Giorno 1

Qom

Qom: il viaggio inizia con la città più conservatrice

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Qom

Arrivo a Qom

L’Airbus 380 che ci porta a Dubai è costretto a volteggiare venti minuti sopra l’Emirato a causa della congestione nello scalo. Quando atterriamo veniamo addirittura prelevati dai bus anziché attraccare ad un comodo finger come si converrebbe per un velivolo che ospita quasi 600 passeggeri. Ma tant’è, la densità degli aerei di questo modello a Dubai è come quella dei bagnanti su una spiaggia ferragostana, così dobbiamo farcene una ragione. Ce la faremmo volentieri, non fosse che abbiamo la coincidenza pochi minuti dopo e riusciamo a prenderla volando a nostra volta verso il gate e raggiungendolo quando avevamo ormai perso ogni speranza. Buon viatico per i giorni a seguire: andare spediti e non farsi prendere dalla stanchezza devono essere i primi ingredienti in un viaggio! Il Boeing 777 ci attende ancora e tutto fila liscio fino all’arrivo, quando l’aereo rotea qualche volta sulla città in mezzo al maltempo senza perdere quota. Ci viene il dubbio che vogliano deviarci da qualche altra parte, ma alla fine raggiungiamo la destinazione con successo. Il traffico aereo è relativamente scarso per la destinazione e l’aeroporto di Teheran è invece ben più austero rispetto ad altri mediorientali, pur se recente (inaugurato nel 2004) e funzionale. Sono relativamente pochi i voli e non ci sono code nemmeno al momento di fare il visto. Chi arriva viene preso in consegna da un deciso smistatore che invia subito a pagare i 75€; con la ricevuta gli consegniamo il passaporto, l’e-visa e l’assicurazione di viaggio fatte nelle settimane precedenti. Un tranquillo funzionario procede all’espletamento della pratica ed il tutto ci viene riconsegnato con preghiera di attendere qualche minuto prima di presentarci al posto di controllo per l’apposizione del timbro. Purtroppo il mio nome non compare sul monitor del poliziotto e devo rifare la pratica: nel frattempo penso quali condizioni ostino al mio passaggio ed i paralleli con il film Argo iniziano ad affiorare. Probabilmente era soltanto un problema informatico, tant’è che dopo una ventina di minuti sono sdoganato e posso finalmente entrare a pieno titolo nella Repubblica Islamica dell’Iran. Cerchiamo le Sim iraniane ma ne sono sprovvisti, mentre non stiamo a cambiare per via dei tassi sconvenienti: l’autista ci anticipa una somma che restituiremo all’agenzia a Esfahan. Non ci sono grandi spiegamenti di forze di polizia, anche se la sensazione è che i controlli siano stretti quanto silenziosi. Sui margini dell’aeroporto si trovano grandi aerei in stato di abbandono, perfino dei 747, per i quali probabilmente l’embargo non consente di procurare loro ricambi o parti per la manutenzione, così che devono marcire a causa dell’ottusità umana. Nelle zone desertiche le precipitazioni dovrebbero avere breve durata, scende qualche goccia, l’acquazzone è appena terminato quando arriviamo a Qom dopo 100 km di autostrada superati in un’ora. Alcune vie sono inondate ed andare in giro senza ombrello sarebbe alquanto imprudente; le strade ed i sistemi di scolo sono quelli tipici delle zone aride, pertanto tutta la pioggia caduta rimane lì in attesa di evaporare o filtrare lentamente nel terreno. Il parco macchine varia dalle vecchie Paykan costruite sotto la precedente dinastia dei Phalavi, per arrivare a moderni modelli coreani e cinesi di cilindrate maggiori. In mezzo ci stanno moltissime Peugeot 407 o Renault (si vede ancora qualche residuato di R5) di taglia media. Siamo alle prime ore del pomeriggio, lasciamo i bagagli in hotel ed andiamo in esplorazione di quello che è il nostro battesimo proprio nella città più conservatrice. Infatti Qom risulta essere il secondo centro religioso dopo la lontana Mashhad, il luogo di nascita e di educazione dell’imam Khomeini, nonché la sede di molte scuole coraniche di carattere fondamentalista. A parte il Mausoleo di Fatima, Hazrat-e Masumeh (sorella dell’Imam Reza) e un’altra moschea non risulta essere una città di grande interesse. Ma è proprio la prima ad essere la meta di pellegrinaggi dal mondo sciita: uomini e donne entrano sotto due tendoni separati per la perquisizione e le seconde devono indossare il chador, che viene prestato loro gratuitamente. Il velo (hijab) sarà un compagno inseparabile che le signore possono togliere solo dietro la porta chiusa della camera d’albergo. Un simpatico ragazzo ci informa sulle procedure fra una battuta di calcio e l’altra, mentre un altro che si reca per pregare ci offre un sacchetto di profumatissime rose; alla fine un mullah ci viene a prendere in consegna e ci porta (o ci scorta) a fare il giro. Le misure di sicurezza sono per tutti e necessarie a prevenire attentati. Occorre non dimenticare che Isis vede negli sciiti un nemico ancora maggiore degli appartenenti ad altre religioni, in quanto considerati apostati. Splendide decorazioni ornano il cortile, ma non possiamo entrare nel mausoleo vero e proprio, riservato ai credenti di osservanza musulmana.

