Giorno 6

Ranakpur e Udaipur

Sontuosità mistica nel tempio giainista di Ranakpur e Udaipur, la nobile città lacustre

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Ranakpur e Udaipur

Il volto urbano di Ranakpur

A completare la visita di Jodhpur manca ancora il quartiere a “luci blu”, particolarmente bello sotto la luce del sole mattutino. Colmiamo la lacuna grazie a un tuk tuk che s’insinua fra le strette vie centrali e si ferma nel quartiere delle case dipinte di un blu intenso, quasi illuminante quando toccate dal sole. Le paretisi riflettono l’una sull’altra, ripide e proiettate verso un cielo di poco più chiaro ma sempre risplendente della stessa tonalità. Sembra che i bramini di un tempo abbiano pensato agli amanti della fotografia di oggi, anche se stando a quanto ci dice l’autista del tuk tuk i giovani cercano di staccarsi dalla tradizione e c’è il rischio che in futuro Jodhpur sia un po’ meno blu.

A quest’ora le viuzze sono relativamente tranquille, spazzate da donne che raccolgono l’immondizia in mucchi distanti una ventina di metri l’uno dall’altro, nella speranza che non arrivi qualche cane o mucca a buttare tutto all’aria. A seguire arriveranno altre figure umane a raccogliere la stessa immondizia in un cesto largo mezzo metro e profondo appena una decina di centimetri e a forza di braccia depositeranno il carico su un carro trainato da trattore. È il lavoro dei dalit, gli intoccabili, indegni perfino di appartenere a una casta e costretti a fare i lavori più umili. In realtà almeno la raccolta dell’immondizia è stata regolamentata ed è diventata un’attività rispettata in quanto utile e pertanto retribuita in modo abbastanza equo; in effetti dopo che sono passati i netturbini le vie assumono una parvenza decente, almeno fino a quando inizia la nuova giornata. Il lavoro con la ramazza è in gran parte appannaggio delle donne, ma non è raro vedere bambini che rovistano alla ricerca di qualcosa di utile. Lungo il ritorno il quartiere inizia ad animarsi e il tempo di percorrenza aumenta a causa degli incroci con altri mezzi. Sono ormai le 9, i negozianti stanno tirando su le serrande, qualcuno ha già messo frutta e verdura sui banchi: un nuovo giorno inizia a Jodhpur. Alcuni cani se ne stanno appollaiati sulle selle di moto parcheggiate oziano tranquilli.

Fauna locale

Uscendo ci imbattiamo in crocicchi di persone in piedi, ferme ad un incrocio: si tratta di disoccupati che vivono in campagna in attesa di trovare un lavoro a giornata. L’autostrada in direzione sud diventa a due corsie su due carreggiate, è trafficata di ogni mezzo che la fantasia possa immaginare, a un certo punto ci fermiamo in prossimità di un villaggio per visitare un sito particolare.

Si tratta di un tempio improvvisato, originato da un fatto relativamente recente e del quale è meglio non indagare su quali ruoli giochino realtà, fantasia, misticismo e leggenda. Si narra che 36 anni fa un uomo percorresse la strada in moto in evidente stato di ebbrezza, ebbe un incidente e morì. Il corpo venne recuperato e cremato, mentre il mezzo venne portato alla più vicina stazione di polizia, non sapendo che altro farne. Sembra che per ben 5 volte la moto sia tornata non si sa come sul luogo dell’incidente dopo che veniva riportata alla stazione di polizia. Di fronte a tanto “miracolo”, si decise di lasciarla nel punto dove si era separata dal suo conducente e qui venne eretto un tempio all’aperto, creando un mito. Attraversiamo la strada e vediamo effettivamente la moto con la ruota anteriore sgonfia, racchiusa e protetta da lastre di plastica trasparente, foto dello sventurato (che si era sposato pochi giorni prima) e altari con corone di fiori, fuoco sacro, offerte in rupie e semenze, con un guru seduto ad amministrare e guidare le puja. La gente porta del whisky proprio per celebrare l’accaduto, quasi si trattasse di un santo; ci viene detto che in alcuni anni arrivava anche uno o due milioni di pellegrini, tanto è diventato famoso il sito. Solo in India si arriva a tanto: quello che alle nostre latitudini viene considerata follia qui è fede, e come tale va rispettata. È possibile che esista reciprocità di sentimento rispetto alle nostre abitudini e riti.

