Giorno 7

Udaipur, Ajmer, Pushkar

Il City Palace di Udaipur, il tempio giainista di Ajmer e la città santa di Pushkar

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Udaipur, Ajmer, Pushkar

Mattina a Udaipur

Colazione sulla terrazza al quarto piano dell’hotel. Prima che la città si svegli prendiamo un tuk tuk nuovo fiammante e ci facciamo portare in riva al lago, dove il sole è sorto da poco e regala fantastiche immagini fruibili dal ponte pedonale, tanto che ci sono diverse coppie di sposi intente a ritrarsi nelle foto ufficiali. Vediamo l’haveli solo da fuori, nelle cui vicinanze si trova ilJagdish Temple misticamente frequentato dai fedeli; all’interno un gruppo intona dei mantra accompagnati dal suono dei tamburi. Corone di fiori bianchi e arancionidiffondono un profumo discreto che diventa una musica per gli occhi. Donne alla base della scalinata vendono fiori e frutta da offrire sugli altari. La lavorazione esterna del tempio è una fine cesellatura come già visto altrove, nel complesso decisamente meritevole.

L’istinto dell’inganno probabilmente non appartiene al modo di essere degli indiani, ma l’idea di attirare a sé i clienti in qualsiasi modo talvolta rischia di essere irritante, oppure divertente a seconda di come la si interpreti. In due occasioni a distanza di pochi minuti incontriamo dei signori anziani i quali forniscono qualche informazione sui monumenti che ci si parano dinanzi, senza esserne richiesti, e specificando che non sono guide bensì dei bramini; dopo aver scoperto che siamo italiani, in una sorta di identico copione ci viene detto che tra una settimana andranno a Perugia per un incontro interreligioso di pace. Casualmente hanno una piccola galleria d’arte dove dipingono a tempo perso, ci tengono a farcela vedere e non disdegnerebbero se comprassimo qualcosa. Ovviamente dopo due giorni nel Paese abbiamo già sufficienti anticorpi per discernere chi vuole fare affari da chi ci approccia con fini non interessati; anche perché spiace trattare con indifferenza le persone che si avvicinano solo per chiedere di farsi una foto con noi. Entrambe sono esperienze simpatiche e pittoresche ma vanno trattate in forma diversa.

A poche decine di metri si trova la porta settentrionale del City Palace, che nel frattempo ha aperto i battenti e possiamo accedere alle nobili stanze. Rispetto ad altri monumenti storici visti nei giorni scorsi a Udaipur c’è il vantaggio del panorama esterno, così che ogni finestra sembra la cornice di un quadro sublime, verde e azzurro. La struttura è comunque interessante anche nei contenuti: le stanze sontuose con specchi, ceramiche simili allo stile di Delft con immagini che richiamano il nostro mondo e vetrate multicolori che lasciano cadere ombre cromatiche sul pavimento; si aprono ogni tanto dei giardini detti Bagh (esattamente come in persiano!) o piazzali interni con gli intarsi nelle finestre che consentivano alle donne di vedere senza essere viste. Al termine, rientriamo e ci incontriamo con l’autista all’ingresso meridionale, pronti per riprendere il viaggio in direzione nord est.

Campi di opium in un campo agricolo in India sotto il sole.

