America Centrale (Guatemala-El Salvador-Honduras)
Vulcani, cultura maya, foreste e città coloniali sono i punti salienti di un viaggio che non può essere dato per scontato. La disponibilità delle persone locali, unita al loro comportamento amichevole tipicamente latino, supera le difficoltà in una regione di contrasti.

Il mio commento della situazione geopolitica del Paese su:

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Introduzione
Regione di cui si parla poco in un mondo brulicante di protagonismi talvolta eccentrici, l’America Centrale vive sulle ceneri non sopite ed ancora calde di forti conflitti sociali che l’hanno colpita nell’ultimo quarto del secolo scorso, ma con radici ben più profonde. Semplicemente lo sguardo del mondo ha preso altre direzioni ed i piccoli Paesi che congiungono il nord con il sud del continente sembrano essersi eclissati dalla storia. Ma se le armi di grosso calibro sono ancora fumanti per quanto silenti, quelle di piccolo calibro hanno continuato a seminare vittime fra le gang che si suddividono i territori di competenza. La pax americana ha finito per far emergere una classe politica più moderata, ma non meno corrotta; ha però almeno ravvicinato le distanze fra la popolazione, un tempo contrapposta fra comunismo e fascismo di pura razza. Questo non ha impedito l’evoluzione della criminalità organizzata, probabilmente figlia di comandanti e combattenti di vario stampo, in un contesto economico arretrato e povero tanto di soldi che d’idee. Una regione fertile (i vulcani non portano solo terremoti, ma anche terre coltivabili), assolata, in grado di scegliere fra ben due oceani che quasi arrivano a toccarsi; nonostante ciò, non riesce a decollare per ragioni intrinseche ed estrinseche, in questo ultimo caso domiciliate più a nord.
Il mondo post Covid è uscito con le ossa rotte soprattutto nelle sue latitudini più povere. Se i Paesi Occidentali si sono risvegliati dal blackout sociale con qualche miliardo di euro di debito in più sui bilanci statali, il cosiddetto Terzo Mondo ha dovuto sopportare anche l’onda lunga della crisi, ritrovandosi ulteriormente impoverito e con ancor meno da perdere. L’irrequietezza sociale può scatenarsi in ogni momento in tumulti, guerre civili o crisi regionali se manipolata da opportunisti smaniosi di cavalcare il malcontento. La situazione è ancora in divenire, strettamente connessa agli interessi delle potenze in concorrenza fra loro. Ma qui non si tratta di struttura, o stortura, locale.
Ancora una volta occorre determinare la chiave del viaggio, ovvero come organizzare la logistica degli spostamenti e di conseguenza i siti da visitare l’alloggiamento. Non potendoci muovere autonomamente noleggiando una vettura a causa del traffico e complicanze legate a tematiche di sicurezza, ma non volendo nemmeno finire imbavagliati all’interno di un tour organizzato ed “accolti in aeroporto da guida parlante italiano”, optiamo per lo spostamento con mezzi pubblici o gli shuttle che collegano i vari punti d’interesse. Limitando il raggio d’azione fra Guatemala (la base del viaggio), El Salvador e in parte l’Honduras, ovvero il nord del Centroamerica, cerchiamo di mettere a fuoco tramite internet le varie possibilità. Cosa non facile dal momento che gli shuttle non sono quotidiani, ma soprattutto a causa della difficoltà di avere risposte dai vari interlocutori interpellati. Un pressapochismo poco confortante, soprattutto in virtù di un viaggio organizzato con criteri e ritmi europei, che richiede un certo rispetto degli orari. Forse sta proprio qui il peccato originale, ma andare dall’altra parte del mondo per limitarci alla vista di qualche paesaggio e alla visita di alcune pietre antiche non rientra nei nostri orizzonti. Alla fine riusciamo a collegare con dei segmenti gli highlight ritenuti interessanti, spostandoci con bus di linea, shuttle e taxi. Operazione non facile e tutt’altro che blindata al momento della partenza, ma un minimo d’iniziativa occorre pure lasciarla. In realtà le cose andranno molto meglio delle premesse, e ci troveremo al termine del viaggio senza imprevisti o disavventure da raccontare.
