Da Guatemala City a San Salvador
La stanza dell’hotel è in realtà un appartamento e non abbiamo difficoltà a imbastire una buona colazione con qualche brioche acquistata ieri sera. È ancora buio ma ci dicono che possiamo andare tranquillamente a piedi fino al terminal; in effetti non avvertiamo alcun senso di pericolo nel muoverci a quest’ora mattutina. Sul bus saremo solo in quattro, con una hostess che ci rifornisce di colazione e bevande — ottimo servizio — mentre osserviamo l’intenso traffico urbano che poco dopo le 6 già intasa la capitale guatemalteca. I bus urbani, i cosiddetti chicken buses, sono invece vecchi scuolabus nordamericani, variopinti e dotati ovunque di lampeggianti, con la porta anteriore aperta dalla quale l’aiutante urla cantilenante la destinazione per accaparrare passeggeri, in una sorta di marketing basico ma efficace. La Panamericana si snoda fra dolci colline fino a raggiungere la frontiera con El Salvador. I confini in questi Paesi sono sempre interessanti e intriganti al tempo stesso: in uscita ci viene messo un timbro e risaliamo sul bus dribblando i cambisti in nero che girano indisturbati in mezzo alle forze dell’ordine; in entrata ci controllano i bagagli ma non viene nemmeno apposto il timbro sul passaporto. Altre due ore scarse e siamo nel terminal di arrivo, situato a poche centinaia di metri dall’hotel, nel quartiere Rosa, in zona considerata sicura, dove si trovano alcune ambasciate e lo Sheraton. Abbiamo accumulato un ritardo di tre quarti d’ora, ma l’uscita da Guatemala City è stata impegnativa. Le strade salvadoregne sembrano in condizioni migliori e si viaggia più scorrevolmente, almeno stando alla nostra esperienza. Le interurbane sono sovente incassate fra due rive coperte di vegetazione e cespugli, col rischio di frane nel momento in cui arrivano le abbondanti piogge.
Facciamo il check-in al Cinco, una sorta di hotel/ostello dai connotati semplici quanto efficienti, in un dedalo di corridoi e scale parzialmente all’aperto intorno ai quali prendono posto aiuole di fiori e piante tropicali. Divertiti dall’arredo verde tale da sembrare una giungla indoor, chiamiamo Uber per andare in centro. L’unico problema è che non abbiamo una SIM card salvadoregna e dobbiamo sempre agganciarci a un wifi, quindi con Uber dovremo ingegnarci. San Salvador è forse l’unica capitale degna di una visita che impegni mezza giornata. A prima vista sembra più povera di Guatemala City, con edifici che celano una bellezza coloniale ma fatiscenti da apparire come in un immediato dopoguerra. Tuttavia presenta alcuni monumenti di sicuro interesse: vediamo da fuori il Palacio Nacional, visitiamo la bella Catedral Metropolitana e la cripta sotterranea dove è sepolto Monsignor Romero, simbolo della lotta contro il regime dittatoriale degli anni Ottanta, ucciso mentre celebrava la Messa poco distante. Forse il suo martirio ha contribuito a una prima inversione di rotta, e non abbiamo dubbi che apprezzerebbe i ben auguranti sforzi che sta facendo il suo Paese per emergere e uscire dalla putredine di criminalità e corruzione. La sua immagine sarà presente ovunque, accompagnandoci anche fuori dai luoghi di culto e anche fuori da El Salvador. Sul lato opposto della piazza Barrios sta sorgendo la nuova sede della Biblioteca Nazionale, dove campeggiano cartelloni propagandistici volti a esaltare la collaborazione fra El Salvador e la Cina, grazie alla sponsorizzazione del progetto. La cultura di regola non dovrebbe avere connotazioni politiche o ideologiche; tuttavia qualche dubbio sulle finalità meramente filantropiche di tanto mecenatismo cinese può sembrare lecito, e soprattutto sono legittimi i timori su eventuali reazioni statunitensi nel vedere il proprio estero vicino avvicinarsi pericolosamente al Dragone. Siamo in una zona dove le coltivazioni di banane rappresentano la coltura per eccellenza: per Bukele scivolare su una buccia a marchio cinese sarebbe un vero peccato dopo quanto sta facendo di buono, ma non vi è dubbio che gli USA non scambieranno un buon governo salvadoregno con la sua incondizionata fedeltà.

