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India

25/02/2024

Rajasthan, Uttar Pradesh e Madhya Pradesh rappresentano uno stupefacente condensato di storia, arte e natura indiana. Ma sono soprattutto una lezione di vita per chi sa lasciare a casa i propri occhi per calzarne altri che siano in grado di leggere il carisma Indiano.

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India

“Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E’ sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata, non se ne può fare a meno”. Tiziano Terzani

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Introduzione

Ancora una volta è l’Asia a prendere il sopravvento nei nostri desideri di viaggio. Fatte salve alcune eccezioni (es. Taj Mahal) l’India del Rajasthan e Uttar Pradesh forse non è la destinazione con singole bellezze architettoniche o naturali incomparabili. Quello che invece affascina è la consecutività a così breve distanza dei tanti siti di grande interesse, ancora di più nel momento in cui si considerano le componenti sociali e religiose. Ecco che tutto assume una colorazione più variegata e gli aspetti negativi (traffico, rumore e sporcizia diffusa) si fondono fino a sciogliersi dentro questo crogiolo di vita tanto diversa dalla nostra. Se vale la regola generale di non guardare la realtà dei Paesi che si visitano con i propri occhi, in India questa diventa un viatico imprescindibile, senza il quale la realtà ne risulterebbe totalmente falsata. Per fortuna ho lasciato i miei occhi occidentali a casa, così non giudicano quanto mi si presenta innanzi. Chissà però cosa vedranno quando tornerò ad indossarli. Se dal punto di vista economico conviene nascere in Occidente, da quello spirituale l’India è probabilmente il luogo migliore

Le lezioni di vita che se ne ricavano sono molteplici: innanzitutto relativizzare e concepire l’esistenza come un passaggio (samsara, volendo mutuare un termine noto anche a noi), tollerare la presenza di altre persone e considerarla utile ai fini della mutualità, staccarsi dalla materia per vivere in una dimensione più contingente. Non si deve tuttavia pensare che la gente viva in uno stato di etereo sopore religioso, i piedi restano ben radicati a terra ma all’interno di una concretezza poco arcigna. Senza pretesa di pensare che tutti gli indiani siano uguali; il miliardo e mezzo di persone che vivono in quello che non a caso viene definito un subcontinente si diversificano secondo storia, religione, latitudine e altre mille distinzioni che arricchiscono il genere umano.

Così anche gli strati sociali si plasmano secondo schemi sempre più legati alla modernità, pur restando sovente ancorati al sistema delle caste: se da un lato una piccola percentuale (non poi così tanto in termini numerici tenendo conto della popolazione di cui sopra) gode di ricchezze da far invidia agli emiri e la borghesia incomincia ad assumere rilevanza, fa da contraltare un quarto stato indigente e costretto a lavorare in condizioni di semischiavitù, quando non a elemosinare sui margini delle strade piuttosto che rovistare nei mucchi d’immondizia insieme a mucche e cani. Le caste in realtà possono essere equiparate alle divisioni medievali tra nobili, clero e terzo stato; la differenza sta nel fatto che qui sono ancora ben presenti e l’ascesa sociale è un principio di cui è capace solo un numero esiguo di persone, nel contesto di una secolarizzazione tutta da venire. Non si sa con quanta reale convinzione lo Stato garantisca seggi in parlamento a donne e ad appartenenti alle caste più basse, ma il sentire popolare continua sul suo percorso ancestrale. E questo rappresenta sicuramente un freno allo sviluppo complessivo del Paese.

I contrasti in India sono più evidenti che altrove, tanto nel bene quanto nel male. Non dobbiamo confondere la povertà esteriore di gran parte della gente con la sua ricchezza interiore. Come allo stesso modo si resta perplessi della sporcizia esteriore, ma si rimane affascinati dalla limpidezza interiore dei suoi abitanti. Non un popolo di santi, ma una convivenza tutto sommato civile, per nulla improntata alla conflittualità.

Parlare di mal d’India è argomento complesso, perché esiste un India che fa male. È quella che si vede negli storpi e i poveri che si trascinano mendicando per strada. Ma esiste un’India che ti chiede di ritornare per vivere esperienze e imparare, cogliendone i valori e la relativizzazione della vita stessa insita nella sua gente.

