Giorno 12
Khajuraho e Panna Tiger Reserve
Khajuraho, dove il profano diventa sacro e il Panna Safari, le tigri nella loro dimora
Il volto urbano di Khajuraho
Partiamo alle 8 per una giornata che si presenta parecchio interessante – e lo sarà – prima dal punto di vista culturale, quindi da quello naturalistico. Una splendida superstrada di recente fattura incontra stranamente la caratteristica di non avere traffico. È domenica, anche se qui il giorno di festa ha un valore relativo, ed è relativamente presto, ma avere due corsie interamente per noi con qualche sparuto mezzo che viaggia lentamente ci pare inverosimile. La costruzione dell’arteria non ha guardato in faccia gli aspetti edilizi e probabilmente nemmeno quelli ambientali: vediamo così le case a cui sovente manca il vano che dava sulla strada, letteralmente distrutto per far spazio allo sviluppo. In alcuni casi ci sono ancora le macerie, in altri un pezzo di muro interrotto.
Il paesaggio è verde, ci sono coltivazioni di cereali e diversi fiumi di grossa portata. In Uttar Pradesh c’è la più grande coltivazione nazionale di patate, che vengono raccolte in questo periodo.
In passato ci volevano 6/7 ore per arrivare a Khajuraho, mentre adesso ne bastano un paio. Alle 10 siamo a destinazione e possiamo iniziare la visita del sito
Politica e società a Khajuraho
Siamo in piena campagna elettorale, oggi è atteso un ministro (che pare essere quello dell’interno) per fare un discorso e c’è palpabile tensione, con strade chiuse e ancor più forze di polizia agli incroci. I cartelloni pubblicitari sono interamente ricoperti da foto di Modi ed altri esponenti del suo partito, mentre sono rare le pubblicità dell’opposizione.
Visita a Chaturbhuja Temple
Visitiamo prima due templi che si trovano nella zona meridionale (il Chaturbhuja Temple e il Duladeo Temple), caratteristici ma meno imponenti di quanto possibile vedere in quella occidentale. Apprezziamo le cupole che in qualche modo fanno pensare ad Angkor Wat in Cambogia, verticali a richiamare la montagna dove dimorano le divinità. Si attraversano un paio divillaggi dai muri a tinta pastello nelle cui vicinanze allegri bambini fanno la doccia presso una sorgente d’acqua, e si arriva in città per vedere la parte più interessante.
Probabilmente a causa della congestione che si veniva a creare, l’ingresso ai templi di Khajuraho è stato spostato oltre il bacino lacustre sulla sua sinistra mentre l’uscita è stata lasciata nello stesso punto. Il problema si risolve in fretta ma se ne presenta subito un altro, seppure di piccola portata. Per pagare l’ingresso bisogna acquisire un QR code, il quale consente di aprire un sito di prenotazioni, si compilano i vari campi e si paga con la carta di credito, a questo punto si ottiene un nuovo QR code che il personale scansiona con il proprio smartphone. Evidentemente ci sono delle ragioni per evitare di far manovrare contante al personale, certo che occorre arrivare con uno smartphone, carta di credito e un minimo di dimestichezza agli acquisti online. Cosa per molti ma non per tutti.
Siamo finalmente all’interno del sito e ci apprestiamo a visitare questa che è una vera meraviglia architettonica. Fatto mezzo periplo del lago lungo un viale alberato si giunge ai primi templi, ben conservati se si considera che sono vecchi di mille anni. Il fatto che siano caduti nell’oblio per secoli e siano stati loro risparmiati gli scempi conseguenti alle guerre ha di certo aiutato; quando vennero riscoperti dagli inglesi non restò che iniziare i restauri di qualcosa che solo il tempo aveva molto parzialmente intaccato.Gli interni sono scuri e non c’è molto da vedere agli occhi di chi non è un fedele, mentre gli intagli finissimisulle pareti esterne richiederebbero giorni di attenta osservazione; anche senza una guida se ne intuiscono simbologie e aspetti storici, ma è la vista complessiva a rendere unici questi capolavori. L’alternarsi di scene di guerra, di quotidianità ed erotismooffre un’idea della vita e dei valori di un tempo. Gli altorilievi comunicano una sensualità volutamente fine, mai volgare. Le donne si presentano con fianchi sinuosi e seni sodi quasi a voler provocare il desiderio. A volte traspare un certo malcelato pudore, in raffigurazioni che si mettono le mani sugli occhi ma sbirciano fra le dita. A parte la scena di un uomo intento ad avere un amplesso con un cavallo, il resto mai scade nella trivialità, lasciando trasparire la bellezza ed in qualche modo la nobiltà del gesto amoroso. Questo accadeva nei tempi in cui l’Europa era spazzata da ondate oscurantiste medievali, da caccia alle streghe e da una religione piegata su sé stessa che non ammetteva neppure che la terra rotasse intorno al sole. Ci aggiriamo per almeno un’ora e mezza fra gli architettonici complessi e i caratteristici amplessi, in mezzo a giardini fioriti che fungono da splendido corollario ai templi.
