Giorno 8
Tarangire National Park
La prima raccolta di animali della savana si materializza. Un documentario dal vivo
Verso il Tarangire National Park
Infinita savana dorata che circonda il fiume Tarangire. Il fiume scorre tutto l’anno ed è una fonte vitale di acqua per gli animali della regione durante la stagione secca. Foderato con alberi di acacia e baobab, il fiume è regolarmente visitato dalla grande popolazione di elefanti del parco e da altri erbivori come zebre e antilopi.
Appuntamento alle 8:30, ma un quarto d’ora prima l’autista/guida del safari è già nel parcheggio dell’hotel. Anche noi siamo pronti dopo una buona quanto abbondante colazione al buffet. Riposati e pronti per la nuova avventura facciamo conoscenza con Modi, simpatico e competente, appena giunto da Moshi con il carico necessario al campeggio della settimana, nonché i nostri diplomi, rimasti a Moshi per dimenticanza il giorno precedente. Il cuoco lo incontreremo stasera in quanto si trova già nella destinazione odierna. Il fuoristrada è un vecchio Land Rover, che dimostra i suoi anni ma non fa una grinza quando s’innestano le marce ridotte; a differenza delle serie più recenti intasate di elettronica, il nostro avrà bisogno di qualche punto di saldatura ogni tanto a causa degli incredibili sobbalzi, ma procederà imperterrito lungo tutto il viaggio. Per migliorare la visibilità il tetto si apre interamente, sollevandosi di una trentina di centimetri; viste e sicurezza sono così assicurate. Prima di lasciare Arusha ed il suo caos polveroso ci fermiamo in un centro commerciale dedicato ai turisti, dove viene venduta ogni sorta di artigianato all’interno di un contesto molto spinto, forse un po’ naif, ma di sicuro effetto ed a prezzi esorbitanti. I negozi posti all’esterno dell’edificