Giorno 3
Santa Ana
Ruta de Flores: villaggi coloniali, piantagioni e mercati colorati
Arrivo a Santa Ana e Ruta de las Flores
Originariamente avevamo previsto di prendere il bus di linea 201 per andare a Santa Ana, ma visto che Transportes del Sur offre lo stesso servizio anche se a un prezzo più elevato, scegliamo questa opzione per non doverci spostare alle 5 in giro per San Salvador. Con pochi passi siamo nuovamente al terminal e verso le 7:00 ci troviamo a destinazione dopo un’ora di viaggio. In realtà la fermata si trova un po’ fuori, in una stazione di servizio (gasolinera Puma) sulla Panamericana, ma saltiamo su uno degli scalcagnati bus urbani diretti in centro e con una camminata di un chilometro, attraversando la bella piazza centrale dove ha sede il municipio, mentre inizia a far caldo arriviamo all’hostal proprio quando gli ospiti fanno colazione. Troviamo estremamente comodo ed efficiente il sistema di pagare il biglietto direttamente all’autista al momento della salita sul bus. Anche in questo contesto si osserva l’estrema correttezza ed educazione da parte dei passeggeri, nonché una notevole efficienza e professionalità negli autisti, sempre prodighi di indicazioni e consigli per chiunque li richieda. All’hostal prenotato ci viene offerta una tazza di caffè e siamo pronti a partire per la Ruta de las Flores. Nell’occasione conosciamo una simpatica coppia di francesi, che si aggregheranno a noi e con cui condivideremo anche l’escursione al Volcán Santa Ana il giorno successivo. Amy, la gestrice, ci spiega come raggiungere col bus pubblico la cittadina di Ahuachapán, situata all’inizio della Ruta. Il dissestato viaggio di oltre un’ora consente di fare quattro chiacchiere con alcune signore che si stanno recando al mercato per vendere capi d’abbigliamento. È bello scambiare opinioni e impressioni con la gente comune, facilitato dal fatto di poter parlare la loro lingua — cosa rara quando si è in giro per il mondo e il dialogo deve forzatamente avvenire in una lingua terza. Con una sorta di hop-on hop-off su bus di linea visitiamo quattro cittadine classiche poste sulla Ruta: Ahuachapán stessa offre una bella chiesa, murales e un mercato dove curiosiamo fra i banchi di frutta e verdura, non dimenticando che pomodori, zucche, peperoni, cipolle e molte altre verdure originano proprio dal Centro America. Il fatto che sia sabato consente di vedere mercati variopinti e fiere locali, dove la popolazione si riversa per acquisti ma soprattutto per una forma di socialità che è alla base della vita fra queste popolazioni. La tappa successiva è ad Ataco, dove con una camminata di 15 minuti raggiungiamo il punto panoramico dominante la cittadina con vista sui vulcani circostanti; il centro urbano è costellato da murales sulle pareti delle case, le quali sono solitamente a un piano e danno su strade che s’incontrano ad angolo retto. Pur distanti quanto a maestosità e bellezza, si può parlare dello stesso impianto urbano di Antigua. Anche oggi pranzo in un ristorantino dove la veranda al primo piano offre l’occasione di non perdere di vista il viavai; al momento del caffè decidiamo di andare letteralmente alla fonte. A poche centinaia di metri si trova infatti uno stabilimento dedito alla lavorazione della preziosa bacca. Non avendo mai assistito ai processi che la trasformano in prodotto da macinare, seguiamo con molto interesse la spiegazione fornita durante i passaggi da un reparto all’altro. Le piante di caffè devono godere di temperature tropicali ma non troppo elevate, tanto che sovente fungono da sottobosco, protette da alberi ad alto fusto che lasciano trasparire solo parte dei raggi, in un gioco di sole e ombra ideale per la coltivazione. Il più pregiato è quello di montagna, sopra i 2.000 metri, e in effetti gran parte delle colture del Paese si trovano oltre tale quota — ragione che ne giustifica il blasone a livello mondiale. Per la cronaca la quota misura 2.100 metri, anche se su un altopiano questi non sono percettibili. A seconda del gusto che s’intende imprimere, le bacche si possono presentare con il rivestimento, senza buccia ma con una specie di resina collosa, oppure col chicco del tutto spoglio. Le bucce vengono separate e utilizzate come combustibile per produrre calore durante il processo di essiccazione. Una prima fase ha luogo all’aperto, dove gli operatori devono costantemente smuovere i chicchi sotto il sole. La separazione avviene su base dimensionale secondo quattro categorie; ne esiste una quinta e ultima, utilizzata per produrre l’istantaneo. I chicchi passano poi su un nastro trasportatore dove gli operatori eliminano le impurità a mano, con tempi ben stabiliti per la cernita. Il caffè così mondato viene messo in sacchi e lasciato a essiccare ulteriormente per 60 giorni: per verificarne lo stato di maturazione vengono praticati dei fori, estratto un campione e assaggiato da specialisti; dopodiché è pronto per la tostatura, operazione che viene eseguita in loco solo per il caffè destinato al consumo interno. Solitamente viene esportato da tostare, in quanto ogni mercato ha esigenze diverse legate al gusto della propria clientela, quasi a sconfinare in distinte correnti filosofiche. Il tour si conclude con un caffè preparato col metodo tradizionale del filtro e colato direttamente nelle tazze.

