Giorno 4

Deserto del Thar

Visita al forte di Jaisalmer. Il deserto del Thar con le sue dune e i suoi tramonti

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Deserto del Thar

Il volto urbano di Laxmi Narayan Mandir

Le notti indiane sono normalmente contrassegnate dal rumore, qualunque ne sia il motivo. Pur avendo l’hotel in zona tranquilla, stanotte nel quartiere si è tenuta una festa ed in certe situazioni non si bada al volume. In questo periodo è frequente imbattersi in matrimoni e nei conseguenti party che ne fanno da vivace quanto rumorosa appendice.

Colazione in terrazza, semplice ma sufficiente per i nostri gusti: pane fritto ad assomigliare a grosse bugie, dahl con riso e riso zuccherato con uvetta. Alle 9 incontriamo la guida locale con la quale siamo già stati ieri pomeriggio: ci dice di appartenere alla casta dei bramini, suo padre esercitava l’attività di guida religiosa mentre lui ha preferito dedicarsi ad altro. Ciononostante, se avesse dei figli che vogliono seguire la via religiosa questi potrebbero diventare bramini senza alcun problema nonostante lui non l’abbia fatto. Da ciò risulta evidente che i sacerdoti indù possono tranquillamente sposarsi. Ovviamente è favorevole al sistema delle caste (quella dei bramini è la più alta); passando per la strada conosce tutti e tutti si rivolgono a lui con tono amichevole prima ancora che di religioso ossequio. Si tratta di una persona che ci sa fare, ha una buona cultura rispetto alla media e deve possedere un carattere che va d’accordo con tutti tanto per ragioni spirituali che di convenienza. Da come si muove lungo i vicoli sembra quasi essere un padre spirituale, ha parole per ognuno, dispensa consigli ed è a suo agio in qualsiasi situazione gli si presenti.

Bhansali Gotriya Sha Bida e Shiva con Parvati e Ganesh

Con lui ci avviamo lungo la strada che sale al forte, volutamente sinuosa in modo che da una porta d’ingresso non si vedesse la successiva e i nemici così ingannati restassero bloccati tra l’una e l’altra durante gli assalti, per essere presi di mira dai difensori tramite pietre o massi cilindrici simili a corte colonne che venivano fatti rotolare. Dei sette templi giainisti presenti dentro il forte ne visitiamo due (uno è il Bhansali Gotriya Sha Bida) aperti solo al mattino in quanto il pomeriggio è a beneficio unicamente dei giainisti in preghiera; la pietra in arenaria appare finemente intarsiata, con il sancta santorum al centro e una fila di sculture sui lati, simili a dei Buddha, di solito in un liscio colore marmoreo bianco. La leggenda vuole che i giainisti della regione fossero stati attaccati da bande criminali e avessero chiesto al maharaja del tempo di poter essere accolti all’interno del forte, costruire i loro templi ed essere difesi; questi rispose affermativamente dicendo che non avrebbe chiesto soldi o altro, dovevano soltanto garantire fossero presenti anche i simboli dell’induismo e vi si potessero recare anche i fedeli di altre religioni per pregare. Questo spiega la presenza di statue di Shiva con Parvati e Ganesh.

Di quest’ultimo pare esserci una vera e propria devozione popolare in quanto la sua immagine compare un po’ ovunque dipinta su muri, come statuette e all’interno di abitazioni private. All’interno di un tempio vengono raffigurate delle scene erotiche, questo perché le tre funzioni dell’uomo sono lo yoga (ovvero la meditazione), il cibo e il sesso. La raffigurazione serviva affinché la gente nei tempi passati pare fosse ingenua e i consigli per la vita rivestiti di sacralità erano di certo più efficienti.

Interno di un tempio indiano con elementi architettonici in pietra.

Verso Laxmi Narayan Mandir

Ci spostiamo di poco per vedere due piccoli templi induisti; sono più frequentati e più colorati, per quanto meno raccolti. Il primo è dedicato a Vishnu e abbiamo fortuna di assistere alla puja, dove un sacerdote riceve le offerte e recita brevi mantra a cui rispondono a tono i fedeli girando in senso orario intorno all’altare, alcuni siedono a gambe incrociate di fronte all’altare intonando mantra di preghiera. Si entra levando le scarpe, igienizzando le mani in un lavandino adiacente e si lasciano fuori eventuali bottiglie di plastica; si entra levando le scarpe, igienizzando le mani in un lavandino adiacente e si lasciano fuori eventuali bottiglie di plastica; si esce indietreggiando senza dare le spalle all’altare. Il secondo (Laxmi Narayan Mandir) è evidentemente dedicato a Shiva, con il linga sovrastato da un cobra e il toro Nandi di fronte. Le preghiere vengono interamente rivolte al toro (veicolo appunto di Shiva) in quanto il Dio è perennemente in mediazione e l’animale funge da tramite. Alcuni uomini spargono dell’acqua purificatrice sulla testa del serpente, che a sua volta la fa scivolare sul linga per convergere sul fondo rappresentato dallo yoni. Un’atmosfera altamente mistica ci avvolge ed è interessante vedere i rituali che si susseguono. I fedeli sono rigorosamente tutti uomini, dietro i quali diligentemente ci accodiamo, effettuano il giro dell’altare in senso orario ma solo per tre quarti, in quanto il passaggio viene simbolicamente ostruito dal fiume Ganga (Gange) che esce dallo yoni; si torna indietro e si arriva allo stesso punto dall’altra parte senza compiere il giro completo. Leggenda o credo vogliono che il sacro fiume destinato a rendere fertile la pianura che porta il suo nome origini dal cielo e distruggerebbe tutto se la sua forza dirompente non fosse mitigata dal fatto che passa attraverso i capelli di Shiva e si trasformi così nel fiume calmo che conosciamo.