Imbocchiamo una strada ad alta velocità, più lunga della statale ma più breve. Ad un certo punto vediamo dei campi di coltivazione dell’oppio; all’insegna del tutto qui è semplice, parcheggiamo su un lato dell’autostrada e scendiamo per fare conoscenza con il contadino che sta sorvegliando l’irrigazione. Con disinteressata gentilezza ci spiega come avvengano la coltivazione e la raccolta: le piante di questa variante di papavero bianco sono annuali e giungono a maturazione proprio in questo periodo. Quando perdono i petali il calice viene inciso con due tagli longitudinali, da qui cola un latte nerastro che solidifica e il giorno successivo viene raccolto. L’operazione si ripetute a intervalli regolari in modo da fare una quindicina d’incisioni. . Il papavero viene seminato in dicembre e tra febbraio e marzo avviene la raccolta, quindi a breve il raccolto è finito in quanto le piante hanno esaurito il loro ciclo. Proviamo ad assaggiare il liquido ma non ne ricaviamo alcun effetto stupefacente (anche per l’esigua quantità) se non un disgustoso sapore di amaro. Le coltivazioni sono ovviamente autorizzate; il titolare possiede una concessione e per una data superficie deve consegnare 8 kg di prodotto finito allo Stato al prezzo politico di 500 Rs/kg onde mantenere il diritto; nel caso non ne producesse abbastanza deve acquistarlo da altri. L’uso dell’oppio da parte dello Stato è destinato a trattamenti medicinali, mentre l’azienda può vendere l’eccedenza come meglio crede (il cui prezzo si aggira sui 2.100€/kg) ma la realtà è che ne rimane ben poco e il rischio di non arrivare al minimo da garantire è alto nelle stagioni in cui le condizioni meteo non accompagnano. Viene anche usato come medicamento per curare diarrea e altre disfunzioni sui bambini. I ricchi lo comprano a prezzo molto elevato come droga, ma la gente usa consumarlo durante le feste di matrimonio: in tali casi viene mischiato con acqua e colato per essere fumato nel narghilè. Vicino al campo ci sono anche due giacigli dove i guardiani trascorrono la notte al fine di evitare intrusioni di ladri, interessati alla rivendita o al consumo della preziosa sostanza.

Il volto urbano di Udaipur

Ajmer fa più di mezzo milioni di abitanti ed è una città caotica, nella quale è meglio transitare, vedere il minimo indispensabile e fuggire verso lidi più tranquilli. Ognuno si muove come può compatibilmente con gli stretti spazi che il traffico lascia liberi e i 5 ragazzi sul motorino costituiscono un’immagine simbolo. Va comunque visitato il tempio giainista, il Nasiyan Temple: in realtà la zona adibita al culto è fruibile solo dai fedeli di questa religione, ma c’è un enorme salone su due piani dove si possono ammirare plastici di costruzioni in grande scala, come la montagna del Kailash o palazzi. Inoltre vi sono elefanti e altri animali allegoriciprobabilmente usati in passato per processioni religiose. Il tutto è ricco nei dettagli quanto nei materiali usati, fra i quali risaltano inestimabili quantità d’oro e pietre preziose.

Pur essendo regione sostanzialmente pianeggiante, una collina separa Ajmer da Pushkar, che viene superata salendo ad un colle panoramico da quale si vede Ajmer adagiata sul fondo insieme al suo lago.

Pushkar è totalmente differente: città santa dove giungono folle di pellegrini per fare le abluzioni nelle sacre acque del lago omonimo, con i gradoni dei 52 ghat che ne disegnano la circonferenza e lo fanno a sembrare il catino di uno stadio. È ormai tardo pomeriggio, è il momento più opportuno per raggiungere il sunset point e godere dello spettacolo sempre uguale ma sempre diverso del sole che sparisce dall’orizzonte; questa volta lo scenario non è più il deserto ma il lago stesso con i fedeli che vi si immergono. Un gruppetto sull’altro lato suona sui tipici tamburi e canta dei mantra, una mucca indugia sui gradoni lasciando qualche traccia del suo passaggio, insieme a cani in cerca di cibo; qualche vecchia avvolta in un sari sgargiante fissa l’orizzonte, altre cercano di vendere bigiotteria o mendicano una moneta. Immagini diventate ormai abituali e che forse sorprenderebbe se non ci fossero.

A cena scopriamo che trovandoci in una città sacra non si può bere birra e non si mangia carne: rinunciamo alla solita Kingfisher e ci godiamo un’ottima cena vegetariana che culmina in uno squisito dessert a base di crema pasticcera e frutta fresca senza particolari traumi. È curioso come pochi chilometri fuori città si possa invece consumare tranquillamente in abbondanza ogni genere di alcolico. Quando è ora di andare a dormire si scatena un temporale che almeno avrà modo di ripulire per qualche ora le strade; la temperatura è fresca, la notte scende sulla città sacra di Pushkar.

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