Giorno 13
Teheran
Teheran: traffico caotico e smog. Musei, Azadi Tower e lo splendido Dalit bridge
Arrivo a Teheran
La notte scorre tranquilla anche se non è affatto come dormire nel proprio letto. Dopo una frugale colazione attendiamo con impazienza l’ora dell’arrivo. La sterminata periferia di Teheran ci scorre davanti, per niente bella come lo sono tutte le periferie, specie se viste da un treno. Arriviamo alle 11, con un’ora di ritardo, ma non ci poniamo molte domande. Il taxi ci porta in hotel, tatticamente posizionato in prossimità dell’Imam Khomeini square da dove, subito dopo il check in, prendiamo la metro per andare alla Torre Azadi, situata a ovest. Letteralmente significa “torre della libertà”, è stata inaugurata nel 1971 per commemorare i 2500 anni dell’impero persiano sotto il nome di Torre Shahyad, “memoriale del re”, cambiato poi in Torre Azadi dopo la Rivoluzione del 1979.
Prendere la metro non è difficile, basta seguire la logica di quelle europee ed il gioco è presto fatto, aiutati dalle descrizioni anche in inglese. E’ pulita a tal punto che giochiamo a cercare cartacce per terra, nei vagoni gente educata parla sottovoce creando solo un brusio di sottofondo, comportamenti da prendere come esempio. La Torre è ovviamente innestata all’interno di un bel giardino, da distante sembra perfino più piccola, ma quando ci si trova sotto, se ne può ammirare l’imponenza e la creatività architettonica di quello che è diventato il simbolo della Teheran moderna. Per la verità la Teheran antica esiste solo nei musei e per questa ragione abbiamo deciso di dedicare solo uno scampolo del viaggio alla capitale. Si rientra in pieno centro, per un gelato da mille e una notte attendendo che il Museo Nazionale dei Gioielli apra. Vanta un’esposizione di gioielli tra i più preziosi e cari al mondo, raccolti in secoli di dinastie reali. Sta scendendo qualche goccia, arriviamo al museo ed ecco una coda di turisti europei (sbucati da chissà dove viste le scarse presenze nei giorni scorsi) perlopiù già avanti con gli anni in attesa del biglietto. L’abbiamo detto ed andiamo a vederlo dopo aver passato controlli, metal detector, scanner ed aver lasciata ogni fotocamera o telefono nel deposito. Quando finalmente entriamo ci troviamo in un caveau blindato e sorvegliato fino ai denti. La porta sarà spessa oltre mezzo metro, e la prima impressione del profano di fronte a tanto luccichio è quella di trovarsi in un negozio di bigiotteria. Una bigiotteria dal valore inestimabile però. Corone d’oro con ogni variazione di pietre preziose e, soprattutto, i due pezzi pregiati: il trono ed il mappamondo in oro massiccio con un’infinità di decorazioni e pietre incastonate. Un patrimonio raccolto soprattutto dalla passata dinastia Pahlavi, un lusso senza fine che stride con le condizioni in cui viveva la popolazione. Non essendo frequentatori di gioiellerie riesce difficile attribuire un qualsivoglia valore a quanto sotto i nostri occhi e la successiva visita all’ambasciata americana crea una sorta di contiguità storica, in una sorta di rapporto causa – effetto se vogliamo vederlo così. Lo scià ha dilapidato in modo dissennato i proventi del petrolio e la gente si è ribellata, cacciandolo e invadendo l’ambasciata del suo nume tutelare: gli Stati Uniti d’America. Entrare in quello che la propaganda iraniana definisce il Covo dello spionaggio americano ci riporta indietro ai giorni tristi del 1979 dove l’Iran cambiava solo il genere di dittatura. Tanto all’esterno che all’interno, tutto è rimasto come allora. Una zelante guida di neanche trent’anni ci mostra un filmato spiegando quanto avvenuto. Lo fa con tale perfezione e freddezza da far scendere una colata di gelo fra le sue spiegazioni e chi lo ascolta, così che le bocche degli ascoltatori non si sciolgano in qualche domanda sgradita. Proprio in questo luogo che doveva essere il regno della diplomazia, troviamo i più avanzati strumenti dell’epoca in materia di sicurezza, controllo e distruzione di documenti o prove in caso di necessità. Non è difficile farsi un’opinione, ben più difficile è farsi un’opinione univoca di quanto avvenuto. Così come lasciamo in sospeso la domanda su chi fossero i buoni e chi i cattivi, mai che abbia senso in un simile contesto. E la questione torna come non mai a risuonare nelle orecchie del mondo proprio in questi giorni, a quasi 40 anni dai fatti di Teheran.
Riprendiamo il cammino con i nostri dubbi per recarci a vedere la semplice Cattedrale Armena di Sarkis e per vedere alcuni interessanti murales che si trovano nelle vicinanze.
Il volto urbano di Teheran
Un taxi ci porta alponte Dalit, un’opera d’arte a cielo aperto, non fosse che raggiungerla richiede una vera sfida al traffico urbano. Plastico e snello al tempo stesso, lungo 270 mt, il ponte è stato costruito con metodi innovativi. Offre uno spettacolo situato com’è all’interno di un polmone verde che fa da cesura fra la parte sud e quella nord della città. In particolare quest’ultima risulta interessante, appena sotto gli imponenti ed ancora innevati Monti Elburz. In stagione dev’essere fantastico scendere sci ai piedi con la città che si apre appena sotto. Ceniamo in un ristorante scelto nelle vicinanze così da rivedere il ponte e la città illuminate. L’ultima visione di Teheran è proprio quella che avremmo voluto per chiudere degnamente il viaggio. Non resta che avviarci all’interno del parco adiacente, poco frequentato ma a rischio zero, ed infilarci nella prima stazione di metro che ci porterà nella zona dell’hotel.
IT
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