Giorno 2
Kashan
Kashan: Nushabad, giardini persiani e imponenti case tradizionali
Mattina a Kashan
Dal momento che la colazione viene servita a partire dalle 8 decidiamo di fare due passi in centro, il meteo si è messo al bello e chissà che non salti fuori qualche foto decente. Il traffico alle 7 di mattina è già ben sveglio ed altrettanto dobbiamo esserlo noi per attraversare la strada. Non potendo entrare nel Mausoleo causa mancanza di accompagnatori che iniziano il turno solo alle 8 ci accontentiamo di goderci il silenzio mattutino dalla piazza Astana, con vista sulla splendida cupola dorata appena illuminata dai primi raggi.
A colazione sperimentiamo la prima (e non di certo ultima) marmellata di carote, stupiti di come non possa mai comparire sulle nostre tavole, così come è delizioso un uovo strapazzato servito con pomodoro e chissà quale altro ingrediente. Quando sono le 8,30 l’autista è pronto a prelevarci per andare a Kashan in un centinaio di km. Lungo la strada il paesaggio presenta calanchi variopinti che degradano verso il deserto, il tutto intervallato da zone verdi dedite all’agricoltura ed opportunamente irrigate. Tre corsie di autostrada punteggiata da frequenti osservatori dai quali la polizia misura la velocità. Da rilevare i frequenti carri attrezzi appostati come avvoltoi nell’attesa di una chiamata di soccorso da parte di uno fra i tanti rottami in circolazione. Il programma prevede una fermata a Nushabad, periferia della stessa Kashan, nella quale sorge una sorta di città parallela sotterranea. Si tratta di tunnel su tre livelli (il primo per lo stoccaggio delle derrate, il secondo è a ca. 12 mt sottoterra per abitarci ed il terzo da usare come via di fuga e tenere gli utensili). Una guida ci porta prima a vedere l’enorme cisterna per la conservazione dell’acqua, quindi ci spiega che i tunnel sono stati scavati un migliaio di anni fa, sono serviti nel XIII secolo all’epoca delle invasioni mongole e sono stati usati ancora fino al 1930 ca. per ragioni simili o anche solo per ripararsi dal caldo. Poi sono stati dimenticati ed in anni recenti alcuni anziani che avevano sentito voci tramandate oralmente sostenevano di una città sotterranea, in un misto fra follia e leggenda. In realtà i cunicoli esistevano veramente e sono stati riportati alla luce. Un gruppo di volontari ha messo in sicurezza 500 mt di percorso e l’Unesco ha promesso loro che se riescono ad arrivare al doppio lo classificano come patrimonio dell’umanità. I corridoi sono stretti per consentire ad eventuali nemici di accedere solo uno alla volta e sono pieni di furbi tranelli per la difesa. Purtroppo negli ultimi anni si sono avute inondazioni che hanno reso inagibile qualche tratto. Poiché gli inverni risultano essere rigidi, era sovente necessario accendere il fuoco per il riscaldamento piuttosto che per far cuocere il cibo; si rendeva quindi necessario creare delle prese d’aria per consentirne il tiraggio e l’evacuazione dei fumi. E’ curioso quanto fosse sensibile il sistema per consentire un minimo di privacy al wc: non essendoci porte, chi andava in bagno spostava una pietra di medie dimensioni e questo stava a significare che era occupato. La vita nei tunnel era inequivocabilmente legata a situazioni d’emergenza, in quanto le condizioni sono decisamente anguste ed il buio è una costante, nonostante l’impiego di lampade contenenti grassi particolari per impedire che facessero fumo. Chi proveniva dall’esterno doveva farsi sentire e pronunciare la parola d’ordine (ouyi) per farsi riconoscere dalla guardia appostata poco sotto; da questo è nato il nome del complesso sotterraneo così com’è conosciuto ai giorni nostri. L’acqua arriva tramite lunghi qanat (canali sotterranei che prelevano il prezioso liquido dalle sorgenti montane e riforniscono le città che sorgono al limitare del deserto), come avremo modo di vedere anche altrove. Si deve proprio ai qanat la creazione di siti abitativi in tempi remoti ed alla loro sopravvivenza in un ambiente arido ed ostile. Questi fluivano dentro enormi cisterne (ne vediamo una proprio qui) oppure scorrevano a consentirne l’utilizzo come acqua corrente per terminare irrigando orti, aiuole ed in generale tutto il verde necessario per il sostentamento fisico e morale.
