Giorno 6

Yazd I

Bella Moschea a Na’in. Yazd: il fascino di una grande città nascosta nel deserto

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Yazd I

Yazd

La notte non è fredda e, complice la stanchezza, trascorre veloce. Dormire in tenda con appena un paio di tappeti fra noi e il terreno non è l’esperienza più comoda, ma consente di risvegliarci al mattino nello stesso intatto ambiente che avevamo lasciato ieri sera. Nessuna comodità può sostituire il sentimento di tranquillità che solo il deserto ed i luoghi isolati sanno infondere. Sono le 6 e si sale immediatamente sulla duna più alta per vedere il sorgere del sole previsto alle 6,17. L’astro sembra invero più pigro e si fa attendere qualche minuto, ritardo verosimilmente giustificato dalla presenza delle colline antistanti. Anche qui si annuncia con un bagliore di luce che sembra accendere la sabbia delle creste in un fuoco dilagante a poco a poco, fino a quando entra in scena la sfera illuminata a salutare il nuovo giorno. Sfera peraltro timida oggi, che dopo una breve ascesa va a nascondersi dietro rade nuvole. E’ per noi il momento di rientrare ed attendere che arrivino i nostri per smontare l’accampamento e fare ritorno a Varzaneh per la colazione, che si rivelerà una vera quanto gradita sorpresa. Lungo la strada incrociamo una volpe, mentre prima che suonasse la sveglia una loro corale anticipava l’alba. Diversamente da come accade nelle altre accomodations, qui è tutto improntato su criteri di famigliarità e semplicità concreta. Mentre Patricia (la signora anglo-turca) prepara scodelle e cibarie, Rahoullah rientra con il pane caldo (fatto senza lievitazione) appena sfornato. Sul tavolo compare il burro proveniente dalle campagne dei dintorni da combinare con una marmellata di carote da urlo. Uovo all’occhio di bue, formaggio locale come una feta un po’ salata, pomodori e cetrioli completano la scena, irrorata come di consueto da ottimo tè. Oltre alla convivialità del sentirsi a casa, è il gusto intrinseco degli alimenti a deliziare il palato, completato dal percettibile senso di coinvolgimento in questo mondo rurale. Le temperature invernali sono rigide, possono raggiungere i -10/-15°C mentre in estate il termometro sale fino a 41°C. Attualmente si scaldano col metano ed è possibile vedere tubi e contatori all’ingresso delle case; il costo della fornitura è bassissimo. Un tempo si bruciava la poca legna disponibile o esistevano antiquate caldaie a petrolio. Terminato il momento della colazione, Patricia ci conduce a vedere la locale moschea che presenta un bell’arco d’epoca Timuride (XIV sec.) a testimoniarne l’antichità. I ricchi tappeti che ornano il pavimento sono stati donati da parenti in memoria dei defunti, in alcuni casi si arriva a diversi strati. L’edificio si trova all’esterno delle mura originarie e questo conferma la sedimentazione dell’Islam successivamente alla nascita del villaggio, all’interno del quale esisteva probabilmente un Tempio del Fuoco di matrice zoroastriana: niente di paragonabile a quanto visto solo ieri a Esfahan, ma passeggiare per le vie di questo paesino sperso nel deserto, entrare in una moschea attiva e distante dal flusso dei turisti rivolti col naso in su a scattare foto, ci cala nel ruolo dei viaggiatori, quasi fossimo esploratori d’antan. Ed in effetti esploriamo anche un paio di stanze della reggia del khan di Varzaneh, destituito e fuggito dopo la rivoluzione del 1979. Ormai abbandonate, le volte cinquecentesche presentano magiche decorazioni scrostate dal tempo e dall’incuria. Alcuni personaggi ben vestiti girano all’interno del sito senza degnare di sguardo gli stranieri. Dialogano fra di loro e dai gesti sembra stiano per abbattere tutto per costruirci un hotel. Siamo arrivati in tempo, prima che Varzaneh scompaia dal deserto vero e diventi un deserto urbanistico. Del resto se la località non decolla col turismo legato al deserto, le altre attività rimaste non consentono più una vita degna di questo nome. Rileviamo la presenza di molte donne con il chador bianco e ci vengono fornite diverse opinioni: potrebbe trattarsi di ragioni storiche o più praticamente, visto che un tempo in zona vi si coltivava il cotone, fosse semplicemente più comodo avere dei vestiti bianchi di questo tessuto.
Si riparte e, una volta imboccata l’autostrada che porta a sud vediamo sull’altra carreggiata, distante anche un centinaio di metri, un continuo traffico di mezzi pesanti in provenienza dai porti del Golfo Persico (in primis Bandar Abbas), dove arriva gran parte delle merci provenienti dall’estero, e dal Pakistan. Una direttrice fondamentale per il Paese; si va dai vecchi Mercedes degli anni ‘50 che sbuffano gasolio incombusto dai tubi di scappamento, a più recenti camion europei o cinesi.

