Giorno 3

La provincia iraniana

I roseti di Qamsar, la rossa Abyaneh, Moschea di Natanz. E infine Esfahan!

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La provincia iraniana

Mattina a Abyaneh

La notte scorre tranquilla, la colazione è ospitata all’interno di un lungo porticato nel centro del quale si trova un tavolo. I commensali si servono al buffet e poi siedono uno accanto all’altro con possibilità di conoscersi e conversare. Gli iraniani sono senza ombra di dubbio un popolo socievole e pieno di voglia di dialogare, di conoscere. Di una curiosità non intrigante, che non esitiamo a definire pura e senza secondi fini. Se poi le infrastrutture facilitano il contatto fra genti diverse, ancora meglio. Oggi la meta finale è Esfahan (molti siti e libri la chiamano Isfahan ma i locali la pronunciano con la E e noi ci allineiamo), passando per alcuni luoghi di sicuro interesse. L’autista fa il pieno e rimaniamo di stucco nel vedere il prezzo della benzina: 18 €/cents al litro, e si lamentano che è rincarata parecchio negli ultimi tempi! Dopo poche decine di km incontriamo Qamsar, nota per i campi di rose che stanno fiorendo proprio in queste settimane. Eppure siamo nel deserto, aride montagne si elevano verso ovest, tuttavia l’acqua riesce a scendere in quantità sufficiente per irrigare i vasti roseti ed a rendere prolifica la zona. Visitiamo un centro per la produzione dell’acqua di rose: il processo consiste in un contenitore sotto il quale è acceso il fuoco, l’evaporazione porta il vapore in un altro alambicco situato dentro una pozza d’acqua fresca, in modo che condensi più rapidamente. Con 30 kg di petali di rosa si ottiene circa un litro di acqua estremamente profumata che serve soprattutto per la produzione di dolci o profumi, per i quali l’essenza dev’essere maggiormente concentrata. Qamsar si trova in alto, al culmine di una strada in costante salita, mentre le piantagioni sono più in basso, oggetto delle fotografie di entusiasti spettatori.

Ancora qualche decina di km e siamo ad Abyaneh, intrigante paesino sperduto sulle pendici dei Monti Zagros, dove il tempo si era fermato cristallizzando architetture ed antichi costumi (anche quelli indossati dalle donne). Ad arricchirlo ulteriormente di fascino contribuisce il fatto che sia uno dei villaggi più antichi dell’Iran, risalente a ca. 1500 anni fa. L’orientamento verso sudest consente di beneficiare del maggior numero possibile di ore di sole e ridurre al minimo gli effetti delle furiose bufere invernali, con temperature molto rigide. Ora ha subito un’accelerazione commerciale e le viuzze pullulano di turisti, soprattutto scolaresche in gita o famiglie che ne approfittano per un’escursione fuori porta. Siamo a 2000 mt ed il vento si fa sentire fresco. Dopo che un pullman di visitatori ha terminato il suo giro (peraltro composti e silenziosi) il villaggio sembra passare in mano a noi. Come dice la guida che abbiamo letto, vecchie sdentate con il caratteristico velo con rose disegnate su sfondo bianco vendono sacchetti di mele secche sull’uscio delle loro case. Anziani passeggiano senza meta, il tutto ritorna a rivivere scene che si ripetono da secoli. Andiamo anche sull’altro versante per avere una miglior vista sul paesino, ammirando così come risulti abbarbicato sul declivio montano. Mentre osserviamo la tipicità di Abyaneh e la sua perfetta integrazione nel contesto montuoso, vediamo alle nostre spalle alcune grotte scavate nella pietra. In passato servivano ai pastori per il rimessaggio del bestiame (pecore e capre), ora sono depositi di attrezzi per l’agricoltura, ma conservano un foro in alto, corrispondente alla cresta di cima della collina, per consentire il ricambio dell’aria. Decisamente meritevole questa digressione di 35 km dalla strada principale.

Persone sedute davanti a una porta di legno tradizionale in un contesto rurale iraniano.

