Giorno 10
L’Iran imperiale
Pasargade, Naqsh-e Rostam, Persepoli: vestigia dell’Impero Persiano.
Mattina a L’Iran imperiale
Già, perché oggi, dopo la colazione consumata nello stesso modo della cena di ieri sera, puntiamo verso Shiraz visitando le città imperiali degli Achemenidi. Prima però ci congediamo dai nostri nuovi amici, col dispiacere di lasciarli ma col piacere di aver vissuto una giornata che le trafficate città viste finora hanno reso maggiormente apprezzabile, augurando loro successo nell’avventura intrapresa.
La notte è trascorsa benissimo, senza rumori ed al buio rischiarato soltanto da un paio di piccole lampade lasciate accese, da farci sembrare degli orsi in letargo. Peccato che duri poco, stante la sveglia che suona puntuale alle 6,30; usciamo dalla comoda “spelonca” per dare una sciacquata alla faccia nel centro bagni più vicino, mentre il sole sta già inondando il versante est della vallata con caldi raggi. Colazione alle sette a base di uovo, formaggio salato e un ottimo dolce fatto col sesamo, che loro definiscono come una nutella fatta in casa. Alle 7,30 si parte verso Pasargade. Gli autisti hanno una guida molto sportiva ma ci accorgeremo presto che non si tratta di spericolatezza quanto di maestria nel saper guidare. La strada è ben asfaltata e si fa dritta sotto un sole che sta rinforzando la sua forza calorifica. Ancora una volta ci troviamo a correre per una landa desertica intervallata da fondovalli che si ampliano di tanto in tanto e scoprono coltivazioni verdeggianti (rese ancora più vivaci dalla primavera), da creare un forte contrasto con l’ambiente intorno e le montagne brulle. Si tratta di campi di cereali, melograni, uva, cumino e pistacchi, il raccolto nazionale che qui vede il suo culmine. Non si capisce bene da dove arrivi, forse dalle vicine montagne, ma di acqua ce ne dev’essere in abbondanza, altrimenti non sarebbe possibile una tale proliferazione di mondo vegetale. Proseguendo, il bordo strada è di tanto in tanto punteggiato da folte greggi. Incontriamo un paio di posti di blocco fissi, dove poliziotti armati fino ai denti chiedono all’autista chi siamo: alla risposta che siamo turisti italiani ci fanno cenno di proseguire.
Sono ormai le 10,30 quando entriamo a Pasargade: nella prima capitale fondata da Ciro il Grande c’è molto turismo di iraniani visto il giorno di festa, la ricorrenza della nascita del XII imam che raduna gruppi e famiglie in abbondanza. Qui si può ammirare la tomba di Ciro ed è di per sé una cosa importante poiché data oltre 2500 anni, ma una volta fattovi il giro intorno districandosi fra la folla non resta che scattare un paio di foto e ritornare sui nostri passi. Di tutt’altro spessore sono invece le tombe di Naqsh-e Rostam, complesso funerario con tombe di altri importanti re della dinastia Achemenide. Tanto i bassorilievi che le tombe scavate nella roccia offrono una vista più appagante, corroborata dalle interessanti descrizioni in loco. Ma il luogo supremo dove merita senz’altro soffermarsi ammirati è Persepoli, città cerimoniale e capitale di Dario I, un vero gioiello ancora adesso, immaginarsi come poteva essere prima che le armate di Alessandro Magno lo distruggessero con un incendio.
