Giorno 11
Chichicastenango
Il mondo Maya di oggi nella sua rappresentazione più vera: il mercato
Chichicastenango: mercato, riti e cimitero colorato
Non si perde tempo perché c’è ancora molto da vedere e i giorni ormai scarseggiano. La fine del viaggio si fa imminente; il programma finora è stato pienamente rispettato con grande soddisfazione, ma non bisogna dormire sugli allori. C’è ancora uno dei pezzi forti da scoprire: il lago Atitlán. Prima però ci fermeremo qualche ora a Chichicastenango, dove avevamo programmato la visita per oggi — giorno in cui si tiene un famoso quanto variopinto mercato. Ma andiamo per ordine: alle 7:00 ci troviamo sulla piazza antistante la Iglesia de la Merced per l’ennesimo shuttle bus con destinazione Chichi, mentre la città si sta animando più lentamente, visto il giorno festivo. Lungo le tortuose strade di collina finiamo per essere avvolti dalla nebbia, e anche quando arriviamo a destinazione verso le 9:15 il cielo rimane grigio. La città, abbastanza grande — oltre 170.000 abitanti — sorge in zona collinare e rappresenta il cuore culturale degli odierni Maya; il mercato riveste pertanto un interesse del tutto particolare. Lungo le strette vie si trovano banchi su entrambi i lati, lo spazio in mezzo risulta stretto e la gente è tanta; il tutto è ricoperto da teli o tettoie fisse in lamiera. Anche se la zona non è malfamata può essere terreno fertile per i borseggiatori, quindi vigilanza al massimo. Il mercato non delude le attese, anche se in tutta onestà non mi è mai capitato di annoiarmi a girare tra i banchi: c’è tutto un mondo da osservare nella sua quotidianità, tanto dal punto di vista antropologico che merceologico; qui poi si aggiunge l’aspetto culturale, con ben poco di latino a partire dai vestiti, dalla statura delle persone, dal loro atteggiamento, dai prodotti esposti. Per non parlare delle connotazioni religiose, delle quali occorre fare menzione su tre angolature sociali che ci si parano di fronte. Mentre ci si spinge educatamente scivolando nella corrente umana, a un certo punto giunge da una via laterale un piccolo corteo che porta in processione una divinità Maya all’interno di un baldacchino; alcuni uomini vestiti con costumi tradizionali lo precedono suonando un flauto locale e scandendo tempo e passo con i tamburi. Uno sparuto seguito di fedeli chiude la carovana: sembra di essere tornati indietro di secoli. Il secondo caso interessante lo troviamo di fronte alla Iglesia di Santo Tomás, dove sulla scalinata di 20 gradini — pari ai mesi del calendario Maya — alcune signore in costume tradizionale vendono fiori, e sotto l’ingresso vengono bruciate offerte costituite da pire di copal con mais, pane e zucchero, accompagnate da candele e bastoncini di legno, in piccoli falò. È proprio qui che diventa tangibile il sincretismo fra cattolicesimo e l’antica religione Maya: il primo si piega al compromesso di accettare i rituali antichi, l’altra asseconda la nuova religione imposta perpetuando in qualche modo i riti indotti da una tradizione atavica. All’interno vengono bruciate candele su bassi altarini posti nel corridoio centrale; donne e bambini inginocchiati li osservano pregando. Dall’alto un Dio guarda con misericordia, a prescindere dai gesti esteriori che gli vengono presentati. Regna un senso di misticismo e contrasto al tempo stesso — non un’impressione di ipocrisia, quantomeno non a livello della gente comune. All’esterno, davanti al portone, alcuni anziani stazionano inginocchiati davanti alle offerte; anche se chiedessimo non riusciremmo a comprendere — qui si parla solo uno dei 18 idiomi Maya, e lo spagnolo viene percepito come una lingua straniera.
Sull’altro lato di una piazza stipata da bancarelle si trova la Capilla del Calvario, dove si svolgono pressappoco gli stessi riti. Ma il terzo aspetto di grande interesse è rappresentato dal cimitero, situato due isolati oltre la Capilla. Abituati ai nostri camposanti dove dominano il marmo e le pietre di colori freddi, a testimoniare un luogo dove regnano nostalgia e tristezza — nella migliore delle ipotesi speranza di resurrezione — restiamo abbagliati di fronte a tanta varietà cromatica. Ogni tomba — solitamente ricoperta da uno strato di cemento, così come quelle che ospitano loculi — è dipinta in modo vario e originale, fornendo un colpo d’occhio quasi allegro. Parlando con un signore che incontriamo, ci viene spiegato come in passato venissero usati colori ben definiti: il bianco per i bambini, il giallo per gli uomini a significare il mais e quindi il cibo, e così via. In tempi più recenti si usa il colore preferito dal defunto, rendendo la varietà cromatica ancora più ricca. Sembra di essere a Kathmandu quando vediamo dei fuochi ardere sotto una tettoia: in questo caso si tratta di offerte fatte secondo tradizione Maya, presiedute da alcuni sciamani, per richiedere grazie di vario genere. Il cimitero si vivacizza nel periodo dei Santi, quando tutti vi si recano ad addobbare le tombe e si fanno picnic virtualmente insieme ai defunti, cucinando quanto più piaceva loro in vita. Nel caso di chi amava gli alcolici, la tomba viene irrorata del liquore preferito — e la bevanda prediletta, in queste terre, è la chicha, derivata dalla fermentazione del mais. In effetti quello che noi chiamiamo granoturco rappresentava la coltura principale per le popolazioni precolombiane, alla base della dieta come da noi lo era il grano.