La maggior parte di noi quando pensa e parla di Iran incorre inevitabilmente in un duplice errore: quello di considerarne arabi gli abitanti e che sia solo un Paese caldo. Niente di più falso in entrambi i casi: confondere persiani ed arabi è un errore madornale, seppure la lingua scritta ed orale si assomiglino e la religione li unisca e divida ad un solo tempo. Sono culture vicine ma completamente diverse, che si sono sovrapposte al massimo per un paio di secoli dopo la colonizzazione musulmana nel ‘600. I persiani hanno tuttavia una storia ben più antica e gloriosa, traendo le loro radici dall’Impero Achemenide di Ciro e Dario, una civiltà che dominava ed aveva molto da insegnare in epoca preromanica. Le stesse dinastie che si sono susseguite (Sasanidi, Safavidi, ecc.) hanno dato un’impronta tutta loro e differenziato la Persia dagli altri Paesi circostanti. Il clima invece è torrido continentale durante l’estate, in quanto i mari risultano sovente distanti e le loro correnti vengono bloccate da alte catene montuose. Al tempo stesso l’elevazione media sui 1500 mt rende gli inverni secchi ed assai rigidi, dove si raggiungono tranquillamente anche i -10°C nelle zone aride che vanno da Teheran a Yazd.

Visita a Naqsh-e Jahan Square

Lungo la via, dopo un breve pranzo, rimane ancora da visitare Natanz con la sua Moschea. Quando non c’è nessuno il silenzio risuona come fosse musica fra le maioliche un po’ scrostate. Il tempo sembra parlarci di invasioni, di fede e di vita quotidiana. Poco distante sorge un rudere a riportarci ulteriormente indietro nel passato, un tempio del fuoco zoroastriano quasi abbandonato. Luogo dove avvenivano le celebrazioni religiose in epoche preislamiche, ed il nastro si riavvolge di oltre 1550 anni. Oltre all’autista, oggi abbiamo anche una guida che ci accompagna, per avere qualche utile ragguaglio in più.
L’arrivo ad Esfahan (antica capitale safavide) parte subito con gli onori di un hotel tradizionale restaurato ed aperto pochi mesi fa: l’ascensore di nuova concezione convive e si integra con vetri colorati, degni di una bella moschea. Apprenderemo che le colorazioni dei vetri hanno un loro perché ed il rosso in particolare è destinato a tenere distanti le mosche. Ma non restiamo molto ad osservare le bellezze del luogo che ci ospiterà per le prossime due notti in quanto ad appena 10 minuti di camminata sotto la galleria del bazar ci attende il centro di Esfahan. Il tratto coperto rivela una serie di artigiani che lavorano nelle loro botteghe, nel contempo attenti al passaggio di eventuali clienti. Il ticchettio pervade il lungo corridoio, mani sapienti modellano martellando vassoi ed altri utensili in rame, fino a quando, uscendo da un porticato, ci troviamo di fronte all’immensità della Naqsh-e Jahan Square(Imam Square), con vista su splendide cupole azzurre e minareti, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1979. Intorno ad essa, quasi nascosto, si estende il bazar che risale a secoli fa quando la città era una tappa importante lungo la via della seta. E’ la seconda piazza del mondo per estensione dopo la Piazza Tienanmen di Pechino. Per la verità questa appare ben più piccola in quanto ornata di alberi, prati e fontane che fanno da contrasto con la grigia superficie di quella cinese. Comune denominatore sono le foto dei fondatori della Patria: là c’è la gigantografia di Mao, qui campeggiamo grosse immagini di Khomeini ed Ali Khamenei. Sempre presenti in ogni luogo pubblico o aperto al pubblico, tanto all’interno che all’esterno, le due guide supreme passata e presente della Repubblica Islamica sembrano messe lì ad imporre l’osservanza dei principi fondamentali della religione sciita, trasposti nella loro temporalità teocratica. Sguardo arcigno tendente all’ammonitore nel primo, più conciliante ma non molto rassicurante il mezzo sorriso che sembra uscire dalle labbra del secondo. Agli aspetti politici accenneremo in altro punto, adesso occorre ammirare la piazza e quanto la contorna. Detto che il centro è un susseguirsi di verde sul quale passeggiano gli adulti nel dopolavoro o giocano i bambini, e dell’azzurro dal quale zampillano allegre fontane, occorre soffermarsi sulla cornice stessa della piazza. Si affacciano due splendide moschee ed un palazzo governativo di epoca safavide. Tutto il resto sono porticati a doppia fila in tinta crema da richiamare vagamente piazza San Carlo a Torino. Su entrambi i lati corti della piazza si trovano due robusti pali piantati circa 500 anni fa e che servivano a delimitare le porte del polo, nato a queste latitudini e poi diventato sport eletto della nobiltà inglese. Cena con il team di TAP Persia in un locale molto originale dove, seduti alla maniera del posto abbiamo occasione di chiacchierare mangiando ottimo cibo e perfino di fumare il narghilè.

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