Arrivo a Copán, Honduras
Alle 5:00 abbiamo appuntamento con il driver, passiamo a prendere una signora olandese e un ragazzo del Connecticut, e partiamo alla volta del confine col Guatemala; da lì passeremo in Honduras per giungere a Copán. Appena dopo la partenza, mentre è ancora buio, assistiamo all’uscita di strada di una vettura il cui autista probabilmente si è addormentato. Per fortuna il fosso non è profondo e non ci sono ostacoli, così se la caverà con qualche danno materiale. Verso le 6:30 albeggia; dopo un’ora, nel mezzo del niente di una fitta boscaglia, siamo al primo confine, dove l’edificio sul lato di El Salvador si presenta recente, moderno e imponente. Espletiamo le pratiche senza particolari difficoltà e ci inoltriamo lungo un paesaggio collinoso fino ad arrivare al punto di frontiera con l’Honduras: qui la pratica richiede qualche formalità in più, peraltro agevolata dal fatto che c’è poca gente; dopo averci fotografati e prese le impronte digitali possiamo considerarci sdoganati e fare il nostro ingresso nel terzo degli Stati che intendiamo visitare. In verità un momento di apprensione l’abbiamo quando l’autista ci chiede se abbiamo predisposto il prechecco per entrare in Honduras, un form da compilare online del quale eravamo al corrente ma né noi né gli altri compagni di viaggio siamo riusciti nemmeno ad aprire la pagina web. Ci verrà confermata l’esistenza di problemi informatici che vanno avanti almeno da un mese e passeremo senza espletare questa formalità. Va detto che in tutti i dieci passaggi di frontiera di questo viaggio — contando entrate e uscite — mai abbiamo avuto la percezione di arroganza da parte degli ufficiali preposti; anzi, si può parlare di collaborazione, come quando per prendere meglio le impronte digitali ci è stato offerto un gel con cui sanificare le dita. All’ingresso nel Paese si deve pagare una tassa, in lempiras o quetzales, ma la ricevuta rilasciata recita 3 USD — peraltro valuta non accettata. La distanza per Copán Ruinas è breve e la copriamo in soli 30 minuti di strada; lasciamo i trolley in hotel, posto in posizione dominante con vista su splendide fioriture — peccato che stamattina il cielo si presenti grigio, ma migliorerà nel prosieguo della giornata. Il paese è adagiato su saliscendi collinosi, più che su una collina vera e propria, con erte vie dove i tuk tuk si devono impegnare e dare sfogo a tutta la loro potenza per arrivare in cima. L’acciottolato che riveste le strade e le costruzioni fa pensare a un villaggio che trae le sue origini nell’antichità; invece è stato fondato alla fine dell’Ottocento, quando le adiacenti rovine Maya furono scoperte e gli scavi ebbero inizio. Il turismo che ne è seguito ha significato il boom di hotel, ristoranti, negozi e sistemazioni varie, senza però snaturare lo stile originario: Copán sarà una delle più belle cittadine visitate nel tour. In paese circolano diversi uomini con un cappello da cowboy: scopriremo trattarsi proprio di mandriani o agricoltori che con questo simbolo intendono evidenziare il loro ceto sociale o la loro professione. Ci rechiamo in un hotel/agenzia per concordare e saldare il trasporto privato che domani ci porterà ad Antigua. L’organizzazione di un viaggio con i giorni contati comporta qualche difficoltà nel gestire i trasferimenti in modo compatibile con le corse degli shuttle; nel caso attuale quello verso Antigua opera il lunedì, mercoledì e venerdì. Non avendo potuto fare diversamente siamo costretti a noleggiare una vettura con autista e pagare di conseguenza — un lusso di cui avremmo fatto a meno, ma di sensibile aiuto nell’economia del viaggio. Purtroppo la carta di credito non funziona con la macchinetta dell’esercente: ma qui tutto è possibile, andiamo in un supermercato, strisciamo e tutto si risolve. Domattina si riparte.
Dopo un pranzo leggero non resta che avviarci a piedi verso il sito Maya, ragione per la quale ci troviamo qui. Lungo il chilometro che ci porta all’ingresso incontriamo una coppia di danesi con cui condivideremo la visita guidata, di fondamentale importanza per capire una civiltà a noi ignota e distante non solo in termini geografici. All’ingresso fanno la loro variopinta e rumorosa presenza alcuni pappagalli sì selvatici, ma nutriti dalle guardie per garantire una nota di colore ai visitatori in arrivo. Con equazione campanilistica ma efficace ci viene detto che Copán era la Parigi dei Maya così come Tikal era la New York: raffinata e culturale la prima, con alti edifici la seconda. In effetti qui vivevano artisti, scribi e tutta la classe colta di cui vedremo le dimore nella successiva visita al sito de Las Sepolturas, distante due chilometri che copriremo con una piacevole camminata. Apprendiamo che il nome Honduras deriva da alto e basso, a significare le continue ondulazioni del terreno. Veniamo anche a conoscenza di come proprio dall’Honduras abbia preso il nome la Banana Republic declamata in vari testi e battute ironiche: trae origine dalle immense coltivazioni della pianta, diventate poi sinonimo di una situazione politica semiseria al punto da diventare sovente tragica. Quando si parla di banane diventa difficile dire se si tratti di un frutto o di molto altro; lo scorso anno in Tanzania abbiamo scoperto come possa sostituire le patate da buon succedaneo dei carboidrati o nel minestrone; qui le scopriamo essiccate e salate, in concorrenza o alternativa alle onnipresenti chips.