Chiudiamo la pagina spirituale e andiamo a vedere Jaisalmer dall’alto delle mura fortilizie, anche bevendo una bibita in un bar la cui terrazza offre splendide vedute. Concludiamo con la visita ad un negozio di stoffe, dove ci viene spiegato il sistema di tessitura che avviene nei villaggi sparsi nelle aree desertiche dei dintorni. La maggior parte dei prodotti in vendita in questo negozio cooperativa è realizzata da donne appartenenti a gruppi nomadi, che vivono di pastorizia e di un artigianato ancestrale ma ben adattato ai gusti turistici; alcune pregevoli realizzazioni vengono confezionate in stile patchwork utilizzando partiti di vestiti decorati per cerimonie. Percorriamo ancora le strette vie centrali, sarebbero bellissime non fosse per la sporcizia imperante. Le deiezioni delle mucche vengono raccolte dalle ruote delle macchine e spalmate lungo qualche metro, mentre le artefici vagano senza meta da un mucchio di rifiuti all’altro. Dal momento che le mucche hanno un padrone, secondo alcuni pur nel rispetto della loro sacralità, dovrebbero non essere lasciate libere di circolare per le strade. Sarebbe solo uno fra i tanti problemi igienici che attanagliano l’India, oltre ai cani, persone che mendicano in condizioni disperate e mucchi d’immondizia.

Un paio di punti panoramici offrono spunti per foto sulle porte d’ingresso al forte; anche al mattino il colore dorato dell’argilla brilla sotto un sole che si fa sempre più caldo. Passando davanti a un negozio di abbigliamento femminile la guida ci spiega che le donne prima di sposarsi indossano un completo formato da pantaloni e casacca lunga con una sciarpa (pashmina); una volta sposate indossano soltanto il sari e i pantaloni non vengono più utilizzati. Alcune donne musulmane di un certo lignaggio indossano evidenti serie di braccialetti in argento, gli unici monili d’oro che portano sono costituiti da una collana e un anello appeso a una narice.

Pur non essendoci una rigida divisione, la città è maggiormente abitata da induisti, mentre i musulmani tendono a vivere nei villaggi periferici. Ci viene assicurato esistere una buona convivenza ma non si può escludere un clima di sospetto viste le tensioni col vicino Pakistan. Andiamo ancora a vedere il Gadisar Lake, un bel lago artificiale creato secoli fa come riserva idrica, dal quale spunta un cenotafio sull’isolotto che sembra stato creato appositamente. L’acqua in quanto risorsa ha sempre rappresentato qualcosa di prezioso e l’esigenza di sfruttamento della pioggia monsonica (meno intensa che altrove a causa della perifericità in cui si trova la città) ha originato la costruzione del bacino.

Vista del Lago Gadisar con antiche strutture in pietra nell'acqua.

Partiamo in direzione sud alla volta del deserto; mentre ci allontaniamo, un’ultima vista sulla città e sul forte che la sovrasta lascia immaginare come doveva apparire imponente per chi nei tempi si avvicinava dalla sterminata pianura arida. Il deserto è interrotto frequentemente da zone dove crescono alberelli sottili: durante il dominio britannico si cercò di rendere per quanto possibile il terreno fertile buttando dei semi, anche con gli elicotteri, al fine di creare un minimo di vegetazione. In un villaggio di aperta campagna vediamo un bus stipato di gente in attesa di partire, il portabagagli stracolmo e gente che vi si arrampica. Sta partendo per il confine pakistano, da qui i passeggeri scenderanno per essere presi in consegna da un altro bus probabilmente in egual misura scalcagnato. Molti sono operai che lavorano nella zona di confine, per attraversarlo la gente del luogo ha maggiori facilità di accesso; lo stesso vale per favorire incontri di famiglie divise dalla Partition; servono comunque dei permessi particolari. In effetti il confine fra India e Pakistan è stato tirato in modo arbitrario alla fine del colonialismo britannico e non ha tenuto conto (difficilmente avrebbe potuto) delle esigenze sociali. Ha in qualche modo cercato di separare induisti da musulmani, ben sapendo che ovunque c’era dell’uno e dell’altro e che si sarebbe finito per scontentare tutti. Ma è certo che l’obiettivo primario non era quello di andare incontro alle popolazioni autoctone.