Porta delle Nazioni
Per vivere bene il luogo occorre astrarre dal presente e dai turisti locali ovunque ammassati ad immortalarsi con le rovine alle spalle. Purtroppo in questo gli iraniani hanno mutuato lo stesso senso di scarsa deferenza tipico dei cinesi. Bisogna pensare di avere la macchina del tempo e fare un salto indietro di 2300 anni (quando in Europa primeggiava Atene e Roma combatteva ancora per conquistare le terre del Lazio), epoca in cui la Persia dominava gran parte del mondo allora conosciuto, dalla Libia odierna all’India, in quello che rimane il più vasto impero mai esistito. I popoli sottomessi erano rappresentati sui bassorilievi ad omaggiare il re persiano, come accade ai giorni nostri fra Stati sudditi e superpotenze. Gli occhi vedono quanto è rimasto, è compito della mente ricostruire quello che manca e restituire al luogo la magnificenza di un tempo. S’inizia dalla Porta delle Nazioni al cospetto della quale dovevano esserci schiere di guardiani ai lati per dare il benvenuto agli ospiti. Varcare quella soglia doveva avere il sapore di entrare in una dimensione di potere, esercitato o subìto a seconda della parte in cui si trovava chi vi transitasse. I palazzi (Apadana e delle 100 Colonne) dovevano essere semplicemente maestosi, resi ancor più grandi in quanto si trovano in pieno deserto. E non è come visitare un palazzo reale in una città europea, né adesso né allora. Chi giungeva a Persepoli aveva settimane di cammino alle spalle e vedere tutto quello sfarzo doveva apparire quasi come una visione soprannaturale. L’ultimo scià provò a fornire la stessa impressione agli accaldati capi di Stato e teste coronate giunte fin qui nel 1971, quando assistettero alle celebrazioni del 2500° anniversario del regno; ma sono eventi nemmeno lontanamente paragonabili. Salendo appena sopra il sito archeologico su una collinetta che ospita le tombe, si può godere di una visione completa, restando ulteriormente abbaglianti al solo pensare di cosa dovevano essere nel tempo questa città ed i suoi padiglioni reali. La calda giornata di sole fa risplendere colonne e quant’altro, ma affatica i visitatori lungo la marcia sul basamento in pietra, dove l’ombra si allunga solo di poco verso il nord. Ma in questi casi occorre non sentire la fatica, vedere, ammirare ed infine gustarsi un gelato corroborante nel vicino bar. In tema di verde, stupisce come esista un viale con gli alti alberi che conducono al sito, contornati di prati ed aiuole, mentre quando ci si avvicina alle rovine il verde lascia a desiderare, quasi come non si volesse distrarre l’attenzione da quello che è il vero obiettivo della visita.
Nella sua storia l’Iran è stato invaso tre volte: da Alessandro Magno in epoca Achemenide, dagli arabi in seguito all’introduzione dell’islam e la terza dai Mongoli. La conquista di Tamerlano viene considerata come un’appendice di questi ultimi, in quanto il condottiero uzbeco giungeva al seguito dei mongoli. E l’Uzbekistan all’epoca era considerato Persia.
Mancano 60 km di autostrada trafficata per il giorno festivo ad arrivare a Shiraz. Ultima città importante prima del rientro nella capitale, si respira allegria oltre al solito fumo proveniente dai tubi di scappamento. Coppie o famiglie fanno il pic nic compostamente sedute su un plaid al centro delle verdi rotonde che decorano gli incroci urbani, altre più riservatamente si godono la bella giornata in uno dei tanti giardini pubblici. Molti campeggiano con tendine piazzate un po’ ovunque, anche a Persepoli se ne sono viste parecchie lungo il viale adducente al sito. Anche perché domani molti fanno il ponte in vista del venerdì. La città non è meno caotica delle altre, data la presenza di molti turisti iraniani, che va ad aggiungersi al milione e mezzo che vivono in città. Come a Persepoli, nelle vie centrali molti indossano quello che chiameremmo il vestito della festa, le stesse donne usano indossare lunghi abiti neri che sfoggiano lucentezza.