Si susseguono industrie chimiche e tessili, quindi campi di grano che verrà tagliato entro marzo, prima del caldo dei mesi successivi e del monsone che arriva a giugno. Dopo qualche decina di chilometri usciamo dall’autostrada e su strade che alternano campagna e villaggi raggiungiamo Ranakpur. Prima siamo però protagonisti di un simpatico siparietto: proprio in prossimità di un centro abitato ha luogo l’ennesimo matrimonio con musica a tutto volume sparata da un camion sul quale hanno sistemato casse enormi, altrimenti denominati “deejay on the road”. Ci fermiamo per fare un paio di foto e congratularci con gli sposi, quando gli invitati ci coinvolgono in balli improvvisati ed una serie di foto con sposi, parenti e invitati tutti. Si tratta di una scena simpatica e molto gradita, probabilmente gli stranieri in transito non sono molti ma è indiscutibile la semplice cordialità di questa gente. Un’accoglienza disinteressata, volta a condividere il momento di felicità dando alla festa un tono esotico, immedesimato dalla nostra presenza.

La prossima fermata è di stampo diverso: avverrà nel cortile di una casa di campagna dove un’anziana signora fa girare uno stanco bue intorno alla pressa del sesamo, da cui ne ricava il pregiato olio; ancor di più questo, che è interamente artigianale e ne apprezziamo la spremitura in diretta. A seguire mette i semi così spremuti in una tinozza, aggiunge zucchero in abbondanza e ne ricava una sorta di dessert. La primitività della lavorazione si mescola bene con il sapore del prodotto finito.

Siamo in una zona dove l’acqua non manca e ci sono diverse fattorie, anche perché da giugno a settembre c’è l’epoca monsonica, scende moltissima acqua che viene convogliata in laghi o invasi, oltre all’abbondanza presente nel sottosuolo. Sarà sufficiente per tutto l’anno al fine d’irrigare cereali (grano e orzo), sesamo, ecc. Questo è tuttavia un periodo tranquillo dove chi può prende ferie ed è pertanto epoca propizia per i matrimoni. Entro marzo viene poi mietuto il grano e si moltiplicano i lavori in campagna.

A un certo punto l’autista decide che è ora di fare una pausa e noi assecondiamo l’idea: ci fermiamo presso un chioschetto all’incrocio di due strade di campagna, su una panchina siedono alcuni personaggi, uno dei quali ci viene descritto come un proprietario terriero con molteplici interessi: tutti condividono la stessa semplicità e riusciamo a scambiare qualche parola tramite l’autista, il quale stenta a capirli interamente in quanto il dialetto è già diverso pur trovandoci solo a qualche centinaio di chilometri da Delhi, segno evidente di come l’India sia linguisticamente un arcipelago. Beviamo un masala chai dentro bicchieri di terracotta e rimaniamo esterrefatti quando scopriamo che una volta usati vanno buttati via come noi usiamo fare con quelli di plastica; sembra uno spreco ma forse è più ecologico che usare materiali sintetici. Nel frattempo vediamo la vita che scorre in un contesto di tranquillità agreste e apparentemente senza tempo. Sono queste le cose che fanno la differenza in un viaggio, poter osservare prima ancora di vedere.

Ogni tanto nei villaggi si vedono cinghiali camminare con la mamma in testa e quattro o cinque piccoli in fila indiana (è proprio il caso di dirlo) che seguono.

Vista esterna di un grande complesso di tempio in pietra con scale che conducono all'ingresso.

