nic in piazza, con due bambine che giocano intorno. Ci scambiamo un saluto vicendevole, ci fanno segno di avvicinarci a loro, si alzano in piedi per omaggiarci come se ci stessero attendendo, chiedono di sederci sul plaid steso sul prato e ci offrono del tè. Pur parlando un inglese stentato riusciamo a comprenderci e a comunicare con loro l’essenziale. Ma la cordialità non ha bisogno di traduzioni. I minuti trascorrono e noi dobbiamo andare, che di lì a poco abbiamo appuntamento col driver per Varzaneh. Ma ci chiedono di restare e c’invitano a cena a casa loro: spieghiamo che stasera dobbiamo essere nel deserto per un pernottamento in tenda; allora ci chiedono almeno un gelato assieme. Con la morte nel cuore dobbiamo rifiutare anche questo invito di backup per non fare tardi e quasi per scusarci regaliamo loro un calamita da frigo a rappresentare i monumenti della nostra città. Sembrano entusiasti del gesto inatteso, da stranieri coi quali l’appuntamento è stato fissato dal destino. Ci salutiamo col piacere reciproco di esserci conosciuti e con l’altrettanto reciproco dispiacere di doverci lasciare, salutiamo anche le due splendide ed educate bambine non prima di esserci fatti le foto di un ricordo che sarebbe comunque rimasto nella nostra mente e nel cuore anche senza gli scatti. Ma dove sarebbe potuto capitare in un’altra parte del mondo?
Partiamo poco prima delle 14 per un’ora e mezza di strada, lasciando quella città che per calore della gente e colore dei suoi monumenti non avrà paragoni nel corso del viaggio e forse nemmeno dei precedenti. Anche in periferia ogni spartitraffico, rotonda o spazio pubblico destinabile ad aiuola viene riempito di verde e fiori. Non potendo contare particolarmente sull’aiuto delle piogge, ovunque esistono pressoché illimitate reti di tubazioni per l’irrigazione. E’ primavera e pertanto le fioriture sono all’apice del loro splendore, regalando ad Esfahan quanto nelle altre città una vera gioia per gli occhi e lo spirito. A voler essere maligni si potrebbe pensare ad una soluzione di facciata adottata dal regime per dare un tono d’armonia. Ma quando si volge lo sguardo al passato e si scoprono i giardini creati dalle dinastie precedenti, risulta evidente come si tratti comunque di una tradizione insita nel carattere persiano.
Fuori città inizia il deserto, interrotto di tanto in tanto da sparute colture estensive. Si vedono perfino rari campi di riso, alimento alla base della dieta iraniana e presente pressoché accanto ad ogni piatto ma solitamente d’importazione. Appena fuori Varzaneh incontriamo file di trattori parcheggiati lungo la strada: ci viene spiegato essere uno sciopero in atto da parte dei contadini locali i quali protestano contro la deviazione di acque a monte per irrigare altre zone. Negli ultimi anni la siccità è stata una costante in questo Paese ed abbiamo visto come Esfahan abbia dovuto sacrificare il suo fiume, ormai in secca da alcuni anni, incanalandolo altrove per recuperare il prezioso liquido necessario alla sussistenza ed all’agricoltura, oltre ai giardini. Quella che i coltivatori di Varzaneh stanno conducendo è una guerra fra poveri, dove le autorità hanno dovuto deviare l’acqua nel tentativo di salvare la situazione altrove, apparentemente a loro danno. Ci viene raccontato come fino ad una trentina d’anni fa questa fosse una zona ricca, dove i proprietari si contendevano manovalanza di origine afghana per lavorare nei campi: ora sono loro stessi a dover emigrare in città per cercarsi un lavoro diverso. A conferma, vediamo molti terreni non arati in corso di desertificazione. Non stupisce che queste siano proprio le prime zone a dover subire le conseguenze di siccità e riscaldamento globale: situate sul limitare del deserto dove non cresce nulla, la civiltà si è sedimentata a distanze che variano fra pochi km e qualche decina dai Monti Zagros, le cui vette raggiungono anche i 4.000 mt e, pur godendo di scarse nevicate in inverno, hanno sempre provveduto risorse sufficienti d’acqua alle aree sottostanti. L’acqua veniva trasferita tramite i qanat (canali sotterranei) o recuperata da profondi pozzi e tirata su da bestiame con l’ausilio di