Giorno 13

Varanasi

Varanasi, la città santa. Lo spirito che va oltre la religione

1 gallerie 0 mappe
Varanasi

Mattina a Varanasi

Si parte alle 7 dopo una rapida colazione nel bell’hotel di Khajuraho, dove tutto è stato progettato per garantire una fresca ventilazione durante l’intero anno. Il cielo è lievemente coperto, cosa che ci eviterà di patire il caldo durante il lungo trasferimento per Varanasi. In realtà avevamo previsto di spostarci in aereo, ma qualche settimana prima della partenza la IndiGo ha pensato bene di annullare il volo. Impiegheremo (forse) qualche ora in più, ma avremo un maggior contatto con luoghi e persone incontrati sulla via. Attraversiamo ancora una volta l’agreste periferia di Khajuraho, arriviamo all’ingresso della riserva di Panna dove siamo stati ieri e proseguiamo su belle colline con boschi di teak fino a trovare l’autostrada. Il traffico, oltre alla solita connotazione caotica, richiede attenzione perché siamo nel primo giorno della settimana, ovvero quello dopo le follie domenicali. In sintesi, nei soli primi 100 km vedremo ben 4 incidenti, alcuni dei quali temiamo non abbiano lasciato scampo ai passeggeri: un pullman ha centrato lo spartitraffico all’altezza di un ponte sul fiume rovesciandosi su un lato, un camion è appena finito giù da una riva e due vetture hanno invaso la corsia opposta e si riconoscono a malapena come tali. Il paesaggio offre tratti affascinanti, seppure in presenza di una certa foschia, quando la strada percorre una larga cresta collinosa. Dopo quattro ore di marcia fermiamo in quello che sarebbe un autogrill, solo gente locale con la quale ci troviamo a nostro agio, pranzo leggero e prima di partire scopriamo lì vicino, quasi invisibili, il chioschetto di un venditore di sigarette e di un barbiere a fianco. Non hanno avventori e chiacchierano tranquillamente; il primo sminuzza una foglia fino a tritarla e la mescola con una sostanza biancastra che molti sostengono essere come il bianco per la tinteggiatura. L’impasto derivante è una poltiglia che viene messa in bocca e masticata su un lato, conseguendo quantomeno degli effetti energetici. Ad un certo punto viene sputata in qualsiasi punto ci si trovi. Simile dovrebbe essere un altro miscuglio rossastro che molti tengono in bocca fino a far diventare la stessa di un colore rosso intenso e le labbra come passate dal rossetto. L’esito estetico tuttavia non è esattamente uguale a quello delle signore.

Poco dopo le 14 siamo a Varanasi, o meglio nella sua periferia, dove la strada viene allargata e le case adiacenti abbattute per far fronte al progresso incalzante. A volte interamente, altre volte rimane una parte della stanza o anche solo la parete di fondo. Sembra ci sia stato il terremoto: macerie ovunque sui bordi, case letteralmente tagliate e gente che recupera mattoni o ferro con tutti i mezzi immaginabili: dagli scavatori, ai martelli pneumatici e soprattutto le mani. La modernità avanza e di conseguenza le sue esigenze, a pagarne il prezzo sono i piccoli proprietari delle case, per i quali speriamo ci sia stato almeno un congruo indennizzo.

Facciamo un giro abbastanza largo e attraversiamo il ponte settentrionale che attraversa il Gange e offre una prima vista della città dall’alto. Una volta addentratici nel tessuto urbano scopriamo traffico e code ovunque, arrivare all’hotel sembra il raggiungimento di una meta agognata. Si trova in una zona destinata essenzialmente ad hotel e il clima è assai più tranquillo.

Sera a Varanasi

Da qui con un tuk tuk andiamo in centro, sulle rive del Gange, iniziando la camminata dall’Assi ghat, il più meridionale, risalendo fino a quello dove in serata ha luogo il Ganga Aarti. Presso uno di questi vediamo grandi quantità di legna e una pesa per determinare la quantità pattuita per cremare i corpi; ne frattempo sta arrivando un corteo funebre (sono presenti solo uomini), dove il feretro viene portato a spalle giù dai gradoni verso la riva del Gange dov’è stata ordinatamente ammucchiata la legna con all’interno dell’erba secca, viene depositato e la decina di presenti inizia a fare qualche giro intorno gettandovi sopra una polvere colorata. Il cerimoniale dura una ventina di minuti. Ad un certo punto gli astanti si allontanano e uno dei presenti accende il fuoco sotto la pira, che a poco a poco inizia ad avvolgere l’insieme. Più in alto si trovano altri tre bracieriin ferro che permettono alla cenere di scendere, sono pieni di legna e bruciano quanto rimane dei corpi, soprattutto le ossa più robuste. Alla fine tutto viene gettato nel Gange, le cui acque lente e apparentemente limpide scorrono verso nord.

