Giorno 8
Tikal
La città Maya immersa nella giungla, dove storia e leggenda s’incontrano
Tikal: nella giungla del Petén
Flores si trova in una posizione sicuramente felice, ma nessuno verrebbe in questa remota area nel nord-est del Guatemala, a pochi chilometri dal confine col Belize, se nelle vicinanze non si trovasse uno dei più importanti siti Maya — il secondo dopo Chichén Itzá nello Yucatán. Colazione mattiniera procurata da noi, consumata nella zona breakfast dell’hotel dove è già possibile prendere un caffè; poco prima delle 6:00 ci troviamo con un gruppo di esploratori come noi, pronti a coprire i 65 chilometri di strada verso nord che, aggirando il lago Petén Itzá, conduce a Tikal. Una zona periferica tanto per conformazione naturale quanto per vie di comunicazione, che abbiamo deciso di raggiungere in aereo per accorciare i tempi, scendendo poi via terra per visitarla con più calma. È una zona letteralmente tropicale, con piogge che possono arrivare a nove mesi all’anno e tassi di umidità sempre elevati. In Guatemala vivono circa 17 milioni di persone, di cui quasi la metà di origine Maya e altrettanti meticci. Stranamente non vi si trovano vulcani e per conseguenza non ci troviamo in zona sismica: le aree a rischio si trovano nell’interno, in parallelo alla costa Pacifica — come ad Antigua — e nella zona della placca caraibica a nord, verso l’Honduras. Questo causò migrazioni da parte di popolazioni che risiedevano nell’area di Antigua, più fertile ma estremamente a rischio. Ci impressiona favorevolmente il fatto che i visitatori siano essenzialmente giovani in viaggio per una vacanza low cost: per un sito di questo genere ci attendevamo un pubblico più senior. Complimenti a quanti si sono cimentati in questa trasferta, che tuttavia non regala solo rovine Maya. La classica umidità tropicale lascia qualche nebbia mattutina, appena scalfita dal primo sole. Lungo la strada, in un villaggio, prendiamo a bordo la guida — un appassionato meticcio che ci fornirà ogni genere di informazione storica e culturale. Il tempo di arrivare, obliterare i biglietti acquistati online e si parte alla scoperta del sito. Prima di percorrere il lungo viale nella giungla che funge da accesso, incontriamo un gruppo di coati rossi, giocosi animali dalla coda lunga. L’attenzione è richiamata anche da alcuni alberi, in particolare una Ceiba secolare, l’albero nazionale del Guatemala. Tikal venne scoperta casualmente dai cicleros — i raccoglitori di gomma naturale — ma questi non diedero importanza alle rovine interamente ricoperte di terra e vegetazione. I Maya residenti a Tikal arrivavano da nord, dall’area dello Yucatán, spinti a sud dalle conquiste azteche. Questi rappresentavano un impero compatto e non incontrarono grandi difficoltà ad avere ragione delle città Maya adiacenti. La suddivisione in città indipendenti, sovente in competizione se non in lotta fra di loro, ha impedito la formazione di una civiltà forte e compiuta come altre precolombiane nell’America Centrale e Meridionale. Questo spiega anche come, nel momento in cui arrivarono gli spagnoli, i Maya fossero assai indeboliti — in alcuni casi già autosufficienti nell’estinguersi — e non opponessero la fiera resistenza degli Inca o degli Aztechi. Come per Copán, l’epoca classica che vide il maggior sviluppo della civiltà fu nella seconda parte del primo millennio; anche in questo caso gli abitanti furono costretti a emigrare dopo aver usato — e forse abusato — delle risorse naturali a disposizione. In qualche modo possiamo dire che incontreremo a Chichicastenango e sulle rive del lago Atitlán i pronipoti di coloro che costruirono queste piramidi. Sovrappopolazione, deforestazione e conseguenti alluvioni hanno sicuramente dato un contributo fondamentale a una crisi che fu in primo luogo alimentare: i primi ad andarsene furono i nobili, seguiti dal resto della popolazione fino al completo abbandono. Vediamo un forno per la calce risalente all’epoca degli scavi: si è scoperto che servivano cinque alberi di grossa dimensione per ottenere un metro cubo di malta utilizzata a cementare i blocchi — con un breve calcolo si capisce come buona parte della foresta circostante sia servita solo ad alimentare quest’operazione. L’età media delle classi più povere si aggirava sui 35 anni, in quanto le condizioni di lavoro e di vita erano davvero difficili; si arrivava sui 45 anni per il ceto medio, mentre le classi agiate potevano vivere una ventina d’anni in più e raggiungere un’altezza intorno ai 180 centimetri. Anche qui il gioco del pallone era lo sport per eccellenza, con incontri che si tenevano fra i membri della stessa tribù e in contemporanea a determinate scadenze del calendario — il che rendeva impossibili le trasferte e le sfide con le altre città. Le partite più importanti avvenivano solo alla fine di un ciclo del calendario; chi vinceva veniva considerato un campione, un eroe, e per questo… veniva sacrificato. Ai giorni nostri sembra un paradosso, ma all’epoca dedicare la propria vita alle divinità era un premio ambito — morire non era poi il peggiore dei mali. Doveva invece esserlo per i nemici catturati: i migliori e più robusti venivano immolati, anche se sarebbero stati più utili nella costruzione delle piramidi o di altri manufatti. Una parte del sangue degli eroi sacrificati veniva mescolata con altre sostanze come l’incenso per ottenere una grande fiamma il cui fumo veniva dedicato agli dei.