A square with historic buildings in Iran under a gray sky.

Tradizioni e spiritualità

E’ proprio il colloquio col nostro accompagnatore che rende la visita più interessante. Ci fornisce una serie di informazioni storiche, religiose ed architettoniche molto apprezzabili, così come lo sono le sue parole in nome di una religione che deve promuovere il dialogo e non va usata come pretesto per perpetrare violenze. Non quindi come viene intesa da una parte dei sunniti, soprattutto i wahabiti che vivono in Arabia ed a suo parere hanno contribuito attivamente alla creazione dell’Isis. Questi vedono la necessità di trovare negli sciiti il nemico ideale da attaccare per tramite di Iraq e Siria, ciò ha richiesto l’intervento dell’Iran per difendere i proprio interessi nazionali. Ci spiega come a suo parere i media occidentali siano molto influenzati e di conseguenza si finisca per avere un’idea distorta dell’Iran e della sua religione. Lo stesso vale per l’America, di cui vengono spese buone parole per la gente, la quale ha però il limite di farsi condizionare al momento del voto. Si parla di uno Stato ed un popolo terroristi, mentre sono loro ad aver subito attacchi da parte di fondamentalisti nei mesi scorsi. Gli sciiti non fanno proselitismo, mentre esistono correnti del sunnismo che prevedono l’imposizione della religione con la forza, tant’è che sulla stessa bandiera dell’Arabia Saudita compaiono le prime frasi del Corano e subito sotto si vede una spada destinata ad essere usata su coloro che non si convertono. Gli sciiti credono invece non sia possibile imporre al cuore di qualcuno un pensiero che la mente non accetta, pertanto non riescono a capire come ci sia tutta questa ostilità da parte delle superpotenze nei confronti dell’Iran.

Alla sua morte, la guida suprema viene sostituita tramite elezione da parte di un consiglio di 25 esperti, del quale in questo momento fanno parte tre donne entrate di recente. Il mullah si stupisce di come nella nostra religione la donna abbia un ruolo più marginale. Gli sciiti credono in Maria (una delle tre donne nominate nel Corano col nome di Mariam), una figura a cui essere particolarmente devoti in quanto madre di Gesù Cristo, uno dei maggiori profeti. La seconda figura femminile più significativa è proprio Fatima, sepolta qui. Secondo i musulmani le donne sono particolarmente importanti e rispettabili, a tal misura che ai fini del raggiungimento dei requisiti per entrare in paradiso il matrimonio con una donna significa da solo il 50% dei meriti necessari per la purificazione dei propri errori. Chi ha un buon atteggiamento nei confronti delle donne finisce automaticamente per essere considerato più devoto e vicino a Dio.

Tornando al monumento sotto il quale stiamo passeggiando, la cupola dorata scintillante contiene 270 kg d’oro arrivati da donazioni dei fedeli e rinnovato recentemente, mentre un altro ingresso è stato interamente realizzato con del vetro. Negli archi e negli iwan sono incastonati migliaia di specchietti a significare che ognuno deve comportarsi bene, in quanto questi riflettono l’immagine nella sua realtà.

Nel frattempo è comparso anche un po’ di sole, usciamo dal cancello che si trova sul lato opposto del santuario per attraversare l’ampia Astana square ornata di giardini, nonché un vero viavai di turbanti in testa a religiosi di ogni ordine, per entrare nella Moschea dell’Imam Al-Hasan. Non conoscendo le regole locali cerchiamo in qualche modo di farci capire per dire che gradiremmo entrare. Togliamo le scarpe e le mettiamo in un sacchetto di nylon, mentre i nostri piedi galleggiano sugli splendidi tappeti che coprono il pavimento della moschea. Ci muoviamo con rispetto cercando di non disturbare, nel silenzio più totale, con le strette finestre che dall’alto lasciano entrare fasci di luce sempre più orizzontali. Verrebbe il torcicollo ad ammirare l’interno della cupola con i suoi ornamenti. Alcuni fedeli stanno pregando, altri leggono il Corano, altri ancora discutono in gruppo come se stessero ripassando una lezione, uno si avvicina a noi per chiederci da dove veniamo e cerca di metterci a nostro agio. Possiamo fotografare tranquillamente, siamo ospiti ed anche graditi. Non sembra vero: ci troviamo nel cuore di una moschea, in una delle città più conservatrici di una Repubblica Islamica in lotta contro il mondo occidentale, e veniamo accolti con sorrisi benevoli, quasi ci stessero aspettando, invitandoci a fare foto di quella che è senza dubbio un’opera d’arte. Di certo non ce li aspettavamo in questo modo, ma questa sarà solo la prima di tante esperienze sorprendenti.