Oggi è tutto vicino: dall’uscita del sito, all’hotel e al ristorantino dove pranzeremo sono solo pochi minuti a piedi.
Poco dopo viene a prenderci una jeep con la quale in un’oretta di viaggio raggiungeremo il Panna Tiger Reserve. La partecipazione ai safari, per quanto bella, ha solitamente degli aspetti negativi: una massa umana stipata sui fuoristrada si accalca a vedere gli animali, solitamente a distanza ragguardevole e in un contesto poco rispettoso verso gli stessi. Questa volta è diverso grazie al fatto che la riserva è fuorimano rispetto ai grandi circuiti turistici e ha dimensioni più piccole, pur essendo compreso in un parco di grandi dimensioni, per l’80% non visitabile. Una decina d’anni fa sono state introdotte delle tigri (ma ci sono anche dei leopardi) che hanno trovato un ambiente adatto e al momento si conta su circa 80 esemplari. Il bosco non è particolarmente bello alla vista: alberi in veste invernale, erba secca e polvere. Non ci sono fioriture, a parte quella presente nei fiumi l’acqua scarseggia, si vedono nettamente gli alvei vuoti destinati a riempirsi tra qualche mese all’arrivo delle forti piogge. Ciononostante si vedono molti animali: dai cervi ai daini pezzatidi bianco fino a colonie di scimmie, cosa che giustifica la presenza dei carnivori. A proposito di carnivori, durante una fermata sulle rive dell’ampio fiume Ken vediamo un coccodrillo fermo sull’altra sponda. L’avvistamento della prima tigre arriva presto, sta riposando in mezzo alle frasche senza curarsi della nostra silente presenza.
Ma il momento clou avviene quando a forte distanza si vede un altro felino coricato in una fresca pozza creata da un’ansa del fiume. Si riesce appena a metterlo a fuoco con le macchine più potenti (anche mentre sbadiglia), alla vista è solo un puntino e sembra un’occasione mancata. Ad un certo punto la tigre si alza e muove nella nostra direzione ma siamo ancora distanti. Oggi il destino sembra benigno, avvicinandosi lentamente e con lo stile che le è proprio nel giro di qualche minuto ce la troviamo a pochi metri di distanza. È semplicemente spettacolare vederne i movimenti, osservarne la sproporzione fra le zampe posteriori e quelle anteriori, le prime servono snelle per dare la spinta alla corsa mentre le altre devono avere forza come arma di caccia. Si avvicina all’acqua ed ecco che il coccodrillo si muove per inabissarsi (scopriremo essercene già un altro nella pozza); la tigre se ne avvede, muove la codae va a bere in un posto sicuro. Il sole che sta calando proprio di fronte rende l’animale stilizzato, delineandole curve del maestoso corpo. Si tratta di un maschio e anche grosso, tanto che marca il territorio escompare in mezzo all’erba alta. Anche le guide locali ci assicurano che la scena non è frequente, sembra di aver partecipato dal vivo a un documentario della National Geographics. La sagoma dei coccodrilli traspare nella lucentezza del lago, il loro pasto è rimandato.
Sulla via del ritorno un’altra tigre compare nella boscaglia, ferma e ad una certa distanza. Ma a questo punto è più interessante vedere le famiglie di cervidi che pascolano attenti a ogni rumore. Scopriamo che normalmente le tigri cacciano circa un animale per settimana; a seconda delle dimensioni, se è un cervo ne hanno anche per tre giorni a finirlo; quando hanno di nuovo fame tornano a cacciare. A quanto ci viene detto gli animali non rappresentano un pericolo per la popolazione e gli allevatori della zona perché non amano il rumore ed hanno ampi spazi a disposizione. Ogni tigre ha il suo territorio: il piccolo sta con la mamma per un paio d’anni e poi va alla ricerca di uno spazio. Vediamo anche degli incendi volutamente appiccati dai guardiaparchi per regolare il ciclo della natura e facilitare una ricrescita più rapida dell’erba e il sottobosco in generale. Soddisfatti del bottino di caccia fotografica alle 17.45 iniziamo rientro quando il sole sta tramontando. Curioso vedere la vita nei villaggi (attraversiamo nuovamente quello di Bamitha) umili ma laboriosi, dove le donne (ancora loro) rientrano con grossi fasci d’erba appena raccolta sulla testa.
IT
Commenti
0 approvati





