Di per sé la cittadina in superficie non ha molto da dire, sotto un sole cocente da rendere ulteriormente piacevole il tour sotterraneo. Nel frattempo abbiamo modo di ammirare la prima sorpresa di arredamento urbano ad ornare tutte le città: i giardini e le aiuole. Non esiste divisorio di carreggiata, rotonda o spazio pubblico di qualche significato, anche periferico, da non essere adornato dal verde dei prati e degli alberi che si alternano al variopinto dei fiori. Forse retaggio del passato, sicuramente presente nel DNA persiano e legato al piacere di far fiorire qualcosa in terre desertiche, il verde pubblico è una costante creata con stile artistico e curata con attenzione. Attualmente gioca anche un ruolo il sistema politico, il quale intende in questo modo dare un segno di ordine e pulizia tanto sociale che morale, Pulizia che si riscontra veramente: difficile trovare cartacce per terra o immondizia vagante, frutto di un’educazione civica invidiabile alle nostre latitudini, qualsivoglia il metodo con la quale viene inculcata. Nelle vicinanze si trova un caravanserraglio con muri perimetrali di fango essiccato, l’interno è vuoto ed ospitava la carovane con le loro tende. Non è difficile immaginarlo animato di mercanti e cammelli in un andirivieni continuo di merci trasportate.
Arrivo a Kashan
Entriamo così a Kashan quando è quasi mezzogiorno ed andiamo a depositare le valigie nell’hotel tradizionale ubicato nel vecchio centro, un dedalo di viuzze silenziose nelle quali le vetture riescono ad insinuarsi con fatica, nella speranza di non incontrare nessuno in senso contrario. Gli hotel tradizionali sono ex case di ricchi borghesi o caravanserragli opportunamente rinnovate e trasformate. Si trovano solitamente nei centri storici, dispongono di un’atmosfera d’antan pur offrendo buoni servizi ed hanno una conformazione assai inusuale per noi, con ripide scale che convergono nel cortile centrale dove si trova sempre una piccola vasca destinata a portare almeno un’idea di fresco nelle giornate più calde, oppure che salgono ripidamente verso le stanze in un intrico che alla fine risulta armonico ed accogliente quasi a diventare famigliare. Alberi di fico e piante ornamentali rendono l’ambiente ulteriormente casalingo. Ma è ora di ripartire cercando di uscire dalle viuzze centrali per trovare un taxi che ci porti ai Bagh-e Fin, giardini che si trovano a 8 km, costruiti dallo Shah Abbas e comprendenti diversi edifici tra cui un hammam dove è stato ucciso Amir Kabir, primo ministro iraniano dal 1848 al 1851. Il classico giardino persiano prevede la presenza contestuale di quattro elementi: un muro perimetrale che impedisca intrusioni dall’esterno e nel contempo protegga dalle tempeste di sabbia o almeno dal vento, i canali d’acqua fornita tramite gli onnipresenti qanat, che simmetricamente tagliano o contornano il giardino, gli alberi, i fiori ed una palazzina nella quale i signori cercavano un po’ di fresco nei giorni di vacanza usata per incontrare delegazioni. I giardini rispettano perfettamente le simmetrie e sono normalmente a pianta quadrata o rettangolare. Si tratta di un’arte raffinata, ben curata al momento della progettazione e ben mantenuta ai giorni nostri. Fra gli alberi c’è una buona rappresentanza di cedri secolari, verdi scintillanti sotto il sole di una classica giornata primaverile, caldo quando si è sotto i riflessi diretti del sole ma subito fresco nel momento in cui ci si trasferisce all’ombra in luoghi ventilati. Il taxi è condotto da un anzianotto che ci dice d’avere 84 anni e parla un discreto inglese, peccato cerchi di speculare un po’ sui turisti che hanno bisogno di un passaggio e non di una guida. Nonostante avessimo trattato un prezzo cerca di fare la cresta sull’andata