Giorno 4

Esfahan

Esfahan: è veramente la metà del mondo. Gli antichi avevano proprio ragione!

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Esfahan

Mattina a Esfahan

Sveglia di buon’ora per rivedere la piazza dell’Imam mentre non c’è ancora nessuno. Difficile stabilire se fosse meglio ieri sera piena di allegra vitalità oppure oggi nel suo raccolto silenzio. Sembra tutta nostra, pur nella sua enormità. A dominare in orizzontale è l’arredamento verde di prati alberi e cespugli, mentre in verticale è il giallo dei porticati, interrotto in due occasioni dalle luccicanti cupole e dai minareti che svettano sopra le moschee. In un angolo dei ragazzi hanno messo su un campetto di calcio e sembrano fare alcuni tiri prima di andare a scuola o al lavoro.

Verso Esfahan

Rientriamo per le 8.30 a fare colazione per trovarci un’ora e mezza dopo sulla piazza antistante la torre dell’orologio per il Free Walking Tour, messo a disposizione dalla TAP Persia per chi abbia effettuato delle prenotazioni con loro. Iniziamo dalla visita del Kakh-e Chehel Sotu (Palazzo delle 40 Colonne), Padiglione con giardino persiano, di età safavide, situato proprio dietro piazza Imam. Così chiamato perché le colonne che lo sorreggono, riflettendosi nella piscina antistante, sembrano quaranta. Qui lo scià Abbas II organizzava le feste e accoglieva dignitari stranieri e ambasciatori. Visitiamo l’interno con grossi quadri appesi, quasi che il salone fosse stato concepito appositamente per ospitarli. E’ curioso rilevare come ci siano parecchie brocche di vino fra i commensali di un pranzo in un quadro dipinto in epoca islamica, a significare come le alte sfere potessero permettersi il frutto proibito. Scopriremo nei giorni successivi come nonostante la proibizione formale il frutto di bacco circoli in abbondanza fra le abitazioni iraniane, tramite un ben organizzato mercato di contrabbando. Quello che conta è mantenere l’osservanza in pubblico. In effetti, che ci fosse enorme differenza di costumi fra luoghi pubblici e privato lo si sapeva ampiamente già prima di partire: ristoranti e bar non si sognano nemmeno di offrire vino o birra (meno che mai alcolici) ma nelle case e, soprattutto durante i party, gira in modo da far invidia al più sfrenato Occidente, in scene veramente degne da Mille e Una Notte. Alcool, se non deliberatamente droghe, e vestiti attillati alla moda sono i vizi di una regola certificata che passa tra le maglie della legge coranica e non vengono particolarmente perseguiti. Uno dei quadri è stato dipinto in epoca qagiara e, in spregio alla precedente dinastia dei Safavidi, raffigura l’unica sconfitta safavide in una battaglia contro l’impero ottomano, al fine di screditare i regnanti passati. Nel Palazzo avvenivano incontri con le delegazioni straniere, all’esterno brillano sotto il sole le vasche, lunghi rettangoli d’acqua cinti da immancabili giardini e da roseti in particolare. Nelle vicinanze si estendono dei parchi, addentrandovisi sembra di uscire dalla città e non si sentono più i rumori del traffico caotico.
