Giorno 11

Agra, il Taj Mahal

In Taj Mahl, una delle meraviglie del mondo – Gwalior e Orchha nel Madhya Pradesh

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Agra, il Taj Mahal

Arrivo a Taj Mahal

Oggi è il grande giorno, anche se ha rischiato di partire male. Alle 6 abbiamo appuntamento con l’autista che ci porta al poco distante punto dal quale un trenino elettrico ci consentirà di arrivare all’ingresso. Nonostante l’ora c’è già parecchio movimento, per questa che viene considerata una delle meraviglie del mondo. Ieri sera abbiamo cercato di acquistare il biglietto online ma non è stato possibile, però sappiamo non esserci problemi se ci muoviamo per tempo. Ci accodiamo alla lunga fila in attesa che l’ingresso apra i battenti (previsto all’alba) salvo poi avvederci che siamo nella coda di quelli che hanno già il biglietto per entrare, non in quella per acquistarli. Realizziamo che dobbiamo farne un’altra, ci dividiamo per mantenere la posizione e dopo un andirivieni (sebbene il biglietto costi l’equivalente di 15€ accettano solo contanti) siamo pronti ad entrare senza aver perso tempo prezioso. I controlli sono accurati e ci vengono perfino sequestrate le caramelle alla menta in quanto nel complesso non si può portare cibo. Un cortile con edifici e un portale imponente e finalmente siamo al cospetto del Taj Mahal; quando entriamo nel cortile compare innanzi a noi nella sua opalescente maestosità, con qualche raggio più caldo proveniente dal sole che sorge: una perla tanto nel colore che nella sostanza. Stento a credere interamente alla leggenda romantica del moghul Shah Jahan, che lo vuole disperato per la morte della moglie avvenuta in occasione del su 14° parto, sarebbe sostanzialmente impazzito e a suo ricordo avrebbe fatto costruire il mausoleo. Vero è che si tratta di una costruzione in marmo imponente, il sole nascente le conferisce una brillantezza destinata a perdersi nel momento in cui sale e assume una colorazione più giallastra. Il basamento la solleva in modo che l’unico sfondo sia il cielo. Dietro c’è il fiume Yamuna e un parco pertanto lo sguardo può concentrarsi indisturbato sull’edificio e le sue cupole. Due moschee rosse in arenaria fanno da damigelle, rimanendo a rispettosa distanza dalla mole dell’edificio principale. La folla riesce a malapena a scalfirne il fascino, gli splendidi giardini antistanti contribuiscono a rendere profondità, incrementata dai placidi laghetti nei quali si specchia il Taj. Ancora adesso che siamo nel XXI secolo la mole incute rispetto, vi è da domandarsi cosa potesse commentare chi lo vedeva nei secoli scorsi, considerando che è stato costruito a metà del ‘600. Facciamo la coda per entrare all’interno sfilando in senso orario intorno al luogo dove riposa la sfortunata moglie del moghul e suo marito che la raggiunse 8 anni dopo, e dove non è possibile scattare foto; i marmi sono di pregio ma colpisce la loro semplicità, soprattutto se si considera il contesto nazionale dove le lavorazioni sono solitamente ricche. Uscendo ammiriamo le pareti sempre in marmo con un monocolore perla, interrotto soltanto da disegni geometrici in pietre semipreziose. Vediamo la parte posteriore a distanza dove spiccano i 4 minareti aggettanti verso l’esterno (probabilmente per evitare che cadessero sul mausoleo in caso di terremoto) e dove scorre il sacro fiume Yamuna che arriva qui dopo aver attraversato Delhi e prima di immettersi nel Gange ad Allahabad. Ripercorriamo a ritroso il giardino fiorito e usciamo dalla porta in cui siamo entrati. Alcune innocue velature scorrono in cielo e tolgono brillantezza al mausoleo ma ormai la visita è in tasca; stesso trenino elettrico gommato, una passeggiata fino all’hotel e all’alba delle 9 si fa colazione. Una nota di colore (scuro): gli stranieri pagano 1.300 Rs (ca. 15€) mentre i locali appena 20 Rs (0,20€).

Il Taj Mahal è visibile al tramonto sopra i dintorni.

Forte Rosso

In uscita da Agra ci accontentiamo di fare due foto al Forte Rosso dall’esterno.