Dal punto di vista economico sono nato dalla parte fortunata del mondo, dal punto di vista spirituale no. C’è di meglio, per esempio in questo Paese appena visitato.

Carattere nazionale

Traffico e guida: suonare sempre il clacson, anche senza motivo. Una sorta di riflesso condizionato, gesto quasi rituale perpetrato continuamente, senza accorgersene come non ci si accorge che respiriamo. L’India è un clacson che suona in permanenza, particolarmente forte e fastidioso nei motorini, specialmente quando ti passano di fianco e il padiglione auricolare è predisposto a udirlo nella sua interezza.

Il temine inquinamento acustico non è ancora entrato nel vocabolario indi, così come non è entrato nel codice stradale il diritto di precedenza: tagliare la strada è la regola ma in nessun caso provoca reazioni alterate. Quello di far passare prima gli altri è un concetto talmente astratto che è lecito chiedersi se venga tutelato dal codice della strada, mai che ne esista uno; le violazioni a un codice come potrebbe essere il nostro sono talmente frequenti e palesi che la domanda sorge spontanea. La polizia è presente ovunque ma sembra più intenta a tutelare il quieto vivere che a sanzionare le infrazioni. I vigili respirano gas di scarico tutto il giorno e la loro maggiore occupazione è quella di non venire investiti.

In tale contesto caotico viene da chiedersi come le cose possano in qualche modo funzionare. La risposta è semplice quanto disarmante: perché in India in un modo o nell’altro tutto si aggiusta. La semplicità relazionale e l’esistenza di regole flessibili fanno sì che i problemi (così come il traffico) vengano conciliati venendosi incontro senza scontrarsi. L’assenza di tensione e prevaricazione nei rapporti è fondamentale nelle relazioni interpersonali in un contesto di alta densità abitativa.

Una scena di strada trafficata a Varanasi con veicoli e persone in primo piano.

Non possiamo che restare ammirati nel vedere la capacità degli autisti di tutti i mezzi di schivarsi gli uni con gli altri senza urti o incidenti. In effetti gli unici incidenti li abbiamo visti lungo le superstrade, apparentemente dovuti più a colpo di sonno o distrazione. Certo è che quando si guida in città non c’è modo di distrarsi. Il concetto di precedenza non è solo astratto, ognuno cerca di passare, chi dimostra più convinzione riesce ad avere la meglio, il tutto in un contesto ampiamente tollerante. Nonostante la caoticità che non farebbe mancare le occasioni in nessun caso abbiamo notato discussioni o mani alzate per mandare a quel paese. Semplicemente ognuno cerca di passare e tutti riescono in qualche modo ad evitarsi in quella che può essere definita un’arte. Sulle superstrade è curioso vedere ogni genere di mezzo scorrazzare e l’obbligo di tenere la corsia più interna pare un vezzo a cui nessuno presta caso. Anzi, i camion viaggiano bellamente in quella di sorpasso e le vetture sono costrette a pericolosi slalom fra l’uno e l’altro. A completare l’opera ci stanno le moto in senso contrario e le mucche sullo spartitraffico centrale rialzato; cosa quest’ultima che ci ha stupito non poco a causa della sua frequenza e ne ricaviamo l’impressione che i bovini preferiscano stare fra le due carreggiate per godere di ventilazione su ambi i lati. Ovvio che quando decidono di attraversare la strada non chiedono il permesso a nessuno.

La politica espansiva di Modi ha portato alla costruzione di una rete viaria più capillare ed efficiente, essenziale per consentire lo sviluppo del Paese. Un esempio è dato dall’autostrada che collega Delhi a Bombay a 5 corsie per carreggiata. Non si presta particolare attenzione alle tematiche sociali e a quelle ambientali. I pedaggi sono frequenti anche se non esosi, almeno per i nostri standard.