e ritorno, ma ci limiteremo a pagare il doppio di quanto pattuito sul one way. Mentre ci rechiamo ai giardini restiamo attoniti nel vedere un quartiere popolare periferico, con le classiche caratteristiche di quelli europei: grossi casermoni affiancati senza armonia e con pochissimo verde intorno. Scopriamo trattarsi di edilizia popolare costruita ai tempi del governo di Ahmadinejad, il precedente capo di governo, populista, che con questi sistemi ha cercato di urbanizzare le popolazioni dei villaggi per meglio controllarle. Non distante c’è invece un quartiere residenziale con ville in costruzione; per la verità molti cantieri sono fermi forse a causa della crisi che attanaglia il Paese. Scopriamo inoltre che le temperature invernali possono anche scendere sotto i -15°C con discrete nevicate ad imbiancare la città, mentre in estate non esitano a raggiungere i 40°C. La prossima tappa è la Moschea Aghal Borzog, non fra le più antiche ma la principale della città in quanto ad architettura e decorazioni. Non più utilizzata quale luogo di culto e con un’ampia vasca per le abluzioni antistante, presenta splendide maioliche e una maestosità di cui iniziamo a fare le prime conoscenze. Anche qui, per favorire le correnti di aria fresca, si è cercato di creare portici e corridoi in serie. Si prosegue per vedere una delle case tradizionali di epoca qagiara, in particolare la Khan-e Tabatabaei, dove vivevano i signori nei secoli scorsi e di cui Kashan presenta parecchi esempi. Sono tutte diverse e studiate con la massima fantasia ed attenzione alle esigenze climatiche, ma presentano nel contempo le stesse caratteristiche in quanto a disposizione e piccole vasche dalle quali escono zampilli d’acqua. E’ un complesso dedalo di scale e stanze adducenti una all’altra, specchi colorati ad ingentilire ulteriormente i cortili. Il tutto è sempre decorato con attenta minuziosità, fiori o ornamenti che non rappresentino volti umani, proibite dalla religione islamica. E’ evidente come chi vi abitava dovesse essere benestante, dalle dimensioni della cantina e del deposito sotterraneo delle derrate alimentari. Ci sono infine una bella cucina ed una sala riunioni per gli incontri dedicati al business. Le porte esterne avevano (ed hanno ancora) due battacchi che producevano suoni diversi: uno veniva usato dalle donne e l’altro dagli uomini, così che quando qualcuno bussava dall’interno sapevano come comportarsi; nel caso a bussare fosse stato un uomo le donne si sarebbero dovute ritirare in altre stanze e indossare abbigliamento adatto.
Compaiono sempre più turisti, a dispetto dell’austera Qom. E’ ormai ora di trovarci con la guida che ci fornirà interessanti dettagli sulla storia e soprattutto sui costumi della città. Visitiamo subito l’Hammam-e Sultan Mir Ahmad(bagno pubblico) dove ci viene raccontata la funzione a cui erano adibiti i locali e la vita interna. Detto che potrebbe competere tranquillamente con una moderna spa dei giorni nostri, non disponendo di servizi in casa, la gente ci veniva ogni 10/15 giorni per lavarsi. Vi trascorreva l’intera giornata, per stare un po’ al fresco, rilassarsi ma anche per incontrare gente e discorrere tanto d’affari che di argomenti più leggeri con gli amici. Esistevano zone divise di dressing e washing, alcune di queste ultime potevano essere frequentate a giorni alterni da uomini e donne, che comunque avevano sempre a disposizione ambienti separati. Esistevano locali con acqua calda (fornita da un braciere sottostante) e fredda. Per i più ricchi esistevano locali affittabili in modo esclusivo per consentire una miglior privacy. Pur frequentando locali separati, era uno dei posti migliori per trovare la fidanzata. Negli hammam avvenivano anche celebrazioni o cerimonie.
