Giorno 13

Alba sull’Atitlan

Il sole allunga i suoi primi raggi sul lago; la magia del mondo Maya sembra avverarsi

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Alba sull’Atitlan

Alba al Rostro Maya

È l’ultimo giorno, occorre fare ancora uno sforzo che sarà ben ripagato. Sveglia alle 3:20, colazione con una brioche e il caffè fatto nella zona cucina dell’hotel — dove a quell’ora girano tranquillamente alcuni scarafaggi — e siamo pronti per le 4:00 per andare a vedere l’alba al Rostro Maya. Con il solito minibus Hyundai andiamo a recuperare altri mattinieri in centro a San Pedro e da qui intraprendiamo la ripida strada che porta a Santa Clara, in un percorso che niente avrebbe da invidiare alle nostre strade di montagna quanto a tornanti. Henry, che in precedenza aveva recuperato con la moto alcuni compagni di avventura dislocati in siti periferici, è già lì che ci aspetta per iniziare la camminata con la torcia in mezzo a coltivazioni di caffè. Dapprima in lieve salita, il sentiero impenna per fermarsi in alcune piazzole dove la guida ci fornisce qualche utile nozione sul lago e i suoi abitanti. Come si può facilmente immaginare — e lo si evince ancor meglio da questa posizione — si tratta di una caldera sprofondata e riempitasi d’acqua. Da qui la ragione delle sponde ripide sui suoi fianchi. Il bacino non ha emissari: si riempie da 5 a 15 metri durante la stagione delle piogge, anche grazie a piccoli ruscelli, e ritorna al livello iniziale per evaporazione nella stagione secca. Quanto a profondità, si parla di 350 metri — la quota raggiunta dalla spedizione di Jacques Cousteau. Sembra che il fondo non sia mai stato raggiunto del tutto. Non è difficile crederci, vista l’origine vulcanica.

Henry è molto orgoglioso delle sue origini e della cultura Maya, e ironizza amaramente sulla colonizzazione spagnola. Ci parla — non sappiamo se si tratti di storia o leggenda — di un primo villaggio sommerso nel lago, dal quale si sono poi sviluppati i 13 paesi che attualmente lo circondano: una sorta di Atlantide in versione centroamericana. Mentre ci fornisce le prime spiegazioni, un timido bagliore inizia a stagliarsi verso est, ma il buio ci avvolge ancora e i villaggi brillano sotto di noi, proiettando tenui luminescenze sul lago. Saliamo ancora ripidamente fino a raggiungere il punto sommitale, dove è stato preparato un caffè accompagnato da qualche vivanda; ormai il lago inizia a prendere colore e la sua forma diventa nitida; i suoi limiti non sono più solo intuibili dalle luci dei paesi. Sebbene a distanza, i vulcani dell’Atitlán risultano allineati a quelli di Antigua — distanti circa 45 chilometri in linea d’aria — così che si vedono nell’ordine il San Pedro, l’Atitlán, il Tolimán e, oltre, l’Acatenango, l’Agua e il Fuego. Quest’ultimo è distinguibile dal fumo che esce dalla cima, i cui boati cupi squarciano la notte che va scemando. Come ogni giorno la palla infuocata a poco a poco viene a prendersi la scena, annunciata da un bagliore magico, degno di un re. I colori tendono al caldo, così come la temperatura — non particolarmente gradevole al buio, trovandoci oltre i 2.000 metri di quota. Quello che da molti è considerato uno dei laghi più belli del mondo è tutto sotto di noi, mentre il nuovo giorno sale all’orizzonte. Non potevamo ambire a una chiusura più magica del nostro viaggio in questa terra ancora così fortemente impregnata dalla cultura Maya.

Il Rostro Maya: il profilo del lago che guarda il cielo
Il Rostro Maya — letteralmente “il volto Maya” — è un punto panoramico sulle alture sopra San Pedro La Laguna da cui, secondo la tradizione locale, il profilo delle montagne e dei vulcani che circondano il lago Atitlán disegna il profilo di un volto umano adagiato verso il cielo. Che si tratti di suggestione o di vera corrispondenza, la vista da lassù all’alba è oggettivamente spettacolare: il lago si illumina per gradi, i vulcani emergono dal buio uno a uno, e i villaggi sulle sponde punteggiano l’acqua con i loro riflessi. È uno di quei luoghi in cui la mattinata presto, per una volta, vale davvero lo sforzo di alzarsi alle tre.
Sorgente del sole sopra le montagne in America Centrale al tramonto.

La corsa verso l’aeroporto e il ritorno a casa

Sono ormai le 7:00 e occorre tornare coi piedi per terra, perché da adesso parte la non facile esperienza del rientro. Se in tre quarti d’ora raggiungiamo il minibus e quindi la nostra dimora a San Pedro, non sarà altrettanto facile raggiungere l’aeroporto di Guatemala City. Avevamo prenotato il trasferimento in shuttle, che arriva puntuale a prenderci ma tarderà la partenza fino alle 9:30 in attesa di raggruppare altri viaggiatori. Il problema vero sono i bloqueos sulla strada che impediscono il passaggio. Purtroppo le proteste sono frequenti quanto improvvise; anche se fino a ieri tutto sembrava tranquillo, oggi ci troviamo in una situazione critica. Aggiriamo il lago da sud anziché passare da nord, su strade tortuose dove basta un mezzo lento davanti per andare a passo d’uomo. In aggiunta, le buche sulla strada seguite da lavori di asfaltatura ci costringono a due fermate di quasi mezz’ora ciascuna. Il rischio di perdere il volo intercontinentale sembra sempre più materializzarsi; se si aggiungessero blocchi nella zona di Antigua sarebbe finita. I minuti scorrono come macigni, anche se inesorabilmente veloci; quando ci troviamo sulla Panamericana aumentano i rischi di incontri infausti, ma si può correre e l’autista non se lo fa dire due volte. Ormai la rete telefonica prende costantemente e possiamo monitorare il tempo residuo: la corsa frenetica verso Antigua non ci consente di prendere la coincidenza per l’aeroporto, così Henry ci propone un taxi di cui condividere le spese — 17 euro a nostro carico, ma non è assolutamente un problema. Ripartiamo dalla bella capitale coloniale alle 14:00 e ormai siamo tranquilli che ce la faremo. Poco dopo le 15:00 siamo allo scalo internazionale, con tutto il tempo per cambiarci — in Europa è ancora inverno — e consumare lo spuntino che ci eravamo preparati per ogni evenienza. Alle 18:30 salutiamo il Guatemala alla volta di San Salvador, dove è previsto uno scalo e dove dovremo scendere per reimbarcarci in vista della partenza delle 21:00. Il volo notturno consente di riposare e arrivare a Madrid in buona forma. Qui gustiamo ancora un caffè con leche e un ultimo balzo ci riporta a casa. Un finale con doppio, opposto brivido: quello mistico dell’alba sul lago e quello più prosaico della corsa verso l’aeroporto. Il finale positivo non fa altro che suggellare un’esperienza visiva e umana oltre le attese. Eravamo partiti con i timori legati alla sicurezza e agli aspetti organizzativi; non possiamo dire che sia stato un viaggio banale, ma il fatto che sia stato impegnativo, che abbiamo dovuto tenere il cervello permanentemente acceso, e che sia andato tutto bene ne fa anche una ragione d’orgoglio. Le cose facili lasciano il tempo che trovano e rischiano di finire presto nell’oblio; la soddisfazione di essere arrivati per aspera ad astra si palesa anche nel cielo stellato che ci ha accompagnato sul lago Atitlán.

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