Giorno 10
Da Rio Dulce a Antigua
Giornata di trasferimento, non senza qualche imprevisto
Mattina a Casa Perico
Nella notte la pioggia scende fine e copiosa come si usa ai tropici, conciliando un sonno che già non mancava, disturbato solo nei momenti più intensi quando lo scroscio si abbatte sui tetti composti da foglie di palma. Un’esperienza che ci fa sentire ancora di più in mezzo alla giungla, anche se non siamo poi così distanti da quella che con qualche reticenza potremmo definire come la civiltà. Colazione con un paio di brioche acquistate ieri e un caffè caldo; ci godiamo un’oretta di tranquillità camminando sulle passerelle che collegano i vari punti del sito. Sta smettendo di piovigginare e il sole inizia a penetrare fra le liane, luccicando sull’acqua intorbidita dalla pioggia. Alle 10:00 una lancia passa a prenderci e alle 10:30 siamo sulla terraferma, pronti per lo shuttle verso Antigua. Rio Dulce non ha nulla da dire: un pueblo con carretera centrale e una serie di negozi ad uso e consumo dei locali, trafficata e sporca. Ci attendevano teoriche sette ore di viaggio, iniziate un’ora e mezza dopo l’orario previsto e concluse con quasi quattro ore di ritardo. Sapevamo che sarebbe stata la tratta più lunga e logorante, e così è stato. Il bus da Flores arriva quando può, scarica, si dà il tempo all’autista di riposare — di solito sono due a compiere l’intera tratta — e riparte. È pieno di gente come noi, a parte il fatto che in maggioranza sono più giovani. Dopo neanche un’ora di strada ci troviamo bloccati in una coda piena di camion che avanza con estrema lentezza. A un certo punto le vetture e i pick-up iniziano a superare approfittando del fatto che sono in pochi ad arrivare in senso contrario — per quanto non pochissimi. Ci si trova così con la corsia di destra ferma e quella di sinistra usata per il sorpasso continuo, con le auto costrette a fermarsi sulla banchina quando arrivano mezzi dalla direzione opposta. Tutto procede con decente disordine fino a quando arriviamo al bivio con la CA9, che a sinistra conduce a Puerto Barrios e Honduras, a destra verso Guatemala City e Antigua. Sfortuna vuole che la coda prosegua nella nostra direzione; a questo punto l’autista aggira l’incrocio in contromano per trovarsi opportunamente ancora in contromano sulla CA9. La cruda realtà vuole che questa strada sia molto più trafficata e si venga a creare un groviglio dove i mezzi in corso di sorpasso devono sempre più frequentemente cercare riparo sull’esile banchina, creando fra di loro un’ulteriore concorrenza a chi supera chi. Non si capisce più nulla; per fortuna gli autisti mantengono la calma — ci mancherebbe solo una rissa a far degenerare la situazione. Anche i pick-up della polizia riescono a malapena a divincolarsi nonostante lampeggianti e sirene. Il momento non è dei più tranquilli, ma continuiamo a risalire la coda di mezzi pesanti fermi. Google Maps denunciava una ventina di chilometri, ora ne mancano pochi per terminare la linea rossa sull’app dello smartphone: non sappiamo nemmeno se l’intasamento sia dovuto a un incidente o ai famigerati bloqueos, di cui abbiamo sentito parlare di recente. Proprio tre giorni fa sono sorti blocchi di protesta spontanei che hanno impedito ad alcuni di arrivare a Tikal — il giorno prima della nostra visita — mentre alcuni trasferimenti in shuttle si sono letteralmente trasformati in viaggi della speranza; abbiamo notizia di una signora che ha impiegato 21 ore per raggiungere la destinazione programmata. Non tardiamo però a scoprire la causa di quanto sta accadendo: cinque chilometri dopo il bivio due camion si sono scontrati e occupano ancora parte della sede stradale — uno ha la cabina distrutta, l’altro trasportava un macchinario e si trova col carico spostato. Con non voluto cinismo tiriamo tutti un sospiro di sollievo quando scopriamo non trattarsi di blocchi; agli autisti, certo, non è andata bene. Da questo punto in avanti le parti si invertono: mentre noi viaggiamo lentamente sulla nostra corsia, sull’altra c’è una coda infinita di camion che le vetture cercano di superare come riescono. Apprezziamo lo spirito di collaborazione fra gli autisti e i loro nervi saldi nel gestire la situazione; la velocità forzatamente ridotta evita ulteriori scontri. Passando a fianco della lunga fila di camion forzatamente parcheggiati in direzione opposta vediamo un’enorme quantità di container refrigerati per il trasporto delle banane a marchio Chiquita, Dole e qualcuno Del Monte. Parlare di decine di mezzi è ancora una stima prudenziale.

Riflessioni da finestrino: benzinai, banane e gomma
Lungo l’interminabile viaggio abbiamo occasione di riflettere anche sui benzinai: come ampiamente visto nei giorni precedenti, le stazioni di servizio sono estremamente frequenti — a volte letteralmente una dopo l’altra — e gran parte di esse ostentano un’opulenza talvolta superiore a quelle occidentali. Texaco, Puma e altre si fanno concorrenza a forza di spazi, tettoie enormi e illuminazioni da stadio. Evidentemente i margini sono alti, nonostante il prezzo della benzina si aggiri intorno a un euro al litro. Sul momento stupisce vedere un corrispondente di 3,5 euro indicato sui cartelli, ma ci ricordiamo immediatamente di come i carburanti vengano misurati in galloni — e i conti tornano. È chiaro che lo Stato non carica troppo con le imposte, ma facendo un breve calcolo in relazione a stipendi e prezzi ci si domanda come possano esserci tanti mezzi motorizzati in giro. Restando alle unità di misura: distanze e pesi si usano nel sistema decimale, le temperature in Celsius; solo per i liquidi vengono usati i galloni. Discorso a parte va fatto per le prese elettriche, esattamente uguali a quelle utilizzate negli USA.
Lungo la tratta il paesaggio è quasi unicamente collinoso — raramente qualche pianura — ma mai monotono. Le coltivazioni sono soprattutto di banane o alberi da frutta, in un contesto ovviamente molto verde. Interessante vedere le cortecce degli alberi della gomma tagliate in diagonale per estrarne il lattice, quasi come succede in Canada con lo sciroppo d’acero. Stipati all’interno del minibus il tempo sembra non passare, anche se le ore scorrono inesorabili e inizia a imbrunire. Due break per far rifiatare passeggeri e autista, una fermata per lasciare chi deve scendere a Guatemala City, e via per l’ultima tratta in discesa fino ad Antigua. È ormai tardi ma proprio per questo l’appetito non manca; andiamo nel ristorante dove abbiamo pranzato il giorno della partenza per Flores e, per tenerci leggeri, ceniamo a base di pesce — mojarra e pescado blanco — semplice quanto curato e buono. Anche se sono le 22:00 i negozi sono tutti chiusi, mentre bar e ristoranti cercano di disfarsi degli ultimi ospiti; solo le discoteche sembrano funzionare a pieno ritmo nel brillante sabato sera. È ora di tornare all’hotel dove abbiamo già pernottato qualche giorno fa, dove troviamo i trolley ad attenderci; confermiamo e acquistiamo i biglietti per i transfer di domani.
IT
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