ingegnosi meccanismi. Ora tale abbondanza è in gran parte sparita, di questi tempi piove circa 10 giorni all’anno ed ogni forma di vita è impensabile senza fonti esterne. Ma rimangono le grandi città assetate e sempre meno campi a chiedere acqua. Fortunatamente l’ultimo inverno è stato piovoso ed un lumicino di speranza torna a brillare. Questo aiuterà anche noi a vedere il lago salato particolarmente splendente grazie alle recenti precipitazioni. Raggiungiamo la guesthouse dov’è fissato l’appuntamento, facciamo conoscenza con gli altri quattro ospiti (fra i quali spicca una signora inglese che vive in Turchia da molto tempo e dimostra grande cultura e conoscenza dei luoghi) e Rahoulla, il titolare, che ha recentemente ristrutturato la guesthouse da una situazione di completo abbandono ed ora punta sul turismo nel deserto circostante. E’ persona capace, con la quale fa piacere relazionarsi e da cui c’è molto da imparare. Poco distante visitiamo un castello, anche se assomiglia molto ad un caravanserraglio era utilizzato dalla gente del luogo, al cui centro spicca la torre piccionaia; vera e propria torre costruita, come molte altre, prima dell’avvento dei fertilizzanti chimici per convogliare famiglie di piccioni e raccogliere il guano da destinare all’agricoltura. Con un sistema intelligente, all’interno venivano create alcune migliaia di cellette ciascuna destinata ad accogliere una coppia d’uccelli, con leggera sporgenza sui piani inferiori per evitare che il guano finisse sui condòmini che abitavano sotto e consentire invece che si depositasse sul fondo, per essere raccolto una o due volte all’anno. Adesso conservano un fascino tutto proprio ed i fori danno alla struttura uno stile artistico quasi a sembrare un edificio religioso. Lungo strette scale con alti gradini (una regola in tutto l’Iran) si sale alla sommità della torre, dalla quale si domina sul villaggio e se ne comprende meglio l’unicità all’interno del contesto desertico. Partiamo alla volta del lago salato, distante una trentina di km, per provare il brivido (ma soprattutto il dolore sotto la pianta dei piedi nudi) di camminare scalzi sulla crosta salata. La siccità in questo caso ha giovato a chi estrae il sale: nei decenni scorsi il lago (che oggi misura 250 x 30 km) era coperto da uno strato d’acqua spesso almeno un metro, il che rendeva difficile il lavoro di raccolta: ora invece si trovano solo pochi centimetri d’acqua e non ci sono più problemi per raggiungerlo. Il sale da cucina utilizzato in Iran viene importato, mentre quello del lago si utilizza per scopi diversi. Quando i piedi ci dicono che può bastare e la mente conferma perché dopo una mezz’oretta ha visto e incamerato quanto necessario, proseguiamo alla volta delle dune per osservare il tramonto risalendole a piedi scalzi.
Nell’attesa che giungano le 19,30 facciamo un po’ di sci di sabbia e di snowboard dal momento che Rahoullah ha anche portato una tavola allo scopo. Nonostante alcune nuvole, all’ora giusta l’ovest s’infiamma regalando le luci ed i colori mistici che solo il deserto sa offrire. Si scende per rientrare in prossimità di Varzaneh, da qui torniamo ad allontanarci in altra direzione fino ad una nuova zona desertica, dove non c’è molto ed proprio quanto cerchiamo: in un anfratto lontano da tutto ed al riparo dal vento sorgerà il nostro campeggio con due tende destinate ad ospitare gruppi di quattro per trascorrere la notte. Il buio inizia a calare ma il fuoco è acceso e sul fuoco si trovano invitanti kebab di pollo, melanzane e pomodori che non faremo difficoltà a terminare. In zona non sono mai stati avvistati dei serpenti, c’è qualche piccolo scorpioncino, ma solo in estate, e così vogliamo credere che sia. La temperatura non scende di molto ed è bello fare due passi sulle dune nell’attesa che arrivi l’ora in cui la stanchezza ci porta all’interno del nostro giaciglio. La luna è quasi piena e fa da lampione, con rammarico di chi è andato nel deserto per vedere le stelle. Nella valletta protetta dalle dune nulla si muove, il silenzio è totale, sono le 23 e pensiamo sia bene chiudere la giornata.
IT
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