In periferia i banchetti sono ormai pronti, la gente si accalca e il traffico impazzisce; niente di nuovo sotto questo aspetto. Lungo la strada un ragazzo è steso per terra immobile per un incidente in moto; l’ambulanza sta arrivando a sirene spiegate in senso contrario, speriamo serva a qualcosa.

Un centinaio di km a sud di Agra si trova il confine fra Rajasthan e Madhya Pradesh. Dalle parti di Dholpur, nella zona del ponte sul Chambai river fino a 20 anni fa c’erano bande dijorma di 25 persone che rubavano e rapivano per poi sparire nel fitto di una

giungla che qui è molto vasta. Le forze dell’ordine non ebbero modo di prevalere con le cattive, alla fine riuscirono a trovare dei compromessi per consentire a questa gente di vivere in condizioni decenti ma in un contesto di legalità, senza più dover rubare e agire come dei Robin Hood in versione indiana. Parallelamente è legata la storia di Phoolan Devi, quella di una ragazzina mai stata tale, venduta dal padre a 11 anni e vissuta fra violenze e angherie maschili di ogni genere. Divenne comandante di un gruppo clandestino dove lei venne chiamata Bandi Queen; insieme alle razzie per sopravvivere, Phoolan si vendicò e vendicò le donne vittime di soprusi. Patteggiò la resa, venne imprigionata dove subì ulteriori angherie, ottenne la libertà e fu paladina delle classi più povere tanto da diventare membro del parlamento sebbene appartenesse alla casta più bassa. Quella che sembrava una storia a lieto fine si concluse invece con il suo assassinio, perpetrato da un membro della famiglia di uno dei violentatori che lei aveva ucciso.

Pranziamo in un ristorante sikh dove l’atmosfera è particolare; si trova lungo la superstrada ed è diviso in due: un ristorante vero e proprio e una sorta di refettorio con servizi vari per i camionisti di passaggio che qui possono anche dormire. All’interno veniamo guardati con occhi grandi dai commensali, quasi ci trovassimo fuori posto ed un po’ lo siamo; non fosse che non indossiamo turbante e veli, ma dopo qualche occhiata ci troviamo a nostro agio, cosa che avviene anche col cibo.

Tradizioni e spiritualità

In generale i sikh sono particolari quanto intelligenti, molto solidali fra di loro ed improntati a schemi di correttezza. Molti fra essi sono autisti di camion. Per loro regole religiose non possono fumare ma possono bere alcolici.

Si va ancora verso sud attraversando grossi corsi d’acqua e altri in secca (i cosiddetti fiumi monsonici) per Gwalior dove visitiamo dall’esterno il forte piastrellato con maioliche azzurre, che nella parte alta vanno a raffigurare tigri, elefanti e alberi, con una strana fila di oche che corre lungo tutta la parte alta del muro. Peccato che molte piastrelle siano scrostate, dovrebbe essere uno spettacolo vederlo restaurato. La vista dal forte si apre sulla città omonima quasi a volerla proteggere, con un bel colpo d’occhio se non si cercano i dettagli della casbah sottostante. Diversi turisti locali vedono la nostra pelle e capelli chiari e ci chiedono di fare una foto insieme, cosa che facciamo con piacere chiedendo di farne una con loro in cambio. Alcune ragazze indossano splendidi sari, tanto da renderle belle anche se non lo sono più di tanto.

Beviamoun succo di canna da zucchero appena macinato, prodotto su un banchetto che schiaccia le canne onde ricavarne il dolcissimo liquido; un’altra valida esperienza di street drink. Vediamo un paio di altri templi (quello cosiddetto della suocera e della figlia) e al fondo della stretta strada di accesso ci sono deiBuddha incisi nella roccia, come quelli che si vedono ancora oggi in Cina o sono stati distrutti in Afghanistan, solo più piccoli. Stentiamo a capire cosa ci facciano in una zona tanto distante dall’influenza buddhista, tanto nel presente che nel passato. Dal momento che questa non è un highlight del turismo internazionale vediamo molti locali e scolaresche in visita con indosso belle divise.

Vediamo un altro castello arroccato sulla cima di una collina, attorniato da un paesino dove la vita scorre tranquilla e, manco a dirlo, c’è un rito matrimoniale in corso: in questo caso gli sposi intingono le dita dentro una ciotola nella quale si trova un liquido colorato e vanno a toccare porte di abitazioni, altari dei templi, come in un saluto, un cordiale cenno d’ingresso della nuova famiglia all’interno della comunità.

