Giorno 12

Lago Atitlan

Il lago che sembra esistere solo nei sogni, fino a quando non lo si vede coi propri occhi

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Lago Atitlan

In lancia sul lago Atitlán

Non si poteva non dedicare una giornata alla visita del lago Atitlán e dei meravigliosi paesini che vi si affacciano. Le strade di collegamento o si arrampicano su e giù per i pendii oppure sono del tutto assenti, pertanto diamo vita a una serie di tratte con la lancia sul lago. La prima, che copriamo in mezz’ora scarsa, è quella da Panajachel a San Pedro, dove pernotteremo stanotte. Serve per lasciare i bagagli e fare un giro in centro; qui spicca una bella chiesa e il solito mercatino. La distanza verso San Juan è breve e decidiamo di coprirla a piedi, visitando quello che potremmo definire come il più pittoresco dei paesini: splendidi i murales e la via che degrada verso il porticciolo ricoperta da ombrelli aperti allo scopo di ombreggiarla, con intorno una serie di negozietti meritevoli di attenzione. In tutto questo s’innesta un senso di cromaticità vivace che sarà forse il filo conduttore, il ricordo principale di tutto il viaggio: dalla decorazione delle strade ai vestiti delle donne, fino addirittura ai cimiteri. In questo villaggio abbiamo modo di partecipare a una visita guidata per capire come si lavorano le bacche del cacao, che si raccolgono tutto l’anno, per ricavarne i vari derivati. Una volta raccolte, vengono separate dal sottile involucro esterno; le fave vengono fatte essiccare per 30 giorni in cassette di legno con foglie di banana che aiutano a togliere l’umidità e fungono da conservante naturale. A questo punto vengono lasciate essiccare qualche tempo alla luce, tostate — assaggiandole si sente il gusto amaro del cacao puro — e pressate con dei rulli per ricavarne una pasta che, una volta asciugata, si trasforma in polvere pronta per fare la cioccolata. Il prodotto finito come lo intendiamo noi non si usa molto da queste parti — viene essenzialmente venduto ai palati occidentali. Con le cascaras, gli involucri, si fa il tè di cacao, molto utile contro la diarrea e come antinfiammatorio naturale. Dal momento che il cacao puro presenta un grado di amarezza che può risultare anche eccessivo, si tende a mescolarlo in blend con altri frutti fino al 50%. In particolare con un 80% di cacao si aggiunge un 15% di zucchero di canna — raffinato o meno — e arancia, che oltre a dare aroma funge da antiossidante e conservante naturale; se la percentuale di cacao scende al 70%, viene bilanciata con il 20% di zucchero e il 10% di arancia.

Il cacao: dalla foresta Maya alla tavoletta
Il cacao — Theobroma cacao, letteralmente “cibo degli dei” — era per i Maya molto più di una pianta alimentare. Le fave venivano usate come moneta, come offerta rituale e come bevanda cerimoniale riservata alle élite: una preparazione amara, speziata con peperoncino e addensata con mais, lontanissima dalla cioccolata dolce che conosciamo. Il Guatemala, insieme al Messico e all’Honduras, è una delle culle storiche della coltivazione del cacao. Le varietà locali — in particolare il Criollo — sono considerate tra le più pregiate al mondo dai chocolatier artigianali, e la riscoperta di queste produzioni tradizionali sta diventando una nicchia di esportazione sempre più apprezzata.
Una mano tocca una foglia di cacao avvolta in foglie verdi all'interno di una cassetta di legno.