Tornando al programma di siti da visitare e passando al sacro dei templi giainisti, Ranakpursorge in una zona relativamente fresca, verde e distante da grandi città. L’ideale per farci sorgere un complesso monastico. Dobbiamo togliere scarpe e calze, oltre a pagare un extra per l’uso della macchina fotografica, ma alla fine ne varrà la pena. Purtroppo ci sono alcune comitive che pur non urlando finiscono per limitare il silenzio che un sito di tale portata richiederebbe. Anche qui tramite l’audioguida riusciamo ad avere risposta a molti dei nostri perché: intanto facciamo luce su chi sono i giainisti, i cinque principi che li guidano, il fatto che non abbiano un vero Dio (né in forma materiale né in forma spirituale); credono negli insegnamenti dei 33 tirthankara che nei secoli hanno plasmato questa religione, coeva del buddhismo e pertanto antica di 2500 anni. È nata e si è sviluppata in questa zona, nel Gujarat per la precisione e conta una dozzina di milioni di adepti; la stessa mamma di Gandhi era giainista. Aspirano al nirvana che si raggiunge non tanto tramite l’ascetismo quanto per mezzo della non violenza, l’atteggiamento di attenzione e aiuto verso gli altri esseri viventi e le opere buone. C’è anche un gruppo di donne vestite di bianco, sembrano delle suore, hanno la mascherina non tanto per ragioni legate all’igiene quanto per evitare di inghiottire degli insetti: ogni forma di vita è sacra e dev’essere tutelata. Va da sé che sono vegetariani.

Uscendo, la strada s’inerpica tortuosamente su per le colline, in un ambiente reso secco dalla stagione e dalla temperatura moderatamente calda. Ci dicono essere una zona dove vivono molti leopardi, ma vediamo solo tante scimmie che dovrebbero rappresentare la loro dieta preferita. Il percorso attraversa il villaggio di Sayra dove la popolazione ha una pigmentazione più scura, quasi nera. Estendendosi su un’area vasta e poco densamente abitata, una volta all’anno viene indetta una festa dove i ragazzi di 13/14 anni trovano un partner e se ne vanno a vivere per conto loro per un anno lontano dai rispettivi nuclei famigliari. L’anno successivo rientrano e vengono reintegrati nel contesto sociale del paese. Pare che la formula sia volta a provare e solidificare le relazioni coniugali. Va tenuto conto che in tutto il Paese esistono stridenti asimmetrie fra i due sessi, pertanto l’equilibrio familiare è un concetto che va inteso in modo elastico e diverso che altrove.

Tramonto a Ranakpur

Siamo in marcia alla volta di Udaipur, la meta che visiteremo fra stasera e domattina, e raggiungeremo con ultimo bel tratto di autostrada. Una città terribilmente trafficata, ma non abbiamo ancora visto tutto dell’India. Si trova in luogo incantevole sulle sponde del lago Pichola, sulla cui riva orientale si affaccia lo splendido City Palace e altri edifici interessanti. Sull’isola antistante sembra galleggiare un palazzo (oggi adibito a hotel) che proietta la luce bianca delle sue mura sull’acqua. Sembra quasi essere una località di villeggiatura, invece era la piccola capitale di un regno rajput indipendente. Facciamo una passeggiata nella parte nobile adagiata sulla collina prospicente il lago, rimandando la visita del palazzo a domattina; a seguire andiamo a goderci il tramontoin un punto tranquillo sulle sue sponde. Meno tranquillo arrivarci dal momento che un pullman crea un ingorgo, tanto che procederemo a piedi per l’ultimo breve tratto: lo spettacolo offerto sul momento da tuk tuk, moto e auto che cercano d’insinuarsi ovunque sia possibile desta un interesse quasi pari a quello del tramonto; ad ogni buon conto scegliamo il senso di pace di quest’ultimo. La giornata è stata intensa ma stasera vogliamo concederci una cena come si deve in un ristorante tipico a bordo dell’acqua con vista sugli edifici storici splendidamente illuminati. La qualità delle portate sostanzialmente è la stessa di altre volte ma il prezzo risulta raddoppiato grazie al privilegio derivante dalla posizione. Spenderemo comunque il corrispondente di 13€/cad., non esattamente un capitale. Unico neo è che non hanno il masala chai, ormai diventato una droga a cui facciamo ricorso in ogni occasione possibile. Giunti in hotel con il tuk tuk che ci ha atteso fuori mentre cenavamo (imbarazzante ma si usa così) ripercorriamo un tratto a ritroso mentre il traffico inizia a scemare e ci concediamo la bevanda in un localino semplice ma dove gusteremo uno dei tè più buoni del viaggio.

IT

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