Fauna locale

Arriviamo nella zona di Orchha, dove non centriamo l’uscita dall’autostrada, non fosse altro perché non è indicata. Ce ne rendiamo conto un chilometro dopo, facciamo inversione e, con cautela, in contromano sulla corsia di emergenza raggiungiamo l’uscita. Niente rispetto a quando successivamente vedremo un trattore viaggiare tranquillamente in terza corsia anch’esso in contromano. Tutti lo evitano accuratamente senza dire nulla. Vogliamo chiamarla tolleranza per non cercare altri aggettivi.

In una decina di chilometri siamo nel gradevole villaggio di Orchha. Siamo ospitati in un hotel tranquillo, il cui titolare ci accoglie calorosamente e ci offre un tè nel giardino con vista sul castello. Fuori da lì c’è il solito marasma e vi ci buttiamo per vedere le bellezze di questa cittadina, immeritatamente fuori dai grandi circuiti turistici. Siamo nel Madhya Pradesh e l’impressione nei confronti delle persone cambia: ferma restando la correttezza e cordialità della gente, notiamo un generale senso di maggior povertà, fino ai nuclei che vivono di un’economia di sussistenza vendendo qualche oggetto d’uso quotidiano, al cui fianco si trovano umili giacigli. I bambini vagano o in molti casi “gestiscono” il negozio, imparando a conoscere la vita a soli 5 o 6 anni di età. Il Rajasthan visitato nei giorni scorsi è molto più arido e a prima vista potenzialmente più povero, in realtà si percepisce un atteggiamento più nobile, quasi a voler rimarcare una continuità con i rajput. Resta da capire come qui possano vivere nel periodo monsonico; le tende possono al più riparare da una brezza, non certo dalle piogge intense.

Chaturbhuj Temple

Su un’altura, attraversando il ponte, si trovano bei palazzi signorilidove turisti indiani a coppie o in famiglia passeggiano e si fotografano approfittando degli storici sfondi. Sull’altro lato del fiume c’è invece il Ram Raja Temple, che raccoglie intorno a sé sulla piazza antistante quelli che potremmo definire vagabondi: in effetti non riusciamo a capire se siano degli sfaccendati o sadhu che dedicano la loro vita all’ascetismo, forse sono vere entrambe le desunzioni. È gente in età abbastanza avanzata, seduta per terra da solo o in gruppetti che parlano e di tanto in tanto intonano qualche mantra. Il tempio apre alle 19 e lo visiteremo dopo cena; a fianco si trova anche il Chaturbhuj Temple che sembra chiuso. Vediamo anche il Betwa River, ampio e con acque ideali per fare rafting; tutta la zona è verde grazie al lascito dei monsoni e qualche pioggia che scende puntuale fuori stagione per dare continuità alla vegetazione. La cena avviene in un luogo che non è possibile chiamare ristorante. In un edificio vetusto, la stretta scalinata sale al primo piano aperto sulla strada da dove si vede il via vai intenso anche col buio. Il personale sembra essere lì dopo una giornata in miniera e ci sono poche persone sedute ai tavoli. Con delicatezza (più per ragioni d’igiene che per non rovinarlo) prendiamo in mano il menu e ordiniamo. Visto che il piatto tarda ad arrivare butto un occhio già dalla scala interna che dà sulla cucina e mi conto gli anticorpi per assicurarmi di averli proprio tutti. Quando arrivano le portate scopriamo invece di avere di fronte quella che probabilmente sarà la cena migliore di tutto il viaggio. Il Brinjal Masala è una vera delizia; melanzane con delizioso sughetto speziato ma senza essere piccante, in un equilibrio di gusti da premio. Va segnalato che il cibo pronto non esiste, se si ordina qualcosa viene preparato sul momento e l’attesa – peraltro ben ripagata – si aggira normalmente sui 20 minuti.

Nel frattempo il tempio induista ha aperto i battenti e andiamo a visitarne l’interno, dove gruppi di giovani stanno cantando al ritmo dei tradizionali tamburi. Anche l’esterno è ben illuminato, in modo che i colori giallo e arancioni risaltino a contrasto col buio; coppie di sposi si fanno le foto, i soliti sadhu stazionano sulla piazza, vecchie fumano cercando qualche spicciolo mendicato, nell’attesa di addormentarsi in una sorta di samsara quotidiano, dove il giorno insegue la notte sempre nello stesso modo. Ancora un masala chai, ormai diventato un rito e ci ritiriamo.

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