La Majed-e Shah ha cambiato diversi nomi nel tempo ed ora si trova in fase di restauro. Il suo ingresso si trova su un lato corto della piazza, ma l’intelligente cortile che accoglie i fedeli oltre l’iwan punta in diagonale in modo che la moschea venga ad essere correttamente orientata verso la Mecca. C’è un punto dove l’eco viene ripetuto sette volte mentre anche sette sono i colori che decorano le maioliche, con predominanza del giallo. Incontriamo un mullah il quale dopo i convenevoli, ci chiede se abbiamo delle domande non “complicate” da fargli, e parliamo della scala gerarchica nella loro religione, di come si diventa ayatollah (il più alto grado di studi teologici che può anche avere una valenza politica), mentre gli imam hanno studiato per almeno 5 / 8 anni e finiscono per essere di grado superiore al mullah. Il ruolo di Ayatollah esiste solo fra gli sciiti, sul versante sunnita l’omologo è il Muftì, mentre il Gran Muftì sta all’Ayatollah Supremo.
Andiamo a vedere il laboratorio di un miniaturista, decora egli stesso fantastici quadri con delicati pennini fatti con piume d’uccello. Richiedono molto tempo ed hanno costi elevatissimi, un quadro sui 10×5 (modello cartolina) costa sui 250€. Visitiamo anche un negozio di tappeti, ci viene spiegato come ogni regione dell’Iran abbia una produzione propria: vediamo esemplari che spaziano dai Curdi, agli orientali della zona di Mashhad, ai famosi Tabriz, a quelli dei nomadi che vivono nei Monti Zagros e richiamano soggetti naturali. Non visitiamo il Palazzo Ali Qapu (Kakh-e Ali Qapu), residenza dello scià Abbas, costruita nel XVII secolo, che si innalza in piazza Imam di fronte alla moschea Lotfollah, in posizione leggermente avanzata sulla piazza, per mostrare la preminenza dello Stato sulla religione e su tutto il resto. La Moschea di Sheikh Lotfollah, costruita in onore del suocero dello scià Abbas I, all’inizio era destinata ad uso privato e presenta lineamenti più fini con una cupola cangiante a seconda dell’illuminazione solare, una vera perla architettonica. E’ l’unica ad essere senza minareti. E’ chiusa per la pausa pranzo e la visiteremo domani, nel frattempo restiamo ammirati di fronte al maestoso esterno.
Facciamo anche noi un break con una specialità locale, il fereny, uno yogurt acido mischiato al miele ed al cardamomo. La Porta di Qeysarieh, che dalla piazza accede al Bazar-e Bozorg, è decorata con splendide piastrelle di maiolica e affreschi di Reza Abbasi, che illustrano episodi della guerra dello scià contro gli uzbeki, scene di caccia e banchetti. Presenta sopra di sé una loggia, un porticato, dal quale un tempo venivano comunicate le notizie al popolo, prima che esistessero altre fonti d’informazione. Proseguiamo infine per il Hasht Behesht, poco distante, un palazzo a forma di diamante, letteralmente “otto paradisi”, situato in un parco che veniva usato come residenza dalla famiglia reale. Le finestre presentano disegni in legno talmente perfetti che non necessitano di colle o chiodi, basta l’incastro uno con l’altro per fissarli in posizione.
Alla fine scattiamo un paio di foto con la guida, anche come segno di riconoscenza per la passione che ha messo nel farci vedere la sua città e, seppur con rammarico, ci congediamo da lei.