Gli ingredienti sono di grande interesse. Dopo essere venuti a contatto con la cultura Inca in Peru, sarà interessante tracciare il parallelo con un’altra civiltà precolombiana, quella dei Maya, che proprio in questa regione (insieme allo Yucatan messicano) ebbe la sua massima fioritura nella seconda parte del primo millennio D.C. Stesso interesse riveste la società post Maya, sì alterata nelle regole imposte dai colonizzatori spagnoli, ma non scomparsa del tutto; anzi ben presente nei costumi e perfino all’interno della religione cattolica, i cui riti sono stati parzialmente uniformati alle credenze preesistenti. Una forma di sincretismo non cercato ma inevitabile per creare continuità e rendere digeribile il nuovo credo imposto manus militari. La regione tropicale presenta una vegetazione lussureggiante, con coltivazioni latifondistiche di banane, caffè, cacao, ecc. le quali hanno consolidato il potere delle famiglie dominanti nonché delle multinazionali americane a scapito dei campesinos ridotti a sottoproletariato agrario. Il paesaggio non è mai monotono, creste collinose si alternano a picchi vulcanici ammantati di verde, che stimolano le ambizioni escursionistiche.
Carattere Nazionale
Sebbene gli abitanti dell’America Centrale percepiscano fra i vari Paesi alcune differenze, al visitatore che ne viene a contatto per la prima volta risulta difficile apprezzarle. Ci viene detto, e lo noteremo, che lo spagnolo dei guatemaltechi è dolce o cantilenante, mentre in El Salvador o Honduras risulta essere più classicamente ispanico. Anche i nicaraguensi sono facilmente riconoscibili dal loro accento. Ma oltre questo punto non si riesce veramente a percepire differenze particolari, pertanto ci permetteremo di fare di tutta l’erba un fascio quando si parla delle caratteristiche salienti dei Paesi visitati. I guatemaltechi sono più piccoli e di costituzione fisica giunonica, probabilmente ciò è dovuto al fatto che vi sono meno meticci e alla vicinanza agli antichi Maya; ce ne renderemo conto passeggiando per Chichicastenango, dove ci capiterà di guardare tutti dall’alto, ovviamente unicamente dal punto di vista fisico.
Intanto veniamo favorevolmente impressionati dalla laboriosità degli abitanti, sempre operosi (anche se mai di corsa) ed in movimento. Si notano alcuni capannelli di fronte ai bar, ma rappresentano una sparuta e talvolta giustificata minoranza. Lo stress di stampo europeo è assente, buon per loro, ma l’attenzione e l’assenza di superficialità si palesano in ogni occasione. Si ha l’impressione di un ordinato disordine, in contesto apparentemente organizzato e senza regole, dove proprio questa caratteristica fa sì che tutto sia possibile. Gli shuttle si preoccupano di raccogliere tutti i prenotati anche se questi sono in ritardo, a scapito della puntualità di arrivo; le relazioni interpersonali sono regolate da collaborazione ed assenza di conflitto, difficile incontrare gente arrabbiata. Questo ha sicuramente dei vantaggi in termini di servizio al cliente e per evitare loro incontri con delinquenti (percezione non avuta durante il viaggio) ma gli fa da contraltare una dilatazione dei tempi, dovendo fare il giro da un hotel all’altro. Durante il nostro soggiorno non abbiamo mai sentito alzare la voce, piuttosto abbiamo sempre assistito al tentativo di stemperare i problemi cercando di risolverli o quantomeno ridurli. Tale atteggiamento sembra essere più insito nelle persone che imposto da regole scritte ed emanate da un governo. Sembrerebbe che le relazioni sociali godano di un’impronta celestiale, anche se questa sensazione è sicuramente edulcorata da una nostra visione parziale, tanto nel tempo che nello spazio. Sui marciapiedi si trovano parecchi mendicanti con menomazioni o storpiature, ma non siamo riusciti a comprendere se si tratti di vittime della guerra (ad esempio bombe inesplose) piuttosto che di incidenti.
