Giorno 7

Volcan Pacaya

Dal fuoco che arriva dalla terra alla terra mito dei Maya

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Volcan Pacaya

Escursione al Volcán Pacaya

Uno degli highlights nei dintorni di Antigua è costituito dalla salita al vulcano Acatenango, che richiede due giorni e pernottamento in prossimità della vetta per vedere lo spettacolo pirotecnico offerto dal Fuego, situato a poca distanza. Non avendo sufficiente tempo a disposizione ripieghiamo sul Pacaya, un altro vulcano che negli ultimi anni ha svolto un’intensa attività eruttiva. Nel 2010 ha riversato fiumi di lava verso i villaggi sottostanti, la gente è stata costretta in casa a causa delle ceneri fino a Guatemala City, le coltivazioni sono state bruciate dalla pioggia di cenere calda, causando danni enormi. Un paio d’anni fa è tornato in auge, limitando i danni alle sole coltivazioni, per quanto ingenti. Con uno shuttle bus arriviamo a quota 1.800 metri alla base della camminata che con 400 metri di dislivello ci porterà al punto panoramico a quota 2.200 metri; acquistiamo il biglietto di accesso e conosciamo la guida che accompagnerà il gruppo. Come già detto, la zona di Antigua gode di intensa attività turistica che gli operatori cercano di sfruttare al meglio, e lo si nota fin dai piccoli dettagli. Tra l’altro la cosa è giustificata da una clientela più di stampo turistico che escursionistico: all’arrivo un nugolo di ragazzini affitta bastoncini da trekking ricavati da rami a 2 dollari l’uno; chi per limiti di età o pigrizia non volesse fare la salita può noleggiare un cavallo, e così via. In ogni caso le spiegazioni delle guide sono esaurienti, anche se quanto a bellezza l’escursione non è paragonabile al Santa Ana. Il meteo nelle prime ore consente una splendida vista dei vulcani prossimi ad Antigua e lascia ammirare un’esplosione che sta avvenendo sull’irrequieto Fuego; a seguire si addensano nebbie sul Pacaya e la vetta traspare solo ogni tanto. Non è comunque possibile salire in cima, dal momento che non vi sono sentieri — distrutti dalle recenti colate — e probabilmente anche per ragioni di sicurezza. È comunque interessante vedere i scuri fiumi pietrificati, ancora parzialmente fumanti delle eruzioni precedenti. Il magma è andato a riempire bacini creatisi in precedenza, fino a depositarsi dove c’erano coltivazioni in prossimità dei paesi. Scendiamo sull’altro versante in un paesaggio lunare prima e polveroso in seguito. Durante la salita non possiamo mancare di osservare quello che parrebbe uno stabilimento non meglio identificabile: ci viene spiegato essere una stazione di sfruttamento dell’energia geotermica proveniente dal sottosuolo, progettata, costruita e probabilmente finanziata da Israele. Occorre a questo punto aprire una parentesi sulla presenza dello Stato ebraico in quest’area, specialmente in Guatemala. Esiste un legame speciale: su alcune auto si vedono adesivi con il cuore e la bandiera israeliana, lo stesso vale quando si declamano investimenti in territorio guatemalteco. Un affetto che qualche anno fa si è esternato con l’immediato spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Sembra che sentimenti simili esistano anche in El Salvador, dove paradossalmente il Presidente è di origini palestinesi. La guida scalda alcuni marshmallow in una buca scavata fra le rocce laviche in una sorta di leggero barbecue di scarso interesse; nel cielo le nebbie stanno prendendo la scena e la vetta del Pacaya resta visibile solo di tanto in tanto.