Giungiamo a Na’in sotto un caldo sole per vedere l’antichissima moschea (ha oltre 1000 anni), decorata con stucchi mirabilmente conservati. Un altro punto di passaggio della storia in quelle che erano le rotte carovaniere fra est e ovest. Incrociamo splendidi tappeti di fattura nomade esposti lungo le vie cittadine, ma dobbiamo proseguire, ci sono altri 130 km da percorrere per raggiungere Yazd. E’ quasi l’una, lasciamo i bagagli nell’hotel tradizionale e usciamo per assaggiare la specialità del luogo, il paludeh, in un locale che potrebbe essere paragonato ad uno dei nostri bar. Si tratta di vermicelli di farina di riso reso filiforme con un impasto di miele e pistacchi che gira a freddo dentro un calderone. Vi si aggiunge ghiaccio, l’immancabile acqua di rose e ne esce un prelibato snack ideale, per rompere la stanchezza provocata dal caldo odierno. Con i gestori non ci lega una sola parola ma riusciamo anche stavolta ad ordinare, pagare e mangiare bene.
Anche oggi l’hotel è un ex caravanserraglio opportunamente ristrutturato e dotato di un minimo di comfort necessari ai giorni nostri. L’enorme salone da pranzo vede una lunga quanto poco profonda vasca al suo centro e, quanto lo rende peculiare, tutto intorno si estendono le camere da letto, con le finestre che guardano direttamente sui tavoli ed eventualmente sui suoi commensali. L’ambiente sarà alto una decina di metri per consentire una buona aerazione. La nostra camera è disposta su due piani, per salire al secondo dove si trovano la stanza con il letto matrimoniale ed il bagno occorre arrampicarsi per una ripida scala a chiocciola in pietra, prestando attenzione a mantenere l’equilibrio. In questi casi c’è da ringraziare il proibizionismo alcolico, anche se portare su la valigia è un esercizio di forza ed isometria al tempo stesso. Siamo fortunati, il nostro appartamento dispone anche di loggetta con vista sul salone da pranzo, dove nelle tre sere che pernotteremo, avremo modo di imbastire le azioni del giorno dopo sorseggiando l’ultimo bicchiere di tè della giornata. Eravamo partiti pensando che il tè iraniano fosse uno dei souvenir che non potevano mancare nella borsa del rientro, veniamo però scoraggiati in varie occasioni dove ci dicono che il tè migliore è originario dello Sri Lanka, mentre quello locale è un blend mischiato a varietà straniere. Andiamo in esplorazione del centro storico, un intrico nel quale è impossibile non perdersi.

Serbatoio d'acqua a Yazd, Iran con strutture simili a colonne e una forma a cupola in terra battuta.

Visita a Museo del Mulino ad Acqua

Strette viuzze e case adiacenti si proteggono reciprocamente dal caldo, dal freddo e dalle tormente. Fatta eccezione per le cupole delle moschee e di pochi altri tetti, è un unico susseguirsi di colore ocra tendente al rossiccio. Anche qui i mattoni sono rivestiti da un’intonacatura di fango misto a paglia che viene rinnovato su base regolare. Sembra di essere in un villaggio (anche se la città supera il 1 milione di abitanti) costruito dai bambini sulla spiaggia: muri merlettati, passaggi sopra i vicoli da una casa all’altra, tunnel sui quali sorgono altre abitazioni, in un’un’urbanistica forse volutamente labirintica. In tal caso si comprende facilmente come potesse essere stata ideata per ragioni di difesa. Ma la stessa concezione della città è una difesa naturale: la localizzazione in mezzo al deserto ai tempi in cui non esistevano GPS o cartine portava ad un difficile riconoscimento, prova ne è che i mongoli pare non si fossero accorti della sua presenza durante le loro conquiste e l’avessero pertanto trascurata; lo stesso colore del deserto la mimetizza e la rende praticamente invisibile a chi scruti l’orizzonte da distante, traendo così in inganno potenziali nemici. Tamerlano riuscì invece a trovare la strada, ma la città esiste da 2500 anni. L’ubicazione in una terra apparentemente impropria fa il resto, ma sono gli onnipresenti qanat a far germogliare la vita in questa landa altrimenti sterile. Come sempre l’acqua fa la differenza ed alcune di queste condotte continuano a far giungere il prezioso liquido dalle montagne, anche se nel frattempo è stato realizzato un acquedotto che con una tratta lunga 400 km assicura le provviste idriche da Esfahan; mentre il 20% viene ancora estratto da pozzi locali. All’interno delle viuzze passano qualche moto e rare vetture, anche perché sarebbe facile creare un ingorgo. Vediamo almeno dall’esterno un paio di moschee e scendiamo per 22 mt nelle viscere della terra per visitare il Museo del Mulino ad Acqua: lunghe scalinate ci conducono nel profondo di un pozzo e dei pannelli spiegano i sistemi con cui veniva prelevata nell’antichità. In generale, camminando per strada nel bazar, di tanto in tanto si apre un arco lungo la via dove una scala porta dove scorre il qanat. Un primo giro conoscitivo nel bazar (splendido il forno che cuoce il pane appiccicandolo alle sue mura a volta) e cena con il taxi ad un ristorante accreditato dai locali ad 8 km di traffico intenso dal centro, dove gustiamo un ottimo fesenjan di agnello e un piatto di agnello, cipolle, melanzane e pomodori. Passeggiata digestiva per vedere le highlight notturne illuminate, dal complessoAmir Chakhmaq alla Majed-e Jameh. Rileviamo fin da subito che le donne sono abbigliate in modo più conservatore rispetto ad Esfahan, i veli sono chiusi sul collo, raramente sbucano ciocche di capelli ed i vestiti sono quasi tutti di colore nero: una sorta di enorme convento urbano, insomma. Gli stessi sguardi sono più contenuti, meno curiosi ed i tratti somatici fanno risultare le signore meno appariscenti. La stessa prima impressione della città ritrae un contesto più conservatore, si vedono più religiosi in giro e, in generale, non si raccoglie quel senso di allegra spensieratezza (quasi sfrontatezza per i criteri del Paese) visto fino a ieri; anche l’Iran ha i suoi angoli calvinisti, pur sempre nell’ottima impressione di gente disponibile al dialogo ed attenta al forestiero, senza il velo di secondi fini. Siamo abbastanza stanchi in virtù di una giornata afosa con pallido ma insistente sole.

IT

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