Le piramidi, allargate e alzate durante successive generazioni, dopo l’abbandono erano state interamente avvolte dalla foresta, le cui radici avevano in gran parte fatto saltare le gradinate: gli scavi hanno riportato alla luce i siti e rimesso a posto i blocchi spostati dalla natura. È proprio a Copán che si trova quella che viene considerata la stele di Rosetta dei Maya, ovvero la Escalinata, una serie di scritti su pietra che hanno permesso la traduzione dei glifi dell’etnia. Come per tutti i regni Maya, l’epoca di maggior splendore è quella definita come Classica, che va dal 250 al 900 d.C. Il re veniva considerato un Dio, ma quando il tredicesimo monarca fu ucciso durante una guerra in Guatemala i sudditi si resero conto della caducità della stirpe; da quel momento gli tolsero fregi e discendenze divine, fermi restando i diritti terreni — concubine incluse. All’epoca i residenti erano circa 27.000 e il gioco del pallone era centrale nella loro vita, tanto da servire anche per dirimere liti con tribù vicine. Come sempre accade, gli archeologi hanno fatto grandi lavori di scavo e di scoperta; una parte dei reperti è stata poi inviata nei vari musei di provenienza dei finanziatori, come il British Museum a Londra o altre sedi americane. Quanto poteva risultare preda di furto è stato spostato nel museo di Copán; lo stesso è avvenuto per i tanti scheletri ritrovati. Il sito de Las Sepolturas che visiteremo a seguire deve il suo nome non tanto a un cimitero quanto a un villaggio dove sono stati ritrovati molti corpi all’interno delle abitazioni: i cadaveri venivano sepolti sotto le stanze una volta ripuliti delle interiora, avvolti in lenzuola e trattati con mercurio o altre sostanze per impedire la diffusione degli odori, dal momento che la sepoltura avveniva sostanzialmente in scantinati. Copán si trovava lungo le rive dell’omonimo fiume, che negli anni Trenta del secolo scorso fu necessario spostare per evitare che le piene della stagione umida erodessero la base delle rovine. In un caso l’erosione ha però portato alla luce nuovi edifici nascosti sotto terra. I Maya contavano 284 divinità, ognuna votata a una determinata causa — pioggia, sole, fertilità e così via — identificata con un giorno del calendario, un po’ come avviene con i nostri santi. Il calendario prevedeva 18 mesi di 20 giorni, portando l’anno a 360 giorni; per completare il giro rimanevano 5 giorni, una sorta di terra di nessuno: coloro che nascevano in questo periodo venivano considerati sfortunati, tanto che chi poteva si faceva registrare successivamente corrompendo i funzionari. I re contavano su 20 mogli, una per ogni giorno del mese.
A Las Sepolturas vivevano le classi dirigenti, gli astronomi, gli artisti, gli scribi, i cacciatori — all’interno di un pozzo è stato rinvenuto lo scheletro di un giaguaro — e infine la classe media. Gli edifici avevano basamenti e mura in pietra, che sono rimasti, e la parte alta con il tetto in legno. Si vedono chiaramente le superfici adibite a letto, dove gli abitanti si coricavano uno accanto all’altro. Stupisce vedere i giacigli tanto corti, ma occorre tenere presente che i Maya non erano alti più di 1,25-1,35 metri — caratteristica che in qualche modo si riverbera ancora ai giorni nostri. Lo sciamano raggiungeva anche 1,60 metri. Le classi dirigenti venivano seppellite in piedi, sedute o in posizione fetale come simbolo di rinascita, mentre la gente comune era coricata. I ricchi disponevano di vettovaglie e oggetti vari per l’oltretomba e sovente sono stati trovati anche corpi di servi, appositamente uccisi per servire il signore nell’altra vita. Come vedremo a Tikal, i siti vennero abbandonati a causa del sovrasfruttamento del terreno e delle alluvioni conseguenti al disboscamento. Nei secoli successivi la foresta si è ripresa la scena nascondendo i siti fino a metà dell’Ottocento. I nativi che risiedevano nella zona non sono mai stati particolarmente interessati a curiosare sulla storia dei loro antenati. La città disponeva anche di un ospedale, suddiviso in due parti: la prima dedicata alla nascita dei bambini, quella accanto ospitava invece i pazienti con tutte le altre problematiche. Lo sciamano e i suoi aiutanti utilizzavano erbe e altri medicamenti naturali per curare le malattie e praticare anestesie per interventi di chirurgia.
Cena alla Llama del Bosque
Cena in un ristorante davvero tipico, la Llama del Bosque, dove un’intera famiglia si dedica a cucinare e servire specialità classiche honduregne, tra cui spicca l’Anafres, un mix di crema di fagioli, formaggio e carne tenuti caldi dal carbone sottostante, servito in un vaso di terracotta sul cui bordo spuntano alcune chips di mais. Due passi nel centro — pulito e tranquillo — ci portano alla nostra residenza odierna.
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