Ancora ai giorni nostri è frequente quando un ragazzo s’innamora che lo dica al proprio padre, il quale concorda “l’affare” con il genitore della ragazza, ed insieme decidono le nozze. Una volta raggiunto l’accordo la giovane coppia può uscire insieme, pur nel limite di atteggiamenti ed atti decorosi. A rigore anche questo non sarebbe legale, poiché dovrebbero stare insieme solo dopo il matrimonio. Nella realtà dei fatti, a seconda delle situazioni e delle città, sempre più giovani si frequentano alla maniera occidentale. E’ chiaro che questo avviene di più nelle grandi città, i villaggi di campagna sono più facilmente controllabili e la mentalità è ancora più tradizionale. La situazione sta peraltro cambiando molto rapidamente grazie ai social media. In merito al matrimonio, per la legge religiosa un uomo può avere più di una moglie mentre per quella civile è possibile averne solo una. Se la moglie è d’accordo per un regime di bigamia, sottoscrive ed a questo punto diventa possibile anche civilisticamente. Entrambi i coniugi hanno legalmente gli stessi diritti: il caso di divorzio è contemplato, è abbastanza facile da raggiungere se i due sono consenzienti e la pratica si sbriga entro un mese, altrimenti i tempi si allungano notevolmente. Nella quasi totalità dei casi gli uomini iraniani si fanno bastare una sola moglie. Il fatto che buona parte dei matrimoni siano in qualche modo conciliati fra le famiglie, quando non proprio concordati, fa sì che il tasso di divorzio sia in notevole aumento, fino a raggiungere il 30% in questi ultimi anni fra le nuove generazioni, cosa impensabile fra quelle più anziane. I single un tempo venivano visti con diffidenza e sospetto mentre ora diventano sempre più rilevanti nella società iraniana, stanti le difficoltà economiche e lo scarso attaccamento alle tradizioni, che in certi casi vengono assimilate alle imposizioni di regime.
Vediamo poco distante le vecchie mura ricoperte di fango essiccato che cingevano la città e la ghiacciaia: un enorme catino con tetto a cupola dentro il quale veniva fatta scivolare la neve in modo che ghiacciasse e potesse essere usata durante i caldi momenti estivi. Occorre spendere due parole sui materiali costruttivi adottati dai persiani nei secoli scorsi ma ancora perfettamente contemporanei. I mattoni potevano essere di due categorie: fango essiccato al sole oppure cotto. Specialmente nel primo caso la resistenza era ben inferiore e pertanto si rendeva necessario un rivestimento che impedisse lo sgretolamento del materiale in caso di precipitazioni. Si faceva così un impasto di terra e paglia a formare una fanghiglia usata come rivestimento tipo calce perfettamente lisciato a ricoprire i muri. Pur con le scarse piogge la copertura andava sostituita dopo uno o due anni. Il risultato estetico è rilevante e le città finiscono per avere un omogeneo colore rossiccio. Tale sistema è attualmente d’uso quotidiano (abbiamo visto diversi cantieri dove veniva applicato) ed è praticamente simile in tutte le città. Entriamo nel bazar che si sta risvegliando dopo la pausa post prandiale, verso le 16 i negozi vengono riaperti per andare avanti fin verso le 20 o le 21. E’ considerato fra i più interessanti; pur essendo stato ristrutturato nel XIX secolo, è un frequentato centro di commercio da almeno 800 anni. Lungo la galleria contornata di negozi sbuchiamo in un caravanserraglio, che deve la propria originalità proprio a fatto di non essere stato restaurato e presenta così ancora molti tratti originali, inclusi i personaggi che lo frequentano, oggi non più viandanti ma venditori. I caravanserragli si possono distinguere in due tipologie a seconda del luogo in cui si trovano. Paragonandoli ad una moderna linea di bus si può parlare di fermate intermedie e di capolinea: quelli nel deserto servivano come punto di ristoro per uomini e cammelli, nonché di difesa da assalitori esterni che ambivano al denaro ed ai carichi, fungendo anche da punto di scambio, in quanto raramente gli stessi mercanti facevano il viaggio completo da est a ovest lungo la via della Seta. Questi edifici rappresentavano i terminali dei vari segmenti lungo i quali transitavano le merci, e qui venivano trasbordate da un cammello all’altro. Il secondo tipo di caravanserragli era invece