Giorno 6

Kilimanjaro 5 La Vetta!

In cima, sulla Montagna che ha conquistato noi prima che noi conquistassimo Lei da Barafu Camp (4.663 mt) – a Summit (5.896 mt) da Summit (5.896 mt) – a Mweka Camp (3.048 mt)

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Kilimanjaro 5 La Vetta!

Da Barafu a Stella Point

Habitat: Arctic

Verso mezzanotte si parte verso la vetta tra i ghiacciai Rebmann e Ratzel. Si punta a nord-ovest e si sale attraverso pesanti ghiaioni verso Stella Point, sul bordo del cratere. È la parte più impegnativa, mentalmente e fisicamente, di tutto il trekking. A Stella Point, 5.740 metri, ci si ferma per una breve sosta e spesso si viene ricompensati con l’alba più magnifica dell’intera salita. Da qui si può incontrare neve durante l’ultima ora verso la cima. Poi si arriva all’Uhuru Peak, 5.895 metri, il punto più alto del Kilimangiaro e dell’intero continente africano. Dalla vetta si scende direttamente al Mweka Camp, con una sosta a Barafu per il pranzo. Ghette e bastoncini da trekking aiutano molto nella discesa sulla ghiaia sciolta. Il percorso non è tecnicamente difficile e scende tra rocce e detriti, poi nella brughiera e infine nella foresta. Il campo si trova nella parte alta della foresta, dove nel tardo pomeriggio non sono rare nebbia o pioggia.

Uhuru
Uhuru in swahili significa libertà. È un nome che lassù suona perfetto: non solo perché segna il punto più alto dell’Africa, ma perché dopo quella notte di sforzo la vetta assomiglia davvero a una liberazione.

Alle 23:30 suona la sveglia, come da accordi con Joseph, e il primo buongiorno non è esattamente quello che avremmo desiderato. Quando smuovo la tenda per aprirla, un velo di ghiaccio scende giù a ricordarci che fuori non fa certo caldo. Ormai siamo automi che inseguono il proprio destino: trascuriamo il fatto che siamo ben sottozero, che la notte sia appena iniziata e che dobbiamo salire di quasi 1.300 metri partendo già da alta quota. La colazione è abbondante come sempre, ma riteniamo conveniente essere parchi, dal momento che lo stomaco non gradirebbe una sovralimentazione. Un tè con qualcosa di solido va più che bene. La vestizione rappresenta un’altra operazione delicata: partendo dal basso abbiamo una calzamaglia e due paia di calze, tre strati sotto i pantaloni termici, quattro strati per il busto, sottoguanti e guanti, passamontagna e maschera che toglieremo presto, perché rappresenta un ulteriore ostacolo alla già difficile respirazione. A questo punto lo zaino risulta leggero: acqua in abbondanza e pochi vestiti residui. Il controllo dell’ossigeno con il saturimetro anche oggi riporta valori decisamente buoni per la quota, 88, e fornisce un’ulteriore iniezione di fiducia. La macchina funziona.