Energia geotermica: il vulcano che scalda le case
Il Guatemala è uno dei Paesi dell’America Centrale più attivi nello sfruttamento dell’energia geotermica, grazie alla presenza di numerosi vulcani attivi. Il calore prodotto dal magma sotterraneo viene convertito in elettricità attraverso impianti che sfruttano il vapore naturale. Il Pacaya, con la sua attività quasi continua, è uno dei siti più promettenti per questo tipo di produzione. In un Paese dove buona parte della popolazione rurale non ha ancora accesso stabile all’elettricità, queste installazioni hanno un valore che va ben oltre quello puramente energetico.
Cavalli pascolano su un pendio montuoso coperto da nuvole.

Da Antigua a Flores, via cielo

Rientriamo ad Antigua per una buona parrilla — decisamente più apprezzata dei marshmallow offerti sul Pacaya — considerato che stasera non resterà gran tempo per la cena. Verso le 15:00 il taxi ci viene a prendere e affrontiamo la lunga salita che porta in quota verso Guatemala City e quindi all’aeroporto. Poco prima dello scalo veniamo bloccati in una coda apparentemente dovuta a elezioni universitarie che si tengono in zona; pur avendo un discreto margine di tempo, vedendo che procederemmo più rapidamente a piedi, scendiamo e con qualche scorciatoia arriviamo all’ingresso camminando per un chilometro. Fortuna che siamo anche leggeri, perché il massimo consentito dal nostro biglietto prevede 4 kg di bagaglio a persona — più che sufficienti per una trasferta di tre giorni nel caldo nord. Nel frattempo i trolley possono riposare in hotel ad Antigua.

Siamo pronti per il volo interno con destinazione Flores, previsto alle 18:40 — esattamente dieci minuti dopo del volo per Madrid che prenderemo la settimana prossima. Siamo a metà viaggio ed è curioso come, mentre ci rechiamo all’imbarco verso l’aereo della TAG (compagnia guatemalteca), passiamo a piedi proprio di fronte a quello dell’Iberia, dandogli appuntamento per mercoledì prossimo alla stessa ora. Volo di 45 minuti, tranquillo, con splendida vista notturna su Antigua e la geometria delle sue strade illuminate che si incrociano ad angolo retto. All’arrivo a Flores con una breve corsa in taxi raggiungiamo il centro; quello che definiscono come centro in realtà è un’isola sul lago Petén Itzá, collegata alla terraferma di Santa Elena tramite un ponte lungo 500 metri. È un bell’ambiente — sembra una cittadina come ce ne sono diverse nel Mediterraneo, ma siamo ai tropici. Il suo diametro sarà circa un chilometro e la parte centrale è lievemente collinosa, così da consentire una vista verso il lago e la terraferma; le strade sono di acciottolato, in alcuni casi perfino pedonali. Andiamo subito all’Hostal Los Amigos dove abbiamo prenotato transfer e guida per domani a Tikal. L’ufficio dell’agenzia chiude alle 20:30 ma grazie al volo puntuale non abbiamo difficoltà a confermare e pagare. Ne approfittiamo per un gelato e una crêpe che spacciamo come cena. L’ambiente è caratteristico, con vegetazione che sbuca ovunque in mezzo ai tavoli da sembrare nella giungla, clientela giovane e camerieri simpatici. Fungono anche da ostello, oltre a essere un buon riferimento per l’organizzazione di tour, pernottamenti e ristorazione. Non resta che raggiungere l’hotel situato dall’altra parte dell’isola, dove soggiorneremo per due notti, a goderci un meritato riposo.

Flores: un'isola nel mezzo della giungla
Flores sorge su una piccola isola naturale nel lago Petén Itzá, nel nord del Guatemala, ed è considerata la porta d’accesso alle rovine di Tikal. Il lago stesso occupa un’antica depressione carsica e raggiunge profondità considerevoli nonostante le dimensioni contenute. L’isola fu abitata dai Maya Itzá fino al 1697, quando fu l’ultima città Maya a cadere sotto il controllo spagnolo — ben oltre due secoli dopo la conquista del resto del Messico e dell’America Centrale. Questa resistenza prolungata le conferisce un primato storico discreto ma notevole.
Pernottamento
Casazul Hotel – Flores

IT

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