Anche in India il settore privato funziona bene mentre per ottenere un servizio pubblico occorre prima inoltrare molte preghiere verso un pantheon induista prima di accedervi. La tendenza è stata ulteriormente accelerata durante i governi di Modi, volti a favorire gli schemi di un’economia liberista con servizi migliori ma a fronte di costi più elevati, creando uno scollamento fra chi se li può permettere e chi ha già difficoltà nel quotidiano per tirare avanti.

Condizione della donna: il mondo occidentale identifica sovente le società arabe con lo stereotipo del velo obbligatorio, diseguaglianza dei diritti e altri ostacoli nella vita sociale. Vero o non vero che sia, in India la situazione è perfino peggiore: le donne semplicemente non compaiono. Non si è vista una rappresentante del gentil sesso fra camerieri, receptionist, perfino commesse in un negozio. Solo uomini. Le donne si vedono invece ad aiutare i muratori portando pietre da costruzione e cemento mentre gli uomini fanno il mestiere artigianale. Quelle delle caste più basse compaiono al mattino come ombre a spazzare le vie urbane per ammucchiare l’immondizia. Dal loro sguardo traspare un occhio remissivo, per nulla incline alla ribellione; sono e restano sottomesse in un ambito derivante non tanto dall’ordine delle caste quanto per uno status che coinvolge sostanzialmente tutte le donne e spazia da una prigionia dorata al fare i lavori più umili e pesanti. Ovviamente non sono ad esclusivo appannaggio per i lavori più umili o duri, ma si può tranquillamente dire che le donne a contatto con il pubblico sono rare a vedersi.

Abbiamo l’impressione (a differenza dell’Uzbekistan) che, fatta eccezione per i più noti, la cura dei monumenti storici non sia fra le priorità dell’amministrazione indiana. Vero che il parco è grande e non è facile mettere tutto in opera, ma probabilmente è più vero che il patrimonio turistico non rappresenta ancora una priorità; il settore sta decollando solo ora, soprattutto quello interno che rappresenta il mercato più interessante; da qui potrebbe nascere l’esigenza di una miglior tutela; anche vero che la mentalità locale non sembra particolarmente incline a quelli che si possono definire i dettagli. Va infine tenuto in conto che gli sforzi economici finora si sono concentrati sulle infrastrutture, ad esempio solo fino ad una decina di anni fa ci volevano anche 20 ore per andare da Khajuraho a Varanasi, oggi ne bastano 7 di buona superstrada senza dover attraversare i villaggi schivando trattori, mucche e bambini. Ad Agra la metro è in costruzione, ovunque ci sono infrastrutture e palazzi che crescono come funghi. Tutto ciò richiede sforzi economici e il costo della vita in generale è aumentato per poter finanziare queste opere; c’è da aspettarsi che la cura del patrimonio culturale sia il prossimo obiettivo nella lista.

Nel post Covid c’è stato un vero boom di turisti indiani, grazie alla crescita del ceto medio e un maggiore stimolo a viaggiare per meglio conoscere il proprio Paese. Biglietti d’ingresso che arrivano a costare anche un ventesimo rispetto a quelli degli stranieri, la consapevolezza di un ricco patrimonio e un diffuso senso nazionale promosso dal governo in carica da un decennio, hanno messo le ruote agli indiani, con un buon ritorno sia in termini economici che culturali e di consapevolezza nazionale. Quando sono in giro non hanno lo stesso atteggiamento dei cinesi arricchiti, smaniosi di fotografarsi in posizioni sciocche di fronte a monumenti che evocano eventi storici, talvolta anche tragici. Resta un certo provincialismo affiorante nei gruppi famigliari guidati solitamente da un paio di benestanti signori con tanto di pingui mogli, suocere e figli al seguito. Il dato di fatto è che il turismo interno ha fatto un inaspettato balzo in avanti e lo si vede palesemente dai volti che affollano musei, parchi e hotel.

Il nazionalismo, o meglio l’orgoglio nazionale per usare un termine più consono, lo si vede in prima battuta osservando i brand di prodotti. Grazie a un mercato enorme, l’India negli ultimi decenni ha sviluppato un’industria autonoma e parzialmente indipendente dai giganti che dominano l’economia mondiale. Il settore automobilistico vede pochi marchi stranieri, i trattori vengono prodotti localmente e lo stesso vale per altri mezzi, incluso il settore militare. Al massimo si parla di joint ventures con aziende che posseggono un più elevato livello di know how.