Se lo zaino non pesa molto, il peso che sentiamo sulle spalle è tutto legato alla responsabilità del momento: due anni di attesa, una serie inconsueta di vicissitudini, allenamenti e fatiche trovano adesso la loro chiave di volta. Tentiamo la vetta e non ci sarà possibilità di appello, diversamente da quanto può avvenire sulle nostre Alpi. Viviamo il momento senza particolare trepidazione, troppo concentrati a radunare quanto ci serve e a cercare di avere con noi la calma necessaria. Il freddo è intenso. Con le frontali usciamo dal sobborgo di campeggio in cui eravamo sistemati, quando è ormai la mezzanotte di sabato sera, nello stesso momento in cui nelle nostre città la gente si gode una pausa dal caldo nel dopocena sul lungomare o in qualche località di montagna. Penso a Bonatti, che quasi invidiava coloro i quali non avevano certe velleità e per questa ragione potevano vivere meglio; ma mi viene immediatamente da pensare che quando saremo lassù nessuno potrà eguagliare la nostra felicità. E allora andiamo. Joseph parte col suo passo, in certi frangenti non esattamente in coerenza con il tanto declamato pole pole, mentre Jackson chiude la piccola comitiva di quattro persone. Superiamo alcune roccette, facili se non fosse che i limiti visivi dati dall’oscurità e i passi lunghi sui massi pesano come macigni. Sorpassiamo in breve altri gruppi che procedono più lentamente o si stanno riposando: l’inizio è buono, ma serve continuare così dal momento che ci attendono quasi 1.300 metri di dislivello dal punto di partenza. Dopo un paio d’ore abbiamo ormai superato quanti sono partiti prima di noi, compresi i bravi catalani con cui abbiamo condiviso emozioni e opinioni nei giorni precedenti. Verso le 3 arriva il momento più critico: la quota si fa sentire sempre più forte, il fisico inizia a patire e la mente sa che manca ancora molto alla meta. In una parola, stanno venendo meno gli appigli psicologici a causa della stanchezza. Le guide usano intelligenza nello stimolarci, facciamo frequenti soste, beviamo acqua calda dal thermos e ripartiamo. La quota fa sì che quando ci si ferma si provi un senso di benessere, ma appena si fa un passo in salita il cuore sembra uscire dalla cassa toracica. E per fortuna i problemi si limitano a questo, senza ulteriori difficoltà di stomaco o di altro genere. Diventa sempre più difficile incedere: lo zig zag che ci avevano descritto è molto più ripido di quanto pensassimo. Del resto, se questa è la via più dura, dovrà pur esserci un perché, anche se è anche quella che offre un acclimatamento migliore. Arriva poi un momento quasi magico, in cui Joseph ci propone di ascoltare musica gospel dal suo smartphone. Le note ci tengono compagnia e distraggono parzialmente la mente dalla fatica; il cielo stellato all’inverosimile sopra di noi completa il quadro di questo sogno, faticoso ma pur sempre sogno. A un certo punto la vetta sembra allontanarsi e con essa il nostro obiettivo: manca ancora molto e la stanchezza è tanta. Ripensando a Aria sottile di Jon Krakauer, sfruttiamo lo stratagemma di contare i passi fino a venti o trenta e poi fermarci a rifiatare; rallentiamo anche il cammino, fermandoci un secondo tra un passo e l’altro. Nonostante tutto, le poche luci di frontali quasi sulla nostra verticale segnano ancora una distanza notevole da Stella Point. Rallentiamo ma non molliamo; le guide sono con noi e ci assecondano sapendo che il tempo è dalla nostra parte, grazie al buon ritmo tenuto fin lì. Ormai ci conoscono e sanno che non demorderemo se non per ragioni molto gravi. Man mano che guardiamo in alto ci sembra che la cresta si avvicini, anche grazie a un minimo di luce che inizia ad apparire a levante. Non senza fatica arriviamo al momento in cui Joseph ci dice che mancano cinque minuti a Stella Point. Verso est le luci dei camminatori lungo la Marangu Route segnano la cresta e diventano sempre più visibili; un grosso cippo è ormai sopra di noi, a pochi metri. Forse è questo il momento in cui realizziamo che l’impresa si sta materializzando: un solo balzo, si fa per dire, in ripida salita quando siamo ormai a 5.750 metri, e compare il solito totem in legno a congratularsi per il nostro arrivo alla congiunzione fra le due vie, a Stella Point.

La cima del Kilimangiaro si staglia contro il cielo all'alba o al tramonto.

