Giorno 8
Qaranaq / Chak Chak
Qaranaq, antico villaggio. Chak Chak, reminiscenze Zoroastriane. Meybod, la fortezza.
Il volto urbano di Chak Chak
Oggi la giornata è dedicata alla visita delle bellezze intorno a Yazd. Alle 8,30 passa a prenderci la guida e con la sua Peugeot nera (la si riconosce subito fra tutte le altre vetture che sono bianche) andiamo a Kharanakh, una città fantasma che si presenta col tipico monocolore dei mattoni sotto un sole che si fa cocente, ed al cui fianco è nato il quartiere nuovo. La parte vecchia in effetti è stata abbandonata e gli abitanti sono andati a cercare fortuna, molti anche solo la sopravvivenza, in città. Chi vi è ritornato oppure ama il posto come località di villeggiatura, ha preferito costruire un’abitazione fuori da questo intricato paesino. E’ interessante girare fra i vicoli e le case, comunicanti l’una con l’altra in modo da consentire vie di fuga se attaccati da nemici. Purtroppo i nemici che alla fine hanno fatto fuggire gli abitanti sono poi arrivati tramite politiche accentratrici, tese a convogliare gli abitanti delle aree periferiche per farne un nuovo proletariato meglio controllabile. Ci spostiamo verso il sito di Chak Chak, una parete montuosa al centro della quale si trova un tempio del fuoco zoroastriano, eretto in memoria di una principessa in fuga dalle truppe arabe che qui trovò salvezza, grazie anche ad un trafilamento d’acqua che le permise di sopravvivere. E’ piovuto ieri mattina ed essendo un luogo che vede precipitazioni per pochi giorni l’anno, si vedono molte pietre sparse lungo la strada, a testimonianza della corrente d’acqua e causa l’assenza di ponti. Anche nel tempio l’acqua cade abbondante, di solito si tratta solo di alcune gocce che scendono sul terreno producendo il suono onomatopeico che conferisce il nome alla località: Chak Chak appunto. Interessante la storia collegata a questo che potremmo chiamare santuario, di ubicazione remota e circondata da un ambiente maestoso, con l’enorme parete rossa che si erge a precipizio.
Tradizioni e spiritualità
Mentre rientriamo la guida ci fa vedere due brevi filmati dallo smartphone, sullo zoroastrismo e sulla religione sciita, creati dal National Geographic. Ci spostiamo quindi a Meybod; il luogo si trova in una pianura un po’ più distante dalla montagna, da qui la maggior necessità di stoccare acqua. Visitiamo la fortezza (Narin Qaleh) la cui costruzione risale a più di 3000 anni fa, dalla cui cima si ammirano un bel panorama sulla città e il deserto circostante. Ci vengono fatti notare i differenti spessori dei muri esposti a nord o a sud, che ne delineavano l’utilizzo estivo piuttosto che invernale. Visitiamo inoltre la cisterna dell’acqua, la torre piccionaia e la ghiacciaia. Quest’ultima risulta particolarmente interessante: anche se l’acqua in città gela solo per un paio di mesi a gennaio e febbraio, la sera gli addetti versavano acqua in vasche profonde una ventina di cm antistanti la ghiacciaia, l’acqua gelava durante la notte ed al mattino dopo si poteva prelevare il ghiaccio e stoccarlo all’interno dell’edificio. Rispetto all’ingresso ha una profondità di una decina di metri e il ghiaccio immagazzinato arrivava fino a 5 mt sopra, per rendere l’idea del lavoro. In prossimità dell’entrata veniva creata una scala nel ghiaccio per salire alla sommità dell’enorme blocco edificato. Sul fondo c’è un foro per evacuare lo scioglimento, mentre sulla cima ce n’è un altro che serviva a lasciar passare il freddo in inverno e veniva chiuso in estate. Lo spessore dei muri alla base supera i due metri e mezzo mentre in alto arriva ad una ventina di centimetri, formando una splendida cupola a uovo. La pratica è andata avanti fino ad una cinquantina d’anni fa, quando è stata soppiantata dai frigo elettrici. Anche la torre piccionaia è degna di visita, avendo la possibilità di ospitare 4.000 piccioni. Il guano veniva prelevato una volta all’anno, i piccioni servivano anche per le uova: quando le galline abbandonavano le loro, queste venivano accostate a quelle dei piccioni per essere covate insieme, con l’unica differenza che i piccioni imboccano i piccoli pertanto occorreva togliere le uova appena prima che si schiudessero. Gli uccelli servivano inoltre come carne d’alimentazione. Entriamo anche in un caravanserraglio ben restaurato ed adibito ad attività artigianali e di vendita: si vede un tessitore di tappeti, una tessitrice di filo, una signora intenta a dipingere piatti in rame, ecc. E’ caratteristico per essere l’unico attraversato da un qanat, sopra il cui tetto c’è un antesignano dei piani di carico, al tempo destinato ai cammelli. Facciamo rientro a Yazd, un paio di foto in costumi tradizionali, giro nel bazar i cui negozi stanno riaprendo dopo la siesta pomeridiana quando sono ormai le 17. Cena apparecchiata sul tetto di un ristorante prospicente alla Majed-e Jameh, in un’atmosfera da antica Persia.
Atmosfera resa ancor più effettiva dalla nostra seduta: ci accomodiamo su un tipico tavolo/sedia ricoperto da tappeto alla maniera iraniana. Più a est si parlerebbe di posizione del loto, che per noi si condensa in un dolore alle articolazioni inferiori, ma siamo qui e ci dobbiamo/vogliamo adattare agli usi del posto.
Yazd e Esfahan risultano essere le città più ricche dell’Iran in quanto sorgono in posizione favorevole dove vi sono miniere e sono state impiantate industrie, legate ad una buona capacità imprenditoriale dei loro abitanti.
IT
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