Dove esistono ampi margini di miglioramento è l’ambito della sicurezza: senza voler prendere come esempio gli standard europei, che talvolta eccedono fino ad imbavagliare e burocratizzare la società, i rischi che si corrono per strada o anche soltanto appoggiando i piedi su un marciapiede piuttosto che su una passerella sono evidenti. In Guatemala la circolazione su strade a doppia corsia avviene indipendentemente su quella di destra o sinistra e di conseguenza i sorpassi possono essere effettuati anche a destra, i pick up sovente servono come mezzo di trasporto persone e non vogliamo pensare a cosa accade nel caso d’improvvise frenate. Tale lacuna non è soltanto una opinione: lungo la strada che da Copan porta ad Antigua restiamo bloccati mezz’ora, salvo poi vedere un corpo infagottato all’interno di un nylon nero, mentre lo legano e lo portano via. Alle prime ore del mattino, mentre partiamo da Santa Ana un fuoristrada di fronte a noi finisce nel fosso forse per un colpo di sonno. E durante il rientro da Rio Dulce, poco dopo il bivio che conduce a Puerto Barrios uno scontro fra camion ha significato una ventina di km di coda (vedi sotto). Camminare sui marciapiedi e guardare lo smartphone come si fa da noi può portare alla caduta in un tombino aperto piuttosto che ad inciampare dentro uno scompenso fra strati di cemento. E si potrebbe continuare vedendo le condizioni lavorative precarie in ogni senso, le connessioni elettriche negli hotel e così via. La povertà unita ad un concetto di sicurezza che ancora deve maturare porta ad un accentuato rischio d’incidenti di ogni genere. Ovunque si trovano dei tumulos, da noi chiamati dossi; talvolta sono in sequenze tali da risultare perfino irritanti, ma evidentemente la loro efficacia resta assai limitata.
Un po’ ovunque si vedono lavori pubblici (su edifici e strade), nonché frequenti cantieri per la ristrutturazione o l’edificazione di nuove case, segno che la congiuntura dev’essere in una fase di miglioramento. Sebbene le condizioni economiche restino quelle caratteristiche dei Paesi del Terzo Mondo qui s’intravvede una certa nobiltà che emana dal tentativo di tenere in ordine le case ed una cura delle persone non riscontrabili altrove. Il tutto in condizioni oggettivamente difficili, in villaggi dove talvolta le fognature altro non sono che canaline aperte sui bordi delle strade ed i cani rovistano nei mucchi d’immondizia accatastata poco distante dalle abitazioni. Forse un fondo d’orgoglio permea ed attraversa queste popolazioni dalle nobili origini, annichilite poi da invasioni di matrice colonialista e neocolonialista. A differenza degli Inca visti in Peru (e degli Aztechi, ancora da visitare) la civiltà Maya non fu mai un impero unico e coeso, quanto un coacervo di città stato in conflitto ed in consunzione reciproca. Pertanto quando gli spagnoli arrivarono la civiltà era già decaduta e i vari regni erano in guerra fra loro e fu gioco facile sottometterli. Questa situazione rese la conquista spagnola più semplice, ma non impedì la distruzione fisica ed intellettuale della civiltà. La sostituzione, o meglio l’integrazione delle divinità avvenne in modo cruento come altrove, finendo in una commistione di riti che snaturano l’essenza stessa del credo; come sovente avviene con i compromessi, nell’occasione santificato col nome di sincretismo.
Come ovunque in America Latina, la religione occupa un ruolo dominante nelle menti e pertanto anche nei diversi strati della popolazione. Il cattolicesimo innestato con la forza nel pantheon delle divinità Maya ha comunque solidificato la struttura sociale intorno alla classe dominante, che era poi il reale scopo dei conquistadores passati e recenti. Stupisce tuttavia come, diversamente da altre zone a forte credenza cattolica, si vedono meno chiese: in certi posti a causa dei terremoti hanno dovuto concentrare e rafforzare le costruzioni più elevate, ma forse anche perché la gente preferisce maggiormente vivere la spiritualità a livello individuale. Negli ultimi anni si è invece assistito ad un calo dei fedeli cattolici, fagocitati dalla concorrenza delle chiese evangeliche. Lungo le strade percorse è stato possibile vedere edifici religiosi un po’ ovunque, anche lungo le rive del lago che porta a Livingston, in una zona di poche capanne al limitare della foresta. Si parla di grande disponibilità di fondi americani; non si può parlare di colonizzazione religiosa, ma non vi è certo da aspettarsi che i pastori vengano a predicare contro il Paese che li manda e li finanzia.