Visitiamo il bazar, reputato uno dei più originali, soprattutto nel punto in cui si apre un timcheh, piazzale interno dedicato alla vendita di prodotti specifici e disposto in modo da fornire più luce possibile all’interno. Questa è la zona dei tappeti, anche se al momento diversi negozi risultano chiusi, probabilmente le ore del mattino sono più dinamiche. Sembra di essere andati indietro nel tempo di secoli e da un momento all’altro potrebbe spuntare da dietro l’angolo anche Marco Polo. Nel frattempo si è fatta ora di cena, andiamo a cercare un ristorante fra il poco che offre Qom, ma facciamo subito una positiva conoscenza con i kebab iraniani. A seguire acquistiamo dei sohaniin un negozio, dolci tipici fatti con pistacchio, cardamomo, cacao, zafferano e mandorle, da mangiare mentre passeggiamo per strada all’imbrunire. Si tratta di rientrare, ma l’hotel si trova dall’altra parte del Mausoleo e fare il giro largo sarebbe sconveniente. Ci presentiamo al punto di controllo e spieghiamo le nostre intenzioni: non intendiamo entrare nel cortile per visitare, vorremmo solo percorrere la strada adiacente per rientrare. Ci viene concesso, ma dobbiamo essere accompagnati e alle ragazze viene risparmiato il chador. A questo punto ci rendiamo conto di dove ci troviamo realmente e quali siano le reazioni di intransigenza: alcuni stretti osservanti iniziano a guardarci male dicendo che le donne dovrebbero indossare la tunica. La nostra guardia spiega loro le ragioni del transito e l’incidente si risolve prima ancora di nascere, ringraziando di aver avuto qualcuno che ha saputo spiegare in farsi ed evitare ogni pericolo.

Rientriamo dopo una prima interessante giornata che non ha affatto dissipato i dubbi che avevamo: se la facciata ufficiale ci presenta una religione pacifica ed un Paese che non ha fatto nulla di male, resta vero che permangono molti punti non in sintonia col nostro pensiero comune, alcuni dei quali sono però comprensibili se non addirittura condivisibili. Occorre non vedere le cose unicamente dal punto di vista Occidentale, ma astrarre dalla nostra cultura per capire a fondo senza trarre necessariamente dei giudizi. Per il resto, l’opinione che avevamo su alcuni temi non cambia e non cambierà in seguito a qualche pur piacevole chiacchierata con esponenti dell’establishment. Quello che è invece vero senza ombra di dubbio è la cortesia e l’approccio amichevole della gente. La città non presenta altri interessi turistici, tant’è che vediamo solo altri due stranieri vagare per il centro. Lungo la strada veniamo spesso fermati da viandanti che ci chiedono da dove veniamo, nei giorni seguenti la gente ci chiederà di farci delle foto con loro, con un’amabilità del tutto disinteressata. Basti come esempio un ragazzino di 17 anni che ci accompagna sulla via del rientro con l’unico fine di scambiare qualche parola con noi ed allenare il suo inglese. E’ commovente come alla sua età cerchi in qualsiasi modo di uscire dall’anonimato anche soltanto parlando con stranieri sconosciuti. E con la stessa delicatezza con cui si è avvicinato a noi, quando siamo ormai prossimi alla nostra destinazione, va per la sua strada, che gli auguriamo essere piena di successi. L’hotel ci fornirà finalmente qualche ora di ristoro dopo la notte trascorsa in aereo. Al momento del check in abbiamo incontrato un manager della squadra calcistica di Tabriz, oggi qui in trasferta per una partita di campionato che inizierà tra poco. Sarebbe curioso vedere un match iraniano, ma altri impegni ci attendono.

Le donne sono quasi tutte abbigliate con il chador nero ed è curioso vedere i manichini nel bazar che presentano diverse variazioni di tessuti e mise, ma sempre osservando la stessa rigorosa linea. Le più ribelli lasciano intravedere una ciocca di capelli, mentre un paio calzano i pantaloni sotto il vestito che nasconde le forme. In diverse truccano il viso con forti tonalità di rossetto, devono essere quelle più sfrontate. In generale quando le guardiamo, fin che sono a distanza, la curiosità invita loro a squadrare lo straniero, man mano che le si avvicina fino ad incrociarlo, abbassano lo sguardo come richiede la verecondia imposta. Il nostro modo di vestire suscita curiosità.

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