Alcuni Paesi come Corea e Giappone s’impegnano a costruire le opere e le gestiscono per un certo tempo, 10 o 15 anni, in seguito queste diventano proprietà dello stato. Un po’ come fa la Cina altrove ma a condizioni più gravose e con pretese egemoniche; in questo caso non si tratta di filantropia, ma le intenzioni si limitano agli aspetti economici.

Anche al di fuori del settore automotive non si vedono molti brand di altri paesi, sinonimo di un elevato grado di produzione nazionale.

Una peculiarità è data dall’incredibile numero di venditori, siano essi negozi veri e propri, chioschi o semplici banchetti. Appare quasi impossibile comprendere come possano campare, evidentemente molti di essi vivono o sopravvivono con costi irrisori e si accontentano di quello che viene.

Lingua: Un altro freno all’unificazione di fatto – quella di diritto esite già – è l’aspetto linguistico; basta uscire di poche centinaia di chilometri da Delhi perché gli abitanti della capitale di lingua hindi non riescano a comprendere i loro concittadini o facciano grande fatica. In molte parti l’hindi viene studiato come lingua straniera al pari dell’inglese, ma chi non studia si trova di fronte a una barriera insormontabile.

È esattamente come da noi un secolo fa: ognuno parla la lingua locale e tutti non si capiscono fra loro. L’hindi dovrebbe rappresentare il comune denominatore ma le classi basse e medie non lo studiano e soprattutto non hanno modo di praticarlo. In particolare al sud le lingue di ceppo dravidico non hanno nulla a che vedere con l’hindi originato dal sanscrito, se viene visto come la lingua del nord, poco più di un dialetto molto usato. Gli indiani talvolta sono costretti a usare l’inglese come comune denominatore.

Matrimoni: questo periodo è quello più conveniente per i matrimoni, il più asciutto ma non caldo, e anche chi lavora nel settore agricolo ha più tempo. Pressoché ovunque e in ogni giorno della settimana ci troveremo di fronte a vetture allestite per l’occasione (è d’uso appiccicare rose e altri fiori con lo scotch alla carrozzeria), cortei di gente festante che si filma e fa foto, piuttosto che ballare in improvvisati party all’aperto con musica a tutto volume che esce da enormi casse caricate su vans. A volte il suono è assordante e la gente sembra impazzire in questa simpatica quanto poco armoniosa discoteca open air.

Scopriamo che la gente spende cifre enormi per onorare il matrimonio; i genitori degli sposi arrivano a indebitarsi per fare bella figura, invitando anche 2.000 persone, con il rito officiato dal bramino per continuare con sfarzi e festeggiamenti che a molti di noi apparirebbero come superflui se non addirittura pacchiani. Sembra che una famiglia media arrivi a spendere 10.000€, una fortuna se si considerano gli standard indiani.

I matrimoni fra componenti di religioni diverse sono rari, così come lo sono quelli fra caste diverse. Sovente le coppie vengono scelte dai genitori con buona pace dei futuri coniugi, i quali se ne fanno una ragione ritenendo che la giovane età difficilmente consentirebbe loro di saper scegliere la persona giusta per la vita in modo obiettivo. Nei contesti più arretrati può accadere che i famigliari uccidano uno degli sposi, se il matrimonio avviene fra caste diverse o se non combinato dai genitori.

In effetti le quattro religioni che si sovrappongono (induismo, giainismo, sikh e buddhismo) hanno molti aspetti in comune. Le prime due sono più antiche, nate in contemporanea e sono cresciute in parallelo: più settario l’induismo e più rigoroso nei costumi il giainismo, maggiormente presente nel nord ovest e Gujarat. Buddhismo e sikhismo sono state due deviazioni dalla pianta principale dell’induismo: una nata 2500 anni fa, l’altra solo 500. Alcuni le trattano come eresie e in qualche modo lo sono, ma con molti tratti comuni alla radice della visione religioso-filosofica. Entrambe non condividono il sistema delle caste e propugnano la mutua assistenza, ma il buddhismo condivide con gli hindu la stessa idea in merito al samsara e in generale una visione della vita distaccata dal materialismo. A differenza del buddhismo che prevede anch’esso l’interruzione del ciclo di morte e rinascite per raggiungere il Nirvana, l’induismo propugna il raggiungimento del muksha; basta tradurlo (liberazione) per capire come non si promette nessun paradiso particolare, semplicemente s’interrompe la ripetizione ciclica. Il fatto di non essere troppo legati alle questioni terrestri rende il contatto con la morte meno severo.