San Salvador: giardini, musei e cena di venerdì
Una passeggiata ci porta al poco interessante Mercado Ex-Cuartel, quindi a vedere la bella facciata del Teatro Nazionale e la Iglesia del Rosario, uno squallido blocco di cemento se vista dall’esterno che racchiude però un gioiello di decorazioni all’interno — peccato sia chiusa per tinteggiatura. Attraversiamo la gradevole Plaza Libertad e, sfruttando il wifi del ristorantino dove facciamo uno snack, chiamiamo Uber e ci facciamo portare all’UCA, la sede universitaria dove è stato allestito un piccolo museo in memoria di alcuni prelati martirizzati in nome della libertà. Immagini scioccanti di vestiti e abiti talari crivellati di colpi ci riportano alle crudeltà di tempi neanche tanto remoti. La tappa successiva è più leggera e di ordine completamente diverso: il Jardin Botanico La Laguna ci porta a scoprire nuove specie vegetali in un contesto chiaramente spiegato, lontani per un momento dal traffico urbano. Il giardino si trova nel bel mezzo di una zona industriale, ma una volta entrati si riesce ad apprezzare un piacevole isolamento dalle attività rumorose e dai numerosi autotreni presenti appena al di fuori del sito. Scopriamo come le sansevierie siano una specie endemica coltivata in piena terra e usate soprattutto come bordura. Quelle che chiamiamo Stelle di Natale sono qui degli alberi, mentre nel giardino abbondano anthurium, zenzero, strelitzie, eliconie e molto altro; non solo flora ma anche alcuni simpatici esemplari di Agouti Punteggiato fanno capolino in mezzo ai cespugli. L’autista ci attende e ci riporta in hotel, da dove con una breve passeggiata andremo a consumare una buona cena salvadoregna in un ristorante aperto appena tre mesi fa. È venerdì sera, c’è parecchia gente in giro, la zona è ben illuminata e le architetture sono opulente — molto meglio che in centro. Conviene rientrare presto, che domattina la sveglia sarà nuovamente di buonora. Prima di uscire sentiamo in sottofondo Zombie dei Cranberries, dedicata alle lotte in Irlanda del Nord. Altro continente e altre rivendicazioni, ma stesse violenze e molte somiglianze a quanto abbiamo avuto modo di osservare oggi.
Parlando con la gente veniamo a conoscenza dell’alto gradimento goduto dal governo in carica — caratteristica rara un po’ in tutto il mondo, ma in particolar modo a queste latitudini. Pur se il 96% dei consensi ci appare esagerato, da altre parti ci viene data una percentuale intorno al 90%. Anche volendo prescindere dai numeri plebiscitari, resta il fatto che Bukele sia riuscito a fare breccia con le sue politiche di pulizia anticrimine in un Paese dove la delinquenza era assurta a livelli istituzionali. Lo stesso autista di Uber ci conferma che in passato rifiutava di portare i clienti in alcune Colonias della capitale, mentre ora circola in tutta la città senza timore. Può lavorare liberamente, mentre prima lui e i suoi colleghi erano costretti a pagare 30–35 dollari al mese di pizzo, rendendo vano gran parte del lavoro. Questa politica presenta anche riflessi positivi sul versante dell’emigrazione: potendo lavorare senza vincoli e senza timori viene meno la necessità di lasciare il Paese per trovare un lavoro onesto. Prima l’alternativa era tra fare la fame, emigrare o entrare in una delle maras. Dal punto di vista dell’educazione la gioventù sta prendendo una piega virtuosa, non essendo più considerati i criminali imprigionati un esempio da seguire; il messaggio attuale è che non sono affatto degli eroi. Resta comunque difficile comprendere come un governo sia stato in grado di imprimere una svolta tanto forte e repentina. Non si trattava di delinquenza di basso livello: era radicata nei ranghi alti del potere, e il fatto di rendere libero il Paese deve aver trovato appoggi e interessi ai piani alti della società, che hanno accompagnato la buona volontà del giovane Presidente. Il riferimento va a latifondisti, esercito e magistratura, senza parlare delle ingerenze esterne che hanno scandito i tempi per decenni. In un apparato statale fragile, l’improvvisa moralizzazione deve ben nascondere qualche interesse; ma quel che ora più conta resta il senso di libertà dei salvadoregni — se e quanto durerà, lo sapremo fra qualche anno.
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