Il villaggio di Dhoba nel Thar desert è costituito da un paio di case adattatee integrate con i servizi necessari ad esigenze turistiche, intorno pascolano capre intente a brucare la poca erba disponibile e domattina vedremo alcuni pavoni che da noi troverebbero posto in ville di lusso. Un tè di benvenuto come si conviene, qualche parola su come si vive qui e siamo in partenza con la jeep per fare il giro sulle dune e una sosta in un villaggio sperso nel mezzo del nulla. Un pozzo, qualche arbusto e tanto sole sono gli ingredienti principali di un’economia di sussistenza. Ad occhi poco sensibili verrebbe da domandarsi come tanta basicità di vita possa piacere alla gente che abita, ma questo luogo probabilmente per loro è il posto più bello del mondo. E non serve obiettare che conoscono solo quello. Bambini corrono felici, soprattutto se vengono offerte loro delle caramelle, donne sono intente a fare lavori casalinghi sull’aia, gli uomini sono pochi e probabilmente sono fuori per cercare di portare a casa di che sussistere. In compenso ci sono caprette ovunque, dalle quali si ottiene latte e suoi derivati, forse anche della carne se non sono vegetariani. Sicuramente questi animali rappresentano un buon valore da barattare. Le case hanno il tetto in paglia, sostituito ogni due anni. La distesa sabbiosa è sovente punteggiata da alberi e cespugli, alcune volte il terreno diventa duro e nel suo sotterraneo si nasconde una città di grosse lucertole, più simili a piccoli varani; vivono in prossimità di buche nelle quali ritirarsi rapidamente ad ogni potenziale minaccia, qualche volte si vede a malapena la testa fare capolino. La vecchia jeep arranca su e giù per le dune, ogni tanto deve indietreggiare per riprendere la corsa in salita per non insabbiarsi; a vedere dal cruscotto c’è da dubitare di come possa ancora muoversi ma alla fine torniamo al punto di partenza. Nel piccolo villaggio dove siamo ospitati si trova un pozzo a circa 300 mt dalle case, dove un uomo tira su acqua col secchiello e la versa in una cisterna trainata da un dromedario; ce ne vorrà di fatica e di tempo prima di riempirla, tenendo che conto che il contenitore perde il prezioso liquido da tutte le parti. Nel frattempo alcune donne arrivano con splendidi sari colorati e contenitori vuoti che vengono opportunamente appoggiati uno sull’altro sulla testa, si approssimano ad un altro pozzo lì vicino ed iniziano a tirare su acqua. Un po’ per folklore, un po’ per dare una mano mi offro ad aiutarle, cosa che non disdegnano affatto. Quando scherzando chiedo se posso continuare mi fanno cenno che apprezzano il gesto e posso continuare mentre ci scambiamo sorrisi, ovvero l’unico mezzo di dialogo possibile. Devo fare attenzione a non lasciar cadere il secchio con la corda nel pozzo, alla fine va tutto bene. Una foto con i loro visi coperti (dicono per il sole, forse per retaggio culturale) e se ne vanno con i contenitori pieni a gravare sull’osso del collo.

Sempre con partenza dal camp, di lì a poco muoveremo sul dorso di un dromedario alla volta di un sunset point per gustarci l’eterea immagine del sole che scende lentamente ma inesorabilmente cangiando di colore dal giallo al rosso più intenso e lasciare infine uno schermo violaceo che presto trasformerà in nero, ad avvolgere l’intero deserto. È ora di rientrare prima che faccia buio, al camp si può cenare fuori vedendo un concertino folk che contribuisce a rendere meno gustosa la pur buona cena: una famiglia composta da padre, madre e due figli iniziano a suonare, cantare e ballare “melodie” tradizionali; non sappiamo se dipenda da loro o dal genere musicale ma lo spettacolo non è dei più avvincenti. Apprezziamo comunque l’intenzione e la maestria con la quale suonano con tamburi e nacchere di fortuna. Non particolarmente dispiaciuti dalla fine del concerto ci apprestiamo a trascorrere una tranquilla nottata nella moderna tenda/camera da letto; a una certa ora dei cani concordano di abbaiare in simultanea, un altro concerto di cui potevamo fare a meno ma che serve a rammentarci come in India neanche nel deserto il silenzio ha diritto di dimora, nemmeno di notte. Non faticheremo a farcene una ragione.

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