Quello che gli spagnoli imposero direttamente col ferro ed il fuoco nei secoli passati, gli americani l’hanno fatto indirettamente in un passato più recente. Forse in modo ancora più feroce, schierando una contro l’altra le sfaccettature della società civile in guerre fratricide che hanno toccato senza esclusione tutti i Paesi dell’America Centrale. Servono generazioni per smacchiare il sangue versato e le reciproche diffidenze, laddove frequenti colpi di stato, corruzione e delinquenza organizzata hanno dominato per conto terzi una regione altrimenti ricca di risorse. Forse proprio queste hanno fomentato gli appetiti delle grandi Corporations, uniti al fatto che difficilmente gli USA avrebbero accettato governi non allineati sulla porta di casa. Di Cuba ne bastava e avanzava una. È presto per dire che si sta assistendo ad un’inversione di rotta, ma diversi governi sembrano muoversi nella giusta direzione, iniziando proprio da quella che era la pecora nera dell’area: El Salvador. Qui il presidente imprenditore di origini palestinesi Bukele ha attuato un’opera di pulizia senza quartiere contro la criminalità, imprigionando con metodi spicci circa 60.000 delinquenti che in precedenza erano stati soltanto schedati, costruendo in fretta prigioni non dotate di grandi servizi. Forse le maniere usate hanno urtato la sensibilità delle anime belle residenti nei Paesi delle cosiddette democrazie evolute, ma a mali estremi non è rimasto altro che porre in atto estremi rimedi. Per tutta risposta ha fornito i dati che hanno visto scendere gli omicidi da 60/70 al giorno a poche unità ed ha messo in evidenza come sia meglio tutelare le potenziali vittime piuttosto che gli assassini. La popolazione ha appoggiato la svolta e l’economia si sta riprendendo su tutti i fronti: i turisti avvertono un maggior senso di sicurezza mentre gli imprenditori non sono più costretti a deviare gli utili verso le organizzazioni sotto forma di pizzo. Resta da vedere cosa ne penserà il grande quanto ingombrante vicino del Nord, se la nuova politica collimerà con i suoi interessi. Colpi di stato etero pilotati non rappresenterebbero una novità a queste latitudini. Al momento tutto sembra funzionare bene, tanto che anche Guatemala e Honduras si stanno muovendo nella direzione, sull’onda del successo salvadoregno. Manca all’appello soltanto in Nicaragua (non visitato), dove il dittatore Ortega continua la sua politica di autoritarismo posizionandosi fuori dalla storia. E dire che i nicaraguensi sono ottime persone, così ci assicurano diversi locali con cui abbiamo parlato. La politica è comunque un argomento molto sentito e partecipato, specialmente in Guatemala assistiamo ad una pressante propaganda di affiliazione da parte dei vari movimenti politici. Pubblicità, striscioni, sponsor e pareti decorate ovunque, in stridente contrasto con le difficoltà economiche in cui vive gran parte della popolazione, denunciano da un lato come la politica cerchi di accaparrarsi le menti più semplici, dall’altro che non si è ancora giunti al disincanto che regna da noi. Non in tutti, ma in diversi Paesi dell’America Centrale le prime tre fonti di reddito sono nell’ordine: rimesse degli emigrati, traffico di droga e turismo. Possiamo dire senza timore di smentita che l’unica fonte sana (e neanche sempre) sia quella del turismo. Ma una gestione oculata contro la criminalità può eliminare nel contempo la piaga del traffico di droga e la necessità di emigrare causa mancanza di alternative oneste.
Probabilmente per geni derivanti dagli antenati Maya, gli abitanti (in particolare nella zona degli altipiani guatemaltechi) sono piccoli e tozzi, non certo vittime di un’eccessiva o sbilanciata alimentazione. In particolare le donne fin da giovani presentano forme arrotondate, ulteriormente accentuate dalla bassa statura. Al contrario i bambini hanno lineamenti dolci che non lasciano presagire lo sviluppo futuro.