Una fila di archi illuminati si estende nella notte in Iran.

Arrivo a Esfahan

Prendiamo sotto learcate del bazar e puntiamo verso l’enorme Imam Ali square; su un lato corto compare un’altra splendida cupola, quella della Majed-e Ali per arrivare con pochi passi alla Majed-e Jameh. Grandissima ed imponente, soprattutto negli iwan, anche se non decorata come le precedenti, in quanto di epoca più antica, ma proprio per questo più raccolta e misteriosa. I colonnati creano ombre, lo stesso color ocra assume tonalità diverse, pochi i turisti che si mischiano alla gente che prega. Quando rientriamo il cielo toglie le sue velature e la notte prende il sopravvento, prendiamo un taxi per recarci sull’altro lato del fiume, nel quartiere armeno di Jolfa, in cerca di un ristorante di cucina tipica. In realtà Jolfa è sempre stato una sorta di porto franco dalle costrizioni imposte dai dettami religiosi. E questa tradizione fa sì che vi si concentrino bei ristoranti e vi si ritrovi la gioventù per vivere quello che corrisponde al nostro sabato sera. Rientriamo a piedi percorrendo lo splendido Pol-e Si-o-Seh, ponte sul fiume Zayadeh, purtroppo da alcuni anni tristemente secco in quanto l’acqua viene deviata a monte a fini d’irrigazione. Anche qui le precipitazioni scarseggiano e l’acqua va utilizzata dove serve. Il ponte, sapientemente illuminato, è di per sé fantastico, incredibile immaginare quando le mille luci che illuminavano i 33 archi si riflettevano su uno specchio d’acqua. Risaliamo a piedi verso il centro per vedere la Piazza Imam illuminata: ancora una volta, ancora in una nuova configurazione ed ancora con nuove emozioni. Le cupole delle moschee che luccicano sotto i riflettori, mentre le fontane zampillano nei laghetti centrali illuminati da fari cangianti. Non resta che ripercorrere il tratto di bazar, ormai chiuso ma non meno affascinante, per gli ultimi passi che ci portano all’hotel.
Per strada sembra che conosciamo mezza città, tutti ci salutano e ci chiedono da dove veniamo, dandoci il benvenuto in Iran. E’ un tratto di orgoglio significativo che la gente nutre per il proprio Paese. Il turista è un ospite gradito perché li toglie per un momento dall’isolamento mondiale nel quale si sentono e per qualcuno siamo anche una fonte economica. Ma non sono sicuramente le ragioni venali a prevalere, quanto una innata indole a cercare di fare conoscenza con la gente, conoscere, scambiare opinioni e diventare migliori proprio in virtù dell’interscambio. Gli stranieri non saranno tantissimi come nelle classiche mete del turismo internazionale ma si vedono parecchi “visi pallidi” di chiara matrice europea. In generale veniamo visti come qualcuno che ha osato sfidare i pregiudizi del nostro mondo per andare ad incontrare e soprattutto capire qual è la realtà dell’Iran odierno. In alcuni casi, soprattutto quando si parla con dei religiosi, si rileva una neanche tanto velata punta di vittimismo. I più non nascondono l’evidenza e apprezzano ulteriormente chi si è mosso per conoscere in prima persona e senza filtri. In molte occasioni ci chiedono di fare delle foto assieme, apprezzando quando ne facciamo con le nostre fotocamere tutti insieme. Un modo per considerarsi con noi. E’ quasi commovente quando cercano il dialogo pur nel limite delle poche parole d’inglese che conoscono; non nascondono secondi fini, è semplicemente l’impostazione, in DNA di un popolo aperto per natura e costretto in una clausura forzata dai regimi che comandano loro e noi. Non vi è dubbio sulla innata voglia di divertirsi e di godersi la vita da parte dell’uomo della strada. Lo testimoniano i pic nic improvvisati, forse un po’ naif, lungo i parchi urbani e talvolta anche all’interno delle rotonde. In sostanza una voglia di vivere senza costrizioni, ma con l’orgoglio di un popolo che non guarda solo al giorno di festa.
Temevamo frequenti controlli polizieschi con guardie ovunque, attente a vigilare sul rigore dei costumi e agli atteggiamenti degli stranieri. Niente di tutto questo. Ci sono degli agenti e ce ne saranno anche in borghese, ciò è dettato soprattutto dal fatto che gli sciiti, in quanto considerati apostati, sono nel mirino dei fondamentalisti ben più di noi occidentali. Sembra che comunque i controlli si siano affinati ed avvengano piuttosto tramite i social media e tecnologie diverse dal mero controllo in strada. Proprio in questi giorni apprendiamo che Telegram è stato chiuso, strumento di tam tam non gradito dal regime. Pare che lo stesso Ministro della Comunicazione (un giovane di idee riformiste e, proprio in quanto giovane, a conoscenza delle risorse offerte dalla tecnologia) abbia ammesso che una volta bloccato un canale se ne aprirà un altro e così via, in una guerra tecnologica che non si può vincere, salvo bandire il possesso di smartphones. Non esiste la percezione di criminalità, veniamo anzi rassicurati di stare tranquilli, che anche i borseggiatori sono una razza assai rara. Occorre avere un atteggiamento consono ad una grande città, tuttavia i rischi sono praticamente ridotti a zero se si adotta un criterio di ordinaria attenzione.

IT

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