Uhuru Peak, il tetto d’Africa

Quale ulteriore spunto di ottimismo giunge il bagliore dietro di noi, a significare l’aurora. Non una qualunque: una mezzaluna orizzontale avanza timidamente a illuminare questa parte del pianeta. Che il Kilimangiaro fosse la vetta più alta del mondo non appartenente a una catena montuosa lo sapevamo, ma eccone la conferma visiva. La sfera terrestre va prendendo colore e offre ulteriore stimolo ad ascendere gli ultimi 250 metri. Fa freddo, c’è la quota, abbiamo 1.000 metri di dislivello nelle gambe percorsi a quest’altitudine, ma ormai il nostro destino appare positivamente segnato. L’ottimismo assume concretezza, rafforzato dal fatto che la salita si svolgerà lungo una cresta ben più morbida di quanto asceso finora. Ogni tanto lo sguardo torna indietro, dove l’oriente assume una luce sempre più vivida, ormai tendente al rossastro. Poco per volta il sole arriva a illuminare i ghiacciai che iniziano a stagliarsi davanti a noi, ad anticipare la cima. Un tratto più ripido, un altro passaggio sul lato destro che dà direttamente sull’enorme caldera evitando alcune rocce, quindi una lieve salita al cui termine s’intravede finalmente il cartello con scritte in giallo su ben fissate assi di legno a segnare il traguardo. Un paio di comitive stanno già scendendo, quasi non ci rendiamo conto di dove siamo e cosa stiamo facendo. Ancora pochi passi ed eccoci a vivere un attimo di eternità, qualcosa di non soltanto agognato, ma vissuto fra il sogno e l’ossessione. Le guide si stringono a noi in un abbraccio meritato e reciproco, che sa di solidarietà e condivisione, al di là degli aspetti meramente professionali. Sì, perché questa salita l’abbiamo fatta in quattro ed è giusto che ci abbracciamo tutti insieme. Difficile pensare, perché troppi pensieri si accavallano in questo momento; approfittiamo di qualche minuto in cui il cartello di vetta è libero per fare le foto di rito, anche con i gagliardetti che indicano dediche a luoghi e amici che teniamo a ricordare proprio qui. Altre comitive arrivano nel frattempo e scattiamo alcune foto di quanto ci sta intorno. Un vuoto mi prende: alla fine sono arrivato in vetta, ho conquistato il niente e il tutto nello stesso momento. Il niente perché sono salito su una montagna come ce ne sono tante altre, il tutto perché avevo giocato il jolly su quest’occasione e alla fine la puntata è risultata vincente. Tanti non capiranno e lo riterranno uno spreco di energie e denaro: non dovendo giustificazioni a nessuno, identifico in questa impresa la volontà di andare avanti e oltre, nonostante difficoltà che in questo caso sono state ben più organizzative che alpinistiche. Mai come in questo momento il detto per aspera ad astra si confà alla situazione. Mi rendo conto adesso che, appena raggiunto il punto culminante del Kilimangiaro, mi ero tolto i guanti per fare foto e tenere i gagliardetti in mano; visto che la temperatura è di una ventina di gradi sottozero, forse conviene rimetterli in fretta. Va bene il calore dato dall’emozione del momento, ma meglio non esagerare.

Un gruppo di persone si trova in cima a una cresta rocciosa con uno sfondo vasto.