I giainisti hanno formato vere e proprie lobby tese a difendere reciprocamente gli interessi sociali ed economici degli adepti; una minoranza coesa e intelligente, capace di creare vantaggi e anche intrallazzi. Sono ben rappresentati tanto a livello politico che imprenditoriale e, in proporzione, sono giainiste le personalità di maggior rilievo sul teatro indiano come banchieri, mercanti, ecc.

Esistono città come Pushkar o addirittura stati come il Gujarat che sono alcool free. Ma basta fare qualche km nel caso di Pushkar o spostarsi in Rajasthan per bere quello che si vuole; ragione per cui molti abitanti del Gujarat vengono a trascorrere la ferie nella terra dei maharaja.

Veniamo a sapere di come gli abitanti del Gujarat siano considerati gli americani dell’India: mercanti, aperti alle novità ed anche un po’ spacconi, però ben apprezzati in virtù delle loro capacità. Gandhi era originario di questo Stato.

Mentre le quattro religioni menzionate sono nate in territorio indiano (molto si sta discutendo se Lumbini oggi in Nepal fosse in realtà India al tempo della nascita del Buddha), l’islam è stato imposto dai conquistatori provenienti da ovest: arabi, quindi persiani e infine proprio la dinastia Moghul originaria dell’islamica Asia Centrale. Per certi versi è antitetico rispetto alle fedi indiane e più in generale orientali e questo si riverbera anche sugli aspetti culturali dei credenti e di conseguenza della popolazione.

Un gruppo di persone partecipa a un aarti del fiume Gange in India con una lampada di fuoco.

L’India è innegabilmente un Paese di forte spiritualità e inevitabilmente qualcuno approfitta di questo fattore per trarne vantaggi illeciti. Accanto a religiosi seri o guru che insegnano la via verso una vita relativizzata in ogni sua forma, esistono dei “baba”, sinonimo di padri, che approfittano dell’ingenuità degli adepti cui riescono a spillare soldi, favori sessuali e altri vantaggi. I malcapitati sono sovente occidentali in cerca di un esoterismo esotico che quale paese meglio dell’India potrebbe incarnare. Alcuni santoni si sono arricchiti in forma smisurata e non pochi sono finiti in carcere per aver preso soldi, plagiato e violentato donne negli ashram. Uno di essi, di nome Asaram, in particolare ha potuto godere d’impunità in quanto legato in qualche modo al partito di Modi; il livello di potere accumulato unito ad un enorme conto in banca per molto tempo lo ha reso immune dalla giustizia, salvo arrivare ad un punto in cui si rivelò indifendibile in virtù della gravità dei capi d’accusa a suo carico ed è finito in carcere a vita.

Tensioni interne e minacce provenienti dall’estero (segnatamente dal Pakistan) fanno dell’India un Paese dove la presenza militare e di intelligence è fondamentale per mantenere lo status quo e impedire degenerazioni. A Delhi le transenne sono un arredo urbano stabile, lasciate un po’ ovunque a bordo strada pronte per essere utilizzate in caso di bisogno. Pensavamo che un tale presidio fosse dovuto in larga parte alle imminenti elezioni, nel tentativo di prevenire attentati o azioni che possano minarne il regolare svolgimento; in realtà è la regola e non ci sono ragioni che tale presenza venga ridotta dopo il voto.

Un’ampia zona intorno all’aeroporto di Delhi è appannaggio dell’aviazione militare, chilometri di muri con filo spinato corrono lungo le strade che portano allo scalo. Jaisalmer (vedi sotto) è altrettanto militarizzata e c’è da pensare che nelle zone di conflitto latente più a nord la situazione sia ben peggio.

La tensione col Pakistan si manifesta anche tramite giochi di spie, tanto che varcare il passaggio del confine tra i due Paesi non è facile, in particolare per determinate categorie di cittadini; qualche eccezione è possibile per chi risiede nelle zone vicine alla frontiera.

Abbiamo visto colonne di camion con carri armati andare in direzione est verso Jaisalmer, a testimonianza che dopo tre guerre combattute le ragioni di conflitto sono ancora presenti, specialmente in un momento di travaglio a livello mondiale in cui il paese confinante ha stretti rapporti con la Cina, altro avversario designato nel quadrante asiatico.

I militari sono professionisti, hanno paghe accetabili e viene fornita loro un minimo di educazione scolastica, pertanto non è difficile trovare nuove reclute. 

Ogni Stato ha i suoi confini ben definiti e sorvegliati, le sue leggi e la polizia non può inseguire un presunto criminale nello stato contiguo. Esiste una collaborazione fra le forze dell’ordine ma non c’è un organismo sovranazionale come può essere l’FBI negli Stati Uniti; questo fa sì che le bande criminali possano giocare proprio su questa ambiguità

Qualche esempio:

  • korma ram puri à con montone
  • shahi paneer korma o mughlai paneer korma
  • Malai kofta ad Agra: cottage cheese dumpling stuffed with dry fruits served in a rich Mughlai gravy
  • Dal Bukhara ad Agra: with black lentils cooked with buttered creamy sauce and mild spices
  • Paneer Butter masala a Khajuraho
  • Special thali: con dal, ecc.

Itinerario

Giorni di viaggio

Day 2
Giorno 2 1 gallerie

Day 2

Jaisalmer
Giorno 3 1 gallerie

Jaisalmer

Il volo da Delhi a Jaisalmer e la visita della città dorata

Deserto del Thar
Giorno 4 1 gallerie

Deserto del Thar

Visita al forte di Jaisalmer. Il deserto del Thar con le sue dune e i suoi tramonti

Jodhpur
Giorno 5 1 gallerie

Jodhpur

Paesaggi del Rajasthan e Jodhpur (la città blu), col suo forte e l’animato centro urbano

Ranakpur e Udaipur
Giorno 6 1 gallerie

Ranakpur e Udaipur

Sontuosità mistica nel tempio giainista di Ranakpur e Udaipur, la nobile città lacustre

Udaipur, Ajmer, Pushkar
Giorno 7 1 gallerie

Udaipur, Ajmer, Pushkar

Il City Palace di Udaipur, il tempio giainista di Ajmer e la città santa di Pushkar

Pushkar e Jaipur
Giorno 8 1 gallerie

Pushkar e Jaipur

Le abluzioni a Pushkar e Jaipur, la capitale del Rajasthan

Jaipur
Giorno 9 1 gallerie

Jaipur

La città rosa: sontuose dimore di Maharaja e la fortezza di Amber

Abhaneri e Fatehpur Sikri
Giorno 10 1 gallerie

Abhaneri e Fatehpur Sikri

Abhaneri: il più bel pozzo a gradoni – Fatehpur Sikri: il complesso reale dei Moghul

Agra, il Taj Mahal
Giorno 11 1 gallerie

Agra, il Taj Mahal

In Taj Mahl, una delle meraviglie del mondo – Gwalior e Orchha nel Madhya Pradesh

Khajuraho e Panna Tiger Reserve
Giorno 12 1 gallerie

Khajuraho e Panna Tiger Reserve

Khajuraho, dove il profano diventa sacro e il Panna Safari, le tigri nella loro dimora

Varanasi
Giorno 13 1 gallerie

Varanasi

Varanasi, la città santa. Lo spirito che va oltre la religione

Varanasi
Giorno 14 1 gallerie

Varanasi

Varanasi: il Gange e così sia! Sarnath, la prima predicazione del Buddha. Rientro a Delhi

Delhi
Giorno 15 1 gallerie

Delhi

La capitale del Paese più popoloso del mondo: un mondo di storia e da vedere

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