Ritorniamo al mercato, dove all’interno di un edificio adiacente la piazza si trova la zona dedicata a frutta e verdura. Spiccano pomodori lunghi, patate dolci e frutta tropicale di vario genere. La possibilità di salire due piani e vedere la scena dall’alto restituisce un animato mix cromatico: ecco come la vita e la morte s’incontrano proprio nella varietà dei colori, come in un passaggio dove tutto cambia ma tutto rimane. Pranziamo in un localino, non fidandoci dei pur attraenti banchi dove su fornelli a gas viene cucinato sul momento ogni ben di Dio — in particolare carne prima impanata e quindi fritta nell’olio, non esattamente quanto prescrivono i dietologi, ma il profumo è davvero tentatore. Dislocati su una vasta area della piazza, questi comedores fungono da punto d’incontro fra chi si è recato al mercato per comprare e chi per vendere; verso mezzogiorno le esigenze convergono, e va bene anche a noi che possiamo girovagare fra i banchi approfittando del ridotto traffico umano. Diversi esercenti espongono attrezzi da lavoro agricolo, mentre sono particolarmente interessanti i venditori di pozioni magiche volte a risolvere ogni genere di problema; non mancano però le soluzioni tradizionali: blister di pastiglie e medicine raccolte su piccoli tavolini — in prima fila il Diclofenac. Fra i fiori si distinguono i crisantemi, particolarmente sulla scalinata alla base della Iglesia di Santo Tomás: evidentemente qui hanno un significato più allegro di quanto ingiustamente gli attribuiamo noi. Soddisfatti dell’interessante esperienza, usciamo dalla zona del mercato non prima di aver fatto un paio d’acquisti di artigianato locale; vediamo ancora qualche angolo caratteristico di Chichicastenango e poco prima delle 16:00 ci presentiamo al punto d’incontro. A quell’ora partono tutti i bus: alcuni rientrano ad Antigua, altri prendono altre strade — fra le quali c’è quella per Panajachel, sul lago Atitlán. Recuperiamo i nostri bagagli stipati sul tetto del bus precedente e li carichiamo sul prossimo.
Il lago Atitlán e il tramonto di Panajachel
Abbiamo la fortuna di incontrare un accompagnatore — non era previsto, poiché non si tratta di visita guidata — il quale spiega a chi conosce lo spagnolo interessanti dettagli dei luoghi che andiamo attraversando. Ci si ferma presso un belvedere dal quale si domina la brulicante Chichi nel suo andirivieni domenicale; quindi arriviamo a un altro dove il paradiso si materializza nella visione letteralmente celestiale del lago Atitlán. Qualcuno lo riconosce come il lago più bello del mondo; forse non è conveniente stilare classifiche in materia, ma resta il fatto che la grande macchia azzurra nella quale si specchiano colline e vulcani è qualcosa di impressionante — una caldera sprofondata dove si è formato il bacino. Il vulcano San Pedro campeggia proprio di fronte a noi sull’altra sponda. Il tutto è reso ancor più vivido dall’aria asciutta — le nuvole del mattino sono rimaste sulla città e qui, a circa 2.000 metri di quota mentre il lago è sui 1.600, i colori sembrano brillare di luce propria. Il minibus scende con prudenza verso la sua destinazione finale; facciamo il check-in nel semplice ma ben dotato hotel prenotato a Panajachel e andiamo a scoprire la cittadina, ma le sorprese non sono ancora finite. Le ombre si stanno allungando; passeggiando lungo la Calle Santander, che raggiunge perpendicolarmente il lago, si trova ogni genere di negozio o locale che possa interessare il turista, tanto che Panajachel è stata ironicamente ribattezzata Gringotenango — dove tenango è il suffisso in lingua Maya per indicare città. Su una piazzola prospiciente la spiaggietta un complesso locale suona melodie di marimba, orgoglioso simbolo musicale del Guatemala. La coincidenza vuole che in quel momento il sole saluti il giorno poco distante dalla mole del San Pedro e degli altri due vulcani; è difficile trovare le parole idonee per esprimere la delizia che contemporaneamente provano i sensi nel vedere e nel sentire. Momenti non cercati, in cui siamo capitati casualmente — anche per questo più graditi, da vivere intensamente. Il lago passa dall’azzurro al giallo, infine al bruno; la notte scende ma il gruppo continua a suonare fino a quando anche loro si prendono il meritato applauso finale. Quello del gusto rimane il senso che avanza ancora le sue richieste, e lo soddisferemo con ceviche e plato de mariscos — gamberi, granchio, cozze e pesce bianco. Una brezza spira nelle ore in cui si passa dal giorno alla notte, per placarsi quando viene l’ora di andare a dormire.
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