La lunga discesa al Mweka Camp

Questa montagna non è poi così diversa dalle altre quanto a dinamica, pertanto ora si tratta di scendere, sapendo che ci attendono 2.800 metri di dislivello fino al Mweka Camp; ma non li temiamo più, ormai abbiamo raggiunto la meta e la fatica non preoccupa, anche perché scendendo le difficoltà legate alla quota si sentono molto meno. Dobbiamo solo stare attenti a non commettere errori dovuti alla stanchezza. Una discesa così lunga dopo una notte di fatica non è esattamente quanto le nostre gambe gradirebbero affrontare. C’è però il bello di osservare il cambiamento di ambiente in funzione della quota. Partiamo dall’arido deserto di alta quota per iniziare a vedere la prima vegetazione bassa, proseguire nella zona della brughiera, dove il verde prende sempre più coraggio, e infine addentrarci per l’ultimo tratto nella foresta, con il terreno umido ormai ricoperto d’erba e alti alberi che garantiscono un’ombra gradevole. Siamo ancora vestiti con tutti gli strati dell’alta quota e, man mano che scendiamo, iniziamo a svestirci, anche se togliere i sottopantaloni richiederebbe tempo e vediamo che le guide hanno interesse a procedere rapidamente. Non senza ragioni, visto che la giornata è ancora lunga e più in basso il meteo pomeridiano è solitamente ricco di precipitazioni. Giunti appena sopra il Barafu ci vengono incontro due dei nostri portatori, con i quali una calorosa stretta di mano suggella l’impresa appena riuscita, anche grazie al loro preziosissimo contributo. Arrivati al Barafu, raccogliamo le congratulazioni del team rimasto in quello che potremmo definire il campo alto, beviamo un succo di frutta con Joseph, ci viene concessa una mezz’ora di riposo e ci addormentiamo all’istante, salvo maledire la sveglia quando ci riporta alla realtà poco dopo. Sistemiamo vestiti e attrezzatura nel borsone, ci diamo una lavata minima e veniamo chiamati per il pranzo quando sono le 10:30. Occorre rimarcare che a Barafu non ci sono sorgenti d’acqua, così come non ce n’è a Karanga: i portatori devono risalire con pesanti secchi sulla testa da un vallone posto proprio sotto quest’ultimo campo, pertanto l’acqua va usata con estrema parsimonia. Appena possibile ripartiamo verso quote più miti. Il fido Jackson imposta il passo di discesa e, dopo poche decine di metri in comune con la salita del giorno precedente, prendiamo il sentiero che conduce a Mweka. Curioso notare come la pendenza sia morbida e il pendio degradi in modo costante, tanto da permettere quasi una linea diritta verso il basso. A un certo punto incontriamo curiose barelle con una sola ruota e un cilindro il cui ruolo dovrebbe essere quello di attutire le asperità del terreno al paziente. Quando le vediamo ci rendiamo conto di quanto sia utile non farsi male sulla montagna. Ci viene anche spiegato che esisteva un soccorso elicotteristico, e le numerose H poste in prossimità dei campi stanno lì a dimostrarlo; l’appalto era stato affidato a una società privata che si è scoperto usasse il permesso più per fini propri e per portare su clienti. Al momento tutto è sospeso e avere un serio infortunio, temiamo, potrebbe costare molto caro al malcapitato. Diciamo che le barelle possono andare bene in caso di fratture o altri problemi agli arti, ma le tempistiche di discesa restano lunghe. Il malcapitato viene legato alla barella e sei persone, tre per lato, pilotano il mezzo sino a dove inizia la strada sterrata e può quindi arrivare un fuoristrada. Il passo è deciso ma non particolarmente veloce e, pur non fermandoci, veniamo sorpassati da portatori e raggiunti da Joseph. Le gambe e tutto il corpo vorrebbero ormai riposarsi; l’adrenalina scende, anche se non ci siamo ancora resi conto fino in fondo di quanto abbiamo fatto. Tutto è avvenuto in una successione talmente rapida che riesce difficile ricostruire la lunga giornata appena trascorsa, e non siamo ancora a metà pomeriggio. Lungo il sentiero c’è movimento di portatori in discesa che vanno a sistemare il campo di Mweka per i clienti; altri salgono per portare viveri a Karanga. Sono gli unici ad esserne autorizzati, in quanto esiste una sorta di senso unico: chi sale dalla Marangu deve scendere dalla medesima, chi fa la Machame o la Lemosho deve scendere dalla Mweka. Questo per evitare intasamenti fra chi scende e chi sale; i sentieri sono molto frequentati, se si considera il traffico dovuto ai numerosi portatori. La stanchezza non ci impedisce comunque di apprezzare le stupende fioriture in un vero e proprio giardino botanico, attorniato dal verde delle basse conifere. Il sentiero richiede molta cautela, perché è spesso scavato e ricco di pietre di varie dimensioni. Su alcuni tratti sono stati costruiti scalini o le pietre sono state incementate a formare un selciato unico, comunque irregolare e richiedente molta attenzione: oggi scenderemo per un totale di 2.800 metri di dislivello fino al Mweka. Quando sono ormai le 16 raggiungiamo la nostra destinazione odierna, dopo aver superato il campo intermedio di Millennium. Si trova in una zona ombrosa; oggi fortunatamente è sereno, cosa tutt’altro che scontata dal momento che ci troviamo ormai nella fascia di foresta pluviale. Adesso iniziamo veramente a renderci conto che è fatta: la legittima stanchezza non impedisce di realizzare che il trekking si è compiuto con successo. Un po’ di riposo in tenda, una buona cena e nessuna difficoltà ad addormentarci dopo la giornata trionfale, che non dimenticheremo anche se dovessimo campare in eterno. Dopo cena Joseph si avvicina con fare sornione e trafelato, quasi come se avesse qualcosa di delicato da comunicare. Lo attendevamo e sappiamo di cosa vuole parlare: mance. Non restiamo stupiti e ci facciamo cogliere preparati, confermiamo la nostra totale soddisfazione per il servizio reso da tutti e gli comunichiamo quanto intendiamo elargire a ciascuno in funzione del ruolo. Come immaginavamo ne segue una breve trattativa, ma non ci muoviamo dalla nostra posizione. Alla fine esce dalla tenda con un’espressione soddisfatta.

Pernottamento
Kilimanjaro Trekking – Mweka Camp

IT

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