situato nelle città dove venivano usati dai mercanti come base logistica per vendere i loro prodotti nel bazar. Si trattava di una fitta rete lungo le maggiori rotte delle spezie, preziosi, tappeti e quant’altro interessasse le borghesie europee ed asiatiche, situati a 30 km di distanza l’uno dall’altro, ovvero la distanza percorribile da un cammello nell’arco di una giornata. Durante i mesi più caldi si utilizzavano le fresche ore del mattino e della sera per gli spostamenti, tanto che le costruzioni erano dotate di luci per poter essere avvistate da distante da quelle che a giusto titolo vengono chiamate le navi del deserto. Il bazar prosegue lungo un viale, che con i suoi 4 km risulta essere il più lungo in tutto l’Iran, dove si susseguono diverse categorie merceologiche, dai venditori di attrezzature in rame ai quelli di tappeti. Questi ultimi rappresentano un must nell’arredamento di una casa o di qualsiasi ambiente iraniano. Se ne vedono ovunque e quando sono sgualciti vengono usati a coprire la base dei carrettini che scorrazzano lungo il bazar. Essendo l’eccellenza e l’orgoglio della produzione nazionale, l’importazione di altri tappeti è vietata. Si va dai semplici kilim a quelli fantasiosi prodotti dai nomadi (assai economici ma ricchi di figure vegetali o animali, tipiche delle loro regioni), si passa poi ad un’ampia teoria di tappeti classici il cui valore varia in funzione della tessitura e della dimensione, in gran parte provenienti dall’Iran occidentale, realizzati in lana di diverso peso e seta. Alcuni hanno una superficie tale da coprire ampiamente una stanza. I classici tappeti di medie dimensioni valgono sui 300/350€ (ben meno rispetto a quanto si pagherebbe da noi) e molti riportano la data di produzione, che può andare indietro anche di 20 o 40 anni, a garanzia di come il tappeto possa considerarsi stabile nella sua natura e nel tempo. C’è da perdersi, ed in questi casi è una fortuna che in l’Iran non sia compreso nei circuiti delle carte di credito! A seguire facciamo il primo incontro con il succo di carota: mentre dalle nostre parti la carota viene quasi esclusivamente considerata una verdura, l’Iran ha trovato un buon modo di gustarla spremendola per ottenere succhi, marmellate e gelati. Un vero piacere, anche meloni, angurie e melograni non risultano essere da meno. Un giro in centro ci consente di vedere splendide aiuole fiorite, grazie alla primavera che propone rose ed ogni altra varietà colorata. Al termine ci facciamo riportare nel quartiere delle case tradizionali per recarci al ristorante suggerito, frequentato normalmente dai locali. Si mangia bene e si spende praticamente nulla. Purtroppo facciamo e continueremo a far confusione nei giorni a seguire con il cambio. Dal momento che il Rial è tremendamente inflazionato gli iraniani quotano tutto in toman (ovvero tolgono uno zero al rial), anche se talvolta i prezzi sono correttamente espressi nella valuta corrente. Nel caso di prezzi in toman si rende pertanto necessario moltiplicare per dieci i e dividere per ca. 60.000, oppure dividere per 6.000 ma a questo punto occorre aggiungere uno 0 al momento di tirare fuori i soldi dal portafogli. In teoria non c’è niente di difficile ma quando ci si trova alle strette, moltiplicazioni e divisioni risultano meno automatiche ed anche con la calcolatrice non risulta semplice battere tutti questi zero in successione. Forse eravamo più allenati al tempo della lira.
Una passeggiata digestiva ci porta a rivedere una piccola moschea al cui interno sono radunati alcuni fedeli che pregano ed a seguire la Bozorg già visitata nel pomeriggio, splendidamente illuminata. Pur non essendo fra le più famose del Paese, di notte assume un immagine incantevole, grazie all’acqua che ristagna nella piccola vasca antistante. E’ ora di riposarsi, dopo aver visto le caratteristiche salienti che delineano le città iraniane. Sostiamo qualche momento nel cortile dell’hotel assaporando dell’ottimo tè nero misto ad erbe sapientemente dosate, lasciato a disposizione degli ospiti, seduti sui caratteristici quanto comodi divani coperti da un soffice tappeto di lana. L’aria tiepida e le luci soffuse ristorano l’anima in atmosfera rilassata e ristoratrice.
IT
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