Sosta a Majed-e Vakil
Preso rapidamente possesso delle camere nell’hotel tradizionale ci dirigiamo nel vicino centro per fare conoscenza con la città. Il bazar è chiuso e ne approfittiamo per andare a vedere la Majed-e Vakil, risalente al periodo di Karim Khan. L’intero complesso si estende su una superficie di 11.000 metri quadrati. Bell’ingresso con due imponenti iwan, ma destano soprattutto interesse le 48 colonne a spirale, tese a dare un’idea di elasticità a tutta la struttura, e un menbar (pulpito) con 14 gradini di marmo. Camminiamo in direzione nord per visitare la Imamzadeh-ye Ali Ebn-e Hamze, appena superato il ponte sul fiumiciattolo perennemente in secca. Qui veniamo accolti in modo decisamente ospitale. Siamo fra i pochi stranieri presenti e destiamo subito la cortese attenzione dei fedeli, qui per celebrare la ricorrenza festiva. Ci vengono offerti un bicchiere d’aranciata e della frutta secca. Scopriremo poco dopo essere un segno rituale da parte di chi ha qualche problema in casa, omaggiando qualcosa ad estranei si porta il buon auspicio per risolverli. Veniamo quindi avvicinati da un individuo che ci porta all’ufficio turisticointerno alla moschea, lo seguiamo e veniamo accolti da un religioso che sfoggia un buon inglese; le donne indossano il chador che viene offerto loro all’ingresso e ci conduce nel cuore della moschea, un vero santuario di bellezza, con specchi fissati ad arte in modo che il sottile strato di colla sia sufficiente per non farli cadere ma non ne rovini nel contempo l’inclinazione. Inimmaginabile solo pensare quanti pezzi siano. La moschea è dedicata ad un cugino dell’Imam Reza, morto proprio a Shiraz, noto per la sua purezza (prima ancora che per il grado di parentela). Purezza a sua volta richiamata nella simbologia degli specchi. Altro significato dello specchio è dato dalla similitudine con gli amici, i quali dovrebbero dire le cose come stanno tanto in positivo quanto in negativo per aiutare a migliorarsi. E’ comunque apprezzabile che gli stranieri non vengano lasciati girare da soli: controllando così che abbiano un atteggiamento consono, ma nel contempo spiegando loro i principi religiosi e la storia del luogo in cui ci si trova. E’ inoltre qualificante avere un dialogo con qualcuno che parla bene inglese ed è in grado di dare risposte fondate. Ovviamente non è il caso di porre domande imbarazzanti, tali da irrigidire se non bloccare del tutto il dialogo. Occorre sapere con chi si sta parlando e dove ci si trova, rispettarlo e parlare di argomenti non delicati. Anche qui ci viene riferito come il fondamento della religione sia il rispetto verso gli altri, una versione quindi positiva. Esistono punti sui quali non siamo sulla stessa linea ma oggi è d’uopo parlare di quanto ci unisce. Un esempio è il principio sciita di grande considerazione verso i cinque massimi profeti: Abramo, Mosé, Noé, Gesù Cristo e Maometto, intendendo quest’ultimo come il rivelatore principale dei fondamenti della religione. Del resto sarebbe tempo perso cercare di convincerci reciprocamente. Ci viene confermato che un buon islamico non può stringere la mano ad una donna, inteso come forma di rispetto verso la donna stessa. Se lo fa infrange una regola religiosa. Nella realtà, in una società che si sta laicizzando sempre di più, a prescindere dall’applicazione della Sharia, sono molti gli uomini che porgono la mano alle donne. In ogni caso sarebbe meglio fosse sempre l’uomo a decidere sul da farsi e non la donna a prendere l’iniziativa. Lasciamo la moschea in un clima di festa, bambini che giocano nel cortile esterno mentre le mamme chiacchierano fra di loro e buttano un occhio incuriosito sugli stranieri in transito. Rientriamo verso il centro per recarci nel ristorante prenotato in precedenza, vista la giornata speciale. Passeggiata per l’acquisto di qualche gift per noi: uva essiccata (hanno tanto quella di Shiraz che quella di Mashhad), pistacchi (esistono naturali, allo zafferano, al cumino e alla cannella), altra frutta secca come le more bianche (gelso) e nere. Il traffico, complice l’ora di rientro, si è fatto infernale e l’operazione di attraversare la strada diventa tutt’altro che semplice.
IT
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