Da Copán ad Antigua
Poco dopo le 4:30 il coro dei galli ci dà la sveglia prima ancora che suoni la nostra, anche se la partenza è prevista alle 6:00. Un Toyota Hiace tutto per noi ci attende e in breve siamo al confine già valicato ieri, con locali in comune fra Honduras e Guatemala: si passa dall’uscita all’entrata nell’altro Paese unicamente cambiando sportello; le bandiere, molto simili fra loro, fanno sembrare un tutt’uno. Le zone di frontiera sono ben presidiate dai militari, che si affiancano alle forze regolari di polizia. Ci viene spiegato che sono aree sensibili e si cerca in questo modo di contrastare il traffico di droga e di clandestini diretti in Messico e infine negli Stati Uniti. In uno degli innumerevoli posti di blocco lungo la strada verso Copán eravamo già stati fermati e avevamo trovato addirittura un militare americano del Texas a supporto delle milizie locali. Questo genere di controlli, oltre a essere molto frequente, richiede normalmente il dispiegamento di ingenti forze — anche una ventina — armate fino ai denti in assetto anti-guerriglia. Andiamo in direzione nord fino al bivio che, proseguendo nella stessa direzione, porta a Puerto Barrios sul Mar dei Caraibi o a Tikal, mentre a sinistra scende verso sud e quindi a Guatemala City. Lungo la strada stiamo fermi una decina di minuti: più avanti c’è stato un incidente e quando passiamo vediamo un corpo avvolto in un sacco nero, che stanno legando per portarlo all’obitorio. Un paio di fermate per fare colazione e prendere una boccata d’aria; ne approfittiamo per guardarci intorno nelle prime ore del mattino ed è curioso vedere l’andirivieni nei villaggi che si dipanano lungo la strada. La vita ricomincia come ogni giorno, tra banchetti di venditori, tortillas cucinate sul momento, bus maleodoranti che vanno e vengono, gente un po’ ovunque e un traffico sempre intenso. Vediamo un signore appoggiato a un pick-up con la pistola nella fondina; ci viene detto essere la regola in Guatemala, dove si possono acquistare armi senza alcun problema — cosa non ammessa in Honduras. Fortunatamente non ci sono altri rallentamenti, fatta eccezione per l’attraversamento di Guatemala City, e verso le 12:30 siamo ad Antigua, dove prendiamo posto in un hotel che profuma di storia — forse si tratta di un luogo che ospitava religiosi, e oggi si presenta tra l’antico e il vecchio. Si trova in ottima posizione, vicino al centro, e la terrazza offre una vista spettacolare sui tre vulcani che circondano la città: l’Agua, estinto ma la cui forma campeggia incombente sull’abitato, l’Acatenango e il Fuego, che mantiene fede al suo nome ed emette fumi e lava in continuazione. Il sito in cui si trova Antigua non è dei migliori, tanto che la città venne rasa al suolo da un terremoto nel 1773 quando era la capitale dell’impero centroamericano spagnolo — ragione per cui la sede di comando fu spostata a Guatemala City. Attualmente le abitazioni sono state ricostruite, ma possono avere al massimo un piano, in quanto la sismicità è un rischio ricorrente. Questo conferisce all’abitato una struttura armonica, sebbene abbastanza geometrica anche in virtù delle strade che s’incontrano ad angolo retto e del selciato in acciottolato. I muri delle case dipinti con tinte pastello rendono l’ambiente ulteriormente vivace. Unico difetto sta nell’eccessivo turismo legato alla meritata notorietà, la quale fa sì che ogni visitatore dell’America Centrale passi di qui, o vi soggiorni almeno una decina di giorni per frequentare una delle tante scuole di spagnolo presenti. In effetti spendervi qualche giorno non sarebbe affatto male: le attività nei dintorni non mancano, si mangia bene e l’atmosfera è gradevole nonostante l’elevato tasso di smog dovuto al traffico. L’intensità turistica fa sì che i tour operator abbiano sviluppato doti di astuzia, e conviene valutare bene cosa fare — non tanto per il rischio di essere ingannati, quanto per evitare tour di limitata sostanza. Una passeggiata lungo le sue strade può durare l’intero pomeriggio senza rischio di annoiarsi o di ripetizioni. La pianta urbana ordinata impedisce al visitatore di perdersi; nel caso ci si può sempre orientare guardando la posizione dei tre vulcani che dominano su due lati, uno di essi in modo addirittura incombente. Salvo qualche eccezione le case sono ben ristrutturate, mentre agli angoli si incontrano diverse chiese diroccate a causa dei terremoti, in evidente stato di abbandono; si salvano soltanto la Iglesia de la Merced e la Cattedrale; quest’ultima è stata modificata proprio in seguito a un sisma e ora la parte consacrata è rappresentata solo dal fondo del vecchio edificio, orientato longitudinalmente e con una sola navata. Si entra da una porta laterale e ci si trova a metà della chiesa; uscendo dall’altra parte c’è una piazzetta dalla quale, volendo, si accede ai ruderi della vecchia Cattedrale, della quale rimangono unicamente le mura perimetrali scrostate e le colonne in mezzo alle quali si può passeggiare previo acquisto del biglietto.