Riusciamo a raccogliere alcuni commenti di attualità e anche in questa occasione viene confermato il momento felice che sta vivendo il Paese, in relazione a un recente passato. Gli imprenditori erano ormai esausti dal dover girare gli utili alle bande che li vessavano; questo ha fatto sì che la produzione si fosse drasticamente ridotta negli anni. Prima la guerra civile, poi il taglieggiamento avevano indotto molti produttori di caffè a chiudere le loro aziende. Di conseguenza gli operai senza lavoro dovevano emigrare o entrare a loro volta nelle maras. La storia delle bande trae origine dalla guerra civile, quando molti salvadoregni sono emigrati negli USA, fra i quali anche fuorilegge che hanno dato vita ad attività criminali negli States, apprendendo nuove tecniche. Sono stati incarcerati, estradati e una volta rimpatriati hanno messo a frutto le nuove esperienze maturate, nonché sfruttato gli agganci e le conoscenze acquisiti. Il terreno fertile finito in mano al clan Mara Salvatrucha ha favorito l’alleanza con la mala messicana, anch’essa interessata a spartirsi gli ingenti affari illegali, soprattutto legati al traffico della droga e degli uomini dal Sudamerica agli USA. Quando la situazione ha rischiato di degenerare, l’intelligence degli Stati Uniti ha avvertito il governo salvadoregno sui rischi di destabilizzazione; il quale, anziché intervenire, sembra aver sostenuto che la criminalità rappresentava un male minore poiché dava occupazione. Di certo creava anche un indotto fra le forze di polizia e gli impresari delle pompe funebri.
Una breve tappa ad Apaneca, per vedere la chiesa e una passeggiata nelle vie centrali; infine, costeggiando una bassa quanto ondulata foresta ornata da vulcani ormai spenti, raggiungiamo l’ultima tappa di Juayúa, dove si trova una caratteristica chiesa con la statua del Cristo Negro all’interno e ha luogo una sagra in cui vengono offerti piatti estremamente appetitosi — carne, pesci o gamberetti ben allestiti. Da qui un ultimo bus di linea, il 238, ci porterà direttamente a Santa Ana, chiudendo il cerchio e la bella giornata.
Cani, bus e buone maniere
Un po’ dappertutto si vedono dei cani, ma sono estremamente pacifici e il loro stato riflette sostanzialmente quello della popolazione con cui vivono: magri quasi a trascinarsi nelle periferie e in certi paesini, corpulenti e col pelo lucido dove si sta meglio.
Un’altra caratteristica riscontrata durante la giornata — nella quale abbiamo accumulato una certa esperienza sui bus locali — è l’educazione dimostrata sui mezzi pubblici: viene volentieri lasciato il posto a sedere alle persone più anziane e non si sente minimamente il vociare classico di altri Paesi di cultura latina. Gli unici toni acuti arrivano dalla musica, che sembra impossibile ascoltare se non a volume massimo, ma non dà fastidio quando se ne sentono le melodie. Il tutto avviene sempre in un contesto rispettoso, come quando i pedoni aiutano gli autisti nel fare manovra.
Pupusas e notte salvadoregna
Rientrati a Santa Ana camminiamo nella notte per quasi un chilometro — non l’avremmo mai detto nel pericoloso El Salvador dipinto prima di partire — costeggiando una chiesa recente, costruita in grande su dettami di architettura moderna e illuminata a giorno dai fari (non siamo certi sull’origine Celeste di tanta illuminazione). Dove ceniamo non appare esteticamente attraente: alcuni tavoli all’esterno sono decenti, l’interno — complice il fumo proveniente dalla cucina posta all’ingresso — è invece una sauna odorante di quanto stanno cucinando. Per contro l’esperienza gustativa sarà ottima, e lo intuiamo da come il locale sia affollatissimo di gente del posto nel caldo sabato sera. Assaggiamo le pupusas: si tratta di tortillas tipiche salvadoregne che, prima di essere schiacciate nella tradizionale forma rotonda, vengono riempite con gusti a scelta — carne, pollo, chorizo, pancetta, una pasta di fagioli neri, verdure, formaggio e molti altri. Semplici quanto squisite, è anche interessante osservare il processo di lavorazione delle ragazze mentre prendono la pasta, ne fanno una pallina, inseriscono all’interno quanto richiesto dal cliente e la appiattiscono a formare la classica medaglia tondeggiante. Alla fine ci concediamo ancora una canoa: banana aperta longitudinalmente e riempita di dulce de leche.
IT
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