Le piramidi di Tikal e i misteri Maya
Dopo l’abbandono, la città — che nel periodo di maggior fioritura doveva contare circa 200.000 abitanti, incluse le periferie — venne ricoperta di terra e alberi da eventi naturali. Le prime scoperte non portarono immediatamente agli scavi; fu solo quando alcuni archeologi intrapresero l’iniziativa che si cominciò a rivelarne la fastosità. Si decise però di non riportare alla luce più del 20% delle rovine: il materiale da costruzione in pietra calcarea col tempo avrebbe finito per sgretolarsi — come avvenuto a Chichén Itzá — e la mole di lavoro richiesta sarebbe stata enorme. Oggi si può visitare una buona parte del sito e salire tramite scalinate in legno su alcune piramidi, godendo di vedute dall’alto che dimostrano come il sito sia ancora tutto avvolto da una fitta foresta. Raggiunta la sommità si vede una spianata verde dalla quale svetta a malapena la cima di qualche edificio. Questo ambiente da Indiana Jones conferisce ulteriore fascino a Tikal e la rende unica nel suo genere, meritevole del sacrificio di venire in questo luogo tanto remoto e distante da altre attrazioni. Negli ultimi anni le tecnologie laser hanno rivelato che le rovine sono molto più numerose di quanto si pensasse: potendo vedere sotto lo strato di vegetazione e terra che le ricopre, i sistemi moderni hanno scoperto alcune migliaia di strutture, che al momento non saranno oggetto di scavi proprio per preservarle nel tempo. Le lunghe scalinate servivano ai re per salire in cima alla piramide e intercedere presso le divinità, facendosi portatori delle richieste del popolo; la difficoltà stava nel fatto che oltre ai paramenti sacri portavano indosso sedici libbre di giada — oltre sette chilogrammi — il che doveva rendere l’ascesa dei ripidi gradini quanto mai ardua. Le piramidi sono riempite da blocchi di pietra e venivano ingrandite in altezza e larghezza di generazione in generazione; avevano la funzione di tempio, avvicinandosi al cielo, pertanto solo il re e pochi altri avevano il diritto di salire. La loro costruzione era affidata probabilmente a migliaia di schiavi, che trascinavano le pietre non avendo ancora inventato la ruota. Su questo punto abbiamo chiesto spiegazioni alla guida: sia a Copán che qui ci è stato detto che la ruota non era necessaria perché non esistevano animali da soma e la foresta era poco adatta; al contrario, ci si spostava usando piccole imbarcazioni fatte scivolare nei torrenti. Una risposta che lascia alquanto a desiderare, o quantomeno risulta incompleta: sembra più probabile che i Maya avessero avuto intuizioni brillanti in astronomia e matematica senza però arrivare a scoprire il trasporto su ruota. A proposito di astronomia: i sacerdoti erano in grado di prevedere le eclissi, sfruttando intelligentemente il buio temporaneo per spacciarle come ira divina, con il preciso scopo di fidelizzare il popolo e aumentare il proprio potere. Nonostante le grandi scoperte inimmaginabili per l’epoca in Europa, e così come gli Inca, anche i Maya non conoscevano il concetto di zero — peraltro apparso in Europa solo nel XII secolo. Gli schiavi erano sempre Maya prigionieri di guerra appartenenti alle città sconfitte. Tre ore volano letteralmente, grazie al fascino della storia Maya unito ai racconti e agli aneddoti della nostra guida.
Tramonto e tilapia a Flores
Ripartiamo verso le 13:00 alla volta di Flores, dove avremo modo di trascorrere qualche ora passeggiando fra le tranquille viuzze del borgo e assistendo a un tramonto che da solo varrebbe il viaggio. Colpisce come la bella passeggiata che cinge l’isola sia in gran parte invasa dalle acque del lago; ci viene spiegato che succede regolarmente, a distanza di anni, dopo copiose piogge nella stagione umida. In questo caso si è trattato di un uragano che in pochi giorni ha portato tanta acqua da far salire il livello del lago; ora si attende che l’evaporazione lo faccia scendere, cosa che potrebbe richiedere anche qualche anno. Un danno non indifferente per gli esercenti con l’ingresso a riva. Cena in un ristorante — manco a dirlo — lungo il lago, assaggiando tilapia e pescado blanco. Si va a dormire presto che domani, caso nient’affatto strano, ci si sveglia di buonora.
IT
Commenti
0 approvati