Le chiese diroccate e il peso della conquista
Il colpo d’occhio che si ha vedendo questi edifici religiosi in stato di decadimento, a causa dei vari terremoti susseguitisi — particolarmente distruttivo fu quello già menzionato del 1773 — induce a riflettere su come la natura, e in questo caso non voglio fare riferimento a entità soprannaturali, abbia in qualche modo voluto vendicare lo sterminio della cultura e della religione Maya. Gli spagnoli si erano serviti della Bibbia per conquistare e uccidere, erigendo chiese con i bottini acquisiti, ma la forza superiore della natura ha raso al suolo quanto avevano edificato: gli scheletri delle chiese sembrano voler testimoniare la futilità e la vita breve di una fede manipolata e asservita a un potere tirannico. La storia non inizia e non finisce qui, ma la lezione morale che si può trarre dinanzi a muri che ancora tradiscono ornamenti un tempo ricchi quanto oggi fatiscenti è che troppo spesso le religioni vengono strumentalizzate per fini secolari. Libri bruciati, città distrutte e i loro abitanti messi al rogo o ridotti in schiavitù per portare la conversione verso un nuovo Dio che, stando a quanto ci si trova di fronte, pare non aver condiviso l’operato dei suoi adepti.
La Plaza Mayor, oltre alla Cattedrale, presenta altri due edifici con belle arcate: il Municipio e il Real Palacio de los Capitanes Generales — quello che fu il comando spagnolo dell’America Centrale. Oltre a un bel giardino alberato dove spicca il viola di una jacaranda, sulla piazza si trova anche una fontana. Un angolo davvero attraente, ulteriormente impreziosito dal sole mentre sta calando, è il Tanque la Unión, il lavatoio in pietra con il palmeto sull’adiacente piazza e la chiesa di San Pedro poco distante. Ritorniamo sulla Plaza Mayor per salire al primo piano del Palazzo Municipale, da dove si ha una splendida vista sulla piazza stessa e sugli edifici che la circondano: le tinte forti delle facciate, il verde della piazza, il vulcano sullo sfondo e il cielo terso ne disegnano un quadro semplicemente notevole. Uno sguardo ad altre chiese in stato decadente, scrostate e con le erbacce che crescono sui muri; dopo aver visitato l’interno della chiesa de la Merced, in prossimità del tramonto andiamo ad ammirare dal mirador posto sul Cerro de la Cruz la città, sulla quale campeggia il vulcano Agua. Scendendo, la chiesa de la Merced appena visitata si illumina a sembrare rivestita d’oro, mentre i vulcani più distanti — Acatenango e Fuego — stagliano la loro forma contro il cielo arancione. Il secondo emette una colonna di fumo che si abbassa immediatamente e si perde lungo i suoi pendii occidentali. In Guatemala ci sono 25 vulcani, dei quali solo tre sono attivi: il Fuego, il Pacaya e il Santa María vicino a Quetzaltenango.
Siamo giunti al 14 febbraio e scopriamo come San Valentino sia una festa particolarmente sentita, con cuori disegnati o appesi un po’ ovunque; coppie d’innamorati escono per andare a cena in un contesto felice e leggero. Nel ristorante un cantante allieta i clienti con canzoni romantiche che non mancano nel repertorio latino.
L’autista honduregno e il Centro America che cambia
Durante il lungo trasferimento che ci porta ad Antigua parliamo diffusamente con l’autista honduregno. Anche lui concorda sul fatto che la politica rigorosa condotta dal leader di El Salvador nei confronti della criminalità vada giudicata positivamente e debba servire da esempio per i Paesi vicini, che soffrono dello stesso problema. Nonostante esistano molte difficoltà, sembra che qualcosa stia accadendo anche nel suo Paese: la nuova presidente Xiomara Castro — la prima donna a governare l’Honduras, eletta l’anno scorso — cerca di imprimere una svolta in quella che veniva chiamata la Repubblica delle Banane. Situazione simile si riscontra in Guatemala, mentre il Nicaragua di Ortega è un mondo a parte: una dittatura dove è proibito pensarla diversamente da quanto dice il leader sandinista. L’autista ha vissuto vent’anni negli Stati Uniti lavorando nel settore delle costruzioni, ma non si è mai integrato del tutto e non parla bene l’inglese. Trova la società americana troppo fredda e distaccata, così quando ha potuto è rientrato. Chiedendogli un’opinione sul gradimento di Bukele a Washington, ci dice che è accettato o quantomeno tollerato, visto l’alto consenso di cui gode in patria — un’opinione interessante ma che lascia qualche perplessità, soprattutto nel caso El Salvador dovesse avvicinarsi troppo alla Cina. Per quanto riguarda il Covid, non può che confermare le difficoltà economiche riscontrate da tutta la popolazione a causa dei quasi inesistenti aiuti statali; successivamente la stragrande maggioranza si è vaccinata e poco per volta ne sono usciti.
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