L’impatto del Covid è stato letale anche dal punto di vista economico. Come da noi sono state istituite delle classi a distanza (non so quanti fossero dotati di PC), potendo si lavorava da casa ed i tassisti si occupavano dell’home delivery. In centro a San Salvador, non distante da quello principale è stato creato un ospedale Covid in zona fiera, attualmente ancora utilizzato ma per malattie specialistiche, creando così un polo da risultare il più grande distretto sanitario di tutto il Centroamerica nonché l’unico specializzato in malattie respiratorie. Attualmente i lavoratori a contatto col pubblico devono portare la mascherina (addirittura i preti mentre celebrano la Messa) ed esiste un’attenzione ormai sparita dalle nostre parti; in sostanza anche a quelle latitudini ci si incontra regolarmente e se il virus fosse ancora pericoloso basterebbe prendere un bus per favorire una strage. Chi lavorava nel settore turistico ha visto sparire da un giorno all’altro la fonte del lavoro ed i sussidi pubblici (quando c’erano) bastavano a malapena per non morire di fame. Probabilmente le rimesse dei tanti emigrati negli USA hanno impedito la catastrofe. Forse anche per questo adesso che tutto è ripartito il futuro sembra ancora più roseo e c’è più voglia di fare. Nell’alta stagione i clienti non mancano e, fatta eccezione per l’ormai fin troppo blasonata Antigua, si ha l’impressione che gli operatori vedano turisti e viaggiatori come una risorsa e non intendano approfittarne. Proprio la dicotomia fra turisti e viaggiatori merita alcune considerazioni ambientali: le caratteristiche antropologiche degli stranieri incontrati fanno pendere la bilancia decisamente verso la seconda categoria. La legge del dimmi dove vai ti dirò chi incontri ci ha impressionato sui frequentatori dell’America Centrale: molti giovani (soprattutto ragazze) da soli o in coppie solitamente dello stesso sesso, probabilmente per un’esperienza post laurea, alcuni hippies in versione millennial ed in generale amanti della vita semplice. Non stupisce tanto la loro qualità quanto la quantità. Un altro fattore che ci ha sorpreso è rappresentato dalla durata media del viaggio: poche delle persone incontrate restavano meno di un mese, si va da chi ha raccolto due mesi di ferie (retribuite o meno), chi ha temporaneamente/definitivamente chiuso col lavoro, a chi un lavoro non ce l’ha e ne ha approfittato per cercare un periodo di svago o nuove esperienze. Il tutto facilitato dai costi contenuti e dalla facilità di organizzazione, resa più semplice quando si ha del tempo a disposizione. Raro trovare gente partita con le prenotazioni in tasca (fatta eccezione per alcuni shuttle): chi può permetterselo naviga a vista decidendo dove andare e prenotando con un paio di giorni d’anticipo, facendo tesoro delle esperienze e consigli altrui. Un bel modo di viaggiare, insomma!
Itinerario
Giorni di viaggio
Guatemala City
Una capitale caotica ma accogliente
San Salvador
El Salvador: un Paese senza più paura
Santa Ana
Ruta de Flores: villaggi coloniali, piantagioni e mercati colorati
Volcan Santa Ana
Quando i vulcani contengono l’acqua anzichè il fuoco
Honduras
Copan Ruinas, la raffinata Parigi dei maya
Antigua
La città dei colori attorniata dai vulcani
Volcan Pacaya
Dal fuoco che arriva dalla terra alla terra mito dei Maya
Tikal
La città Maya immersa nella giungla, dove storia e leggenda s’incontrano
Rio Dulce
Laguna e mangrovie, villaggio garifuna e lo sbocco sui Caraibi
Da Rio Dulce a Antigua
Giornata di trasferimento, non senza qualche imprevisto
Chichicastenango
Il mondo Maya di oggi nella sua rappresentazione più vera: il mercato
Lago Atitlan
Il lago che sembra esistere solo nei sogni, fino a quando non lo si vede coi propri occhi
Alba sull’Atitlan
Il sole allunga i suoi primi raggi sul lago; la magia del mondo Maya sembra avverarsi
IT
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