Saliamo sul primo natante disponibile per San Marcos — più grande ma altrettanto interessante. Si dipana in una serie di vicoli lungo i quali si trovano negozi, centri massaggi, yoga ed esoterismo; il paese è considerato un punto dove le energie cosmiche convergono ed è quindi particolarmente adatto a certe pratiche. È ormai ora di pranzo ma non abbiamo molto tempo, così ci sediamo su una panchina sotto il grande e famoso ficus nella piazza centrale per sgranocchiare qualche cracker — un po’ il punto d’incontro fra la parte alta residenziale di etnia Maya e quella bassa prettamente turistica. Una passeggiata vicino al lago, da dove si vedono bene i tre vulcani; beviamo una cioccolata calda che resterà negli annali del nostro palato e ripartiamo alla volta di San Pedro. Non c’è servizio diretto per Santiago; occorre passare per Panajachel transitando per i vari paesini toccati in mattinata. Ci facciamo così altri due giri in barca e vediamo il paesaggio dall’altra angolatura. Oggi va bene perché c’è poco vento; corre voce che ieri ci fosse una ventilazione assai forte e una lancia si sia addirittura rovesciata, probabilmente a causa dell’eccessiva velocità sull’acqua increspata. Nei porticcioli ci sono vigili che orientano i visitatori verso le lance a seconda della destinazione, indossando giubbini che rendono evidente il loro ruolo di coordinamento e controllo. Questo va nella direzione di una massima tranquillità da assicurare a chi visita il Paese — e non solo: un po’ ovunque si vedono presidi di polizia, quando non militari, e frequenti posti di blocco. Vedere tante divise in giro non costituisce esattamente il panorama che tutti vorrebbero, ma il senso di sicurezza vale bene qualche controllo in più, ed è un segnale concreto che le cose stanno cambiando. Malcostume, delinquenza e corruzione non saranno spariti dalla mappa del Paese; tuttavia gli sforzi in atto sono apprezzabili. Santiago è forse il centro abitato più grande — circa 50.000 abitanti — in posizione defilata, meno turistica e per questo la più endemica, posta all’interno di un’insenatura che si apre in un nuovo lago di dimensioni più ridotte. Pochi turisti e un interessante spaccato di vita locale dove la latinità è quasi del tutto assente creano un valore aggiunto alla passeggiata fatta a passo veloce. Raggiungiamo un punto panoramico dal quale si vede il centro urbano adagiato su un promontorio che separa l’Atitlán dal laghetto che esso stesso crea. Il colorato cimitero nelle vicinanze conferma la pregnanza della cultura Maya. La piazza alberata con la chiesa adiacente rappresenta un classico quadro dove si concentra la vita sociale, con i venditori ambulanti a fare da corollario.

Maximón e l’ultima lancia per San Pedro

Il tempo stringe e alle 17:00 c’è una delle ultime lance dirette a San Pedro; peccato che quando arriviamo dieci minuti prima sia già partita. Non fa specie: le imbarcazioni hanno degli orari ma in realtà partono quando sono piene — è più frequente dover aspettare che si riempiano, in questo caso è andata diversamente. Visto che la prossima è prevista alle 17:20 andiamo alla ricerca del Maximón, la divinità Maya che viene spostata ogni anno in un luogo diverso e lì venerata dai fedeli. Chiediamo in giro dove si trova e in extremis riusciamo a trovarla all’interno di una sala che dall’esterno non presenta sembianze religiose. Si tratta di un fantoccio senza gambe seduto su una sedia, con una sorta di sigaretta accesa in bocca, fiori tutt’intorno e un gruppo di fedeli adoranti guidati dallo sciamano, che si distingue per la sciarpa. Su un lato della stanza si trova un sarcofago in vetro all’interno del quale giace — almeno così speriamo — una statua. Il tutto ha un’apparenza macabra; anche l’atmosfera raccolta dei partecipanti in preghiera sembra più prossima a una veglia funebre. Non abbiamo il tempo di osservare oltre, perché dobbiamo raggiungere l’attracco per evitare di rimanere bloccati a Santiago. Rientrati a San Pedro andiamo a gustare una buona cena di pesce — tilapia al cartoccio guarnita di peperoni, cipolle e aneto — e asado. Quando sono da poco passate le 21:00 andiamo a dormire nel bell’hotel direttamente sul lago: le sue onde accarezzano il sonno, dapprima veementi fino a diventare dolci nel momento in cui il vento si cheta. Una magnifica alba sul lago ci attende, e giustificherà ampiamente la notte breve.

Maximón: il santo che fuma e beve
Maximón — pronunciato Mashimón — è una delle divinità sincretiche più originali dell’America Centrale. Venerato soprattutto dai Maya Tz’utujil del lago Atitlán, è una figura ambigua: protettore dei viaggiatori e degli amanti, ma anche patrono dei ladri e dei bevitori. La sua effigie — un fantoccio in abiti eleganti, spesso con sigaro in bocca — viene ospitata ogni anno in una casa diversa del villaggio, affidata a una famiglia che ne ha l’onore e l’onere. I fedeli gli portano offerte di rum, sigarette e fiori; in cambio chiedono protezione, salute o fortuna. Vedere la sua cerimonia dal vivo è una di quelle esperienze che rimangono difficili da spiegare a chi non era lì.
Pernottamento
Hotel Mikaso – San Pedro

IT

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