Giorno 5
Jodhpur
Paesaggi del Rajasthan e Jodhpur (la città blu), col suo forte e l’animato centro urbano
Mattina a Jodhpur
Colazione e si rientra a Jaisalmer (anche perché non esistono altre vie) per proseguire verso Jodhpur, la nostra seconda meta in Rajasthan. La strada ad unica carreggiata corre dritta e poco trafficata. In periferia si susseguono senza interruzione caserme e campi d’esercitazione a perdita d’occhio; c’è perfino un museo militare a supporto dell’orgoglio nazionale, sarebbe interessante visitarlo ma manca il tempo. La propaganda è presente in vari punti e tende a rendere più leggera la militarizzazione di questa che in qualche modo rappresenta una zona di frontiera, stante l’assenza di barriere naturali che la separino dal Pakistan. Incontriamo diversi camion con a bordo carri armati in direzione ovest, cioè del confine; vogliamo sperare si tratti di esercitazione e non di nuove ostilità.
Si aprono ampie distese verdi che scopriamo essere per la produzione di olio di senape, del quali il Rajasthan è il primo produttore nazionale, oltre a quella di lenticchie. A fare da contraltare, in una cittadina divisa in due dalla strada di collegamento vediamo vetture allestite per una festa di matrimonio.
La distanza è significativa per le trafficate strade indiane, intasate come sempre da moto, tuk tuk, animali e uomini, ma arriviamo nel primo pomeriggio perfettamente in tempo per visitare l’imponente forte di Mehrangarh. Pur avendo la stessa struttura in cima ad una collina circondata da pianura, si distingue dal precedente di Jaisalmer per le maggiori attitudini difensive, con caratteristiche militari imponenti e alte mura che nel passato avranno scoraggiato non pochi eserciti alla sola vista. Poco dopo l’ultima porta d’accesso sul lato sinistro un’immagine con stampi di mani femminili ci ricorda il sati delle mogli dei maharaja, le quali lasciavano così il loro ricordo prima di immolarsi sulla pira del marito defunto. Quella delle vedove è stata e per certi aspetti rimane una condizione molto triste; al dolore di aver perso il proprio caro e sovente anche la fonte di sostentamento, devono subire un vero e proprio ostracismo sociale che in passato raggiungeva il gesto estremo, e in qualche caso è ancora così. Il forte è decisamente interessante per la ricchezza d’interni, grazie all’audioguida riusciamo a dare molte risposte ai nostri perché. Dall’alto c’è modo di ammirare le macchie blu di case situate nella vecchia Jodhpur, quelle che appartenevano alla casta dei bramini e che sono diventate un simbolo al punto che la città viene anche chiamata Blue City. Nel forte, che non definiremmo più romanticamente castello, viveva il maharaja, il quale è ancora proprietario del maniero e ne esercita i diritti per farlo visitare ai turisti traendone profitto. Insieme al maharaja vivevano anche i rajput, la classe guerriera e consulente del regnante. Il forte non è mai stato conquistato, nel 1808 c’è stata una battaglia con Jaipur in una sorta di guerra di Troia moderna e spostata in India: pare che il maharaja di Udaipur avesse concesso la mano della figlia al maharaja di Jaipur, il quale morì e la donna non venne data in sposa al successivo, bensì a Jodhpur. L’assedio non ebbe successo e le armate di Jaipur fecero ritorno nella loro città. Interessante vedere come l’ultima porta avesse degli spuntoni onde impedire agli elefanti di abbatterla. A differenza di Jaisalmer non esistono abitazioni popolari, la struttura pare essenzialmente destinata alla residenza nobiliare e a un ruolo di difesa.
Viene fatto notare che le donne rivestivano dei ruoli piuttosto importanti, per esempio quando c’erano riunioni con esponenti estranei e si dovevano prendere decisioni importanti nella sala adibita c’erano cinque nicchie all’interno delle quali vi si trovavano altrettante donne nascoste dietro una tenda. In questo modo potevano ascoltare senza essere viste e fornire dettagli preziosi circa la riunione stessa. C’era poi un’area della fortezza dedicata esclusivamente alle donne, le quali erano servite solo da eunuchi; ma all’interno di questa ala c’erano anche persone che andavano e venivano. Non si trattava di recluse, avevano rapporti con donne provenienti dall’esterno ma non disponevano di totale libertà d’azione.
Il volto urbano di Jodhpur
L’approvvigionamento idrico risulta invece un problema nel forte: leggenda vuole che quando il re Joda (dal quale la città prende il nome) ebbe identificato il luogo per costruirvi il forte si trovò nella condizione di scacciare un eremita che in quel punto aveva la sua dimora; al momento di andarsene questi lanciò un anatema dicendo che in quella zona non ci sarebbe stata acqua; per porre termine alla disdetta si sarebbe dovuto immolare qualcuno, uno degli uomini di Joda si offerse volontario per farsi murare vivo e tutto ebbe fine.
L’attuale maharaja vive in una villa / castello fuori città, in parte visitabile come museo e in parte adibita a Grand Hotel.
Sosta a Clock Tower
Il nostro hotel invece si trova in centro ed è un haveli, ovvero una storica dimora borghese, comoda per fare due passi verso le bellezze storiche; meno comodo sarà districarsi lungo la strada e non essere investiti mentre si cammina o si guardano le interessanti attività svolte dagli artigiani. Quella che potrebbe configurarsi come la piazza centrale vede al centro la Clock Tower e tutt’intorno banchi di verdura, bazar delle stoffe, un bel lago artificiale che serve come scorta d’acqua e un bar dove gusteremo il miglior lassi (bevanda a base di yogurt) di tutto il viaggio. È anche la città giusta per acquistare le spezie: un coinvolgente negoziante ci spiega le caratteristiche dei prodotti, ma è ancora più interessante vedere la sua persuasiva tecnica di vendita, tendente a convincere il cliente a portarsi via quanto più possibile. Ormai si è fatto buio, alcuni banchi offrono street food appetitosi e – forti del via libera del nostro autista – ci fidiamo a mangiare quanto altrove avremmo diffidato: un problema digestivo metterebbe a repentaglio il viaggio, in questo caso sarà una delizia per gli occhi, le papille ed infine anche per lo stomaco. Assaggiamo il Dosa, piatto tipico dell’India del sud e un intingolo a base di pomodoro. La spesa? Un paio di euro a testa in tutto.
In città vediamo molte donne islamiche vestite con la classica tunica nera il niqāb a lasciar solo trasparire gli occhi. Pare esista una buona convivenza fra le due comunità anche se le differenze sono palesi a partire dai vestiti delle donne. Anche i negozi sono marchiati con la mezzaluna piuttosto che con la svastica a significare l’appartenenza del proprietario.
L’hotel offre un terrazzo con vista e ne approfittiamo per qualche foto in notturna per chiudere la giornata.
IT
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