Barche e fuoco galleggiano sul fiume durante un'attività all'aperto in India.

Fauna locale

Qui entra il ballo lo stesso concetto di vita e di morte, diverso fra europei e indiani. Guardare la realtà che ci sta di fronte con i nostri occhi sarebbe distorsivo, bisogna riconoscere il loro maggiore distacco nei confronti dei due elementi: se non si è troppo attaccati alla vita, separarsene diventa meno doloroso. Lo stesso rito del funerale viene seguito a debita distanza e con rispetto dai turisti, senza che nessuno dei parenti proferisca parola o si senta anche minimamente importunato. Anzi, morire qui a Varanasi è particolarmente lieve in quanto la religione vuole che in questo modo s’interrompa il samsara, il ciclo di morte e rinascita, fondamento in un certo senso della nostra religione. La resurrezione è la base del nostro credo, esattamente quanto gli hindu vogliono evitare.

Dashashwamedh Ghat e Ganga Aarti

Proseguendo i ghat cambiano di nome ogni 30/50 metri, s’incontrano altari un po’ ovunque, mentre una leggera foschia in certi punti apparenta il Gange e il cielo nello stesso colore. I sadhu vestiti d’arancio se ne stanno seduti a gambe incrociate, magri, con le loro capigliature disordinate. Qualche giovane occidentale cerca di imitare i sadhu nel vestiario e nella pettinatura, anche se potremmo più facilmente accostarli a degli hippy. I ghat si susseguono, sempre diversi nello stile, con gente che prega, altri che si bagnano nel fiume o nelle pozze adatte alle persone più anziane, chi passeggia e chi cerca di vendere qualcosa. Arriviamo finalmente al Dashashwamedh Ghat, punto dove ogni sera al momento del tramonto ha luogo la celebrazione del Ganga Aarti, con la quale si rende omaggio al grande quanto sacro fiume. C’è già parecchia gente e alcuni posti seduti sono riservati a chi ha prenotato per tempo e pagato, prendiamo posto sui gradoni e qualche minuto dopo le 18 i celebranti compiono il rituale. Ci sono migliaia di persone sistemate in tutti i modi un po’ ovunque, molti turisti indiani, anche se sarebbe più giusto chiamarli pellegrini; non si può assolutamente parlare di un evento trappola per vacanzieri. A fianco di un ceto mediamente abbiente, ci sono fedeli di ogni classe sociale, che arrivano su treni stipati all’inverosimile, mangiano qualcosa presso i banchetti degli street food e se ne ritornano con modica spesa. C’è addirittura uno schermo gigante che consente di seguire meglio le scene che hanno luogo di fronte al fiume. La partecipazione è molta, sentita; per parecchi di essi trovarsi a Varanasi, la città santa, costituisce il coronamento di un sogno. Alcuni ragazzi passano con un vassoio dentro il quale si trova la polvere da fissare al centro della fronte, il cosiddetto terzo occhio. Tutto segue un piano preordinato che si ripete quotidianamente, sempre con molta gente e sempre con intensità. Pur non capendo quello che si dice e non essendo fedeli di questa religione non si può restare insensibili di fronte a quanto accade intorno a noi, la spiritualità ha il sopravvento e l’aura presente sopra di noi sembra provenire da una dimensione superiore. Senza giudizio e senza pregiudizio.

Quando manca poco alle 19 decidiamo di avviarci verso la città per evitare la calca di quando la cerimonia avrà termine di lì a poco e tutti si avvieranno a uscire. Cerchiamo un tuk tuk, in mezz’ora siamo in hotel e da qui a cena in un ristorante a poche centinaia di metri che ci è stato consigliato.

Caratteristica delle città sante è la presenza di indigenti e sporcizia, quelli che noi chiameremmo sbandati. Si tratta tuttavia di gente mansueta, che chiede qualche moneta per portare avanti una vita stentata. Il punto di partenza è semplicemente diverso e non riusciremo a capire se questa disarmante semplicità abbia un’origine soggettiva oppure oggettiva. Detto in altri termini, sono finiti lì per necessità o si tratta di un senso interiore di distacco dalla vita terrena, di indifferenza o abbandono anche rispetto al proprio corpo? A ogni altra latitudine avrei avuto una risposta, in India no!

Il tutto in un contesto pacifico, non si ha mai l’impressione di sentirsi in pericolo, anche di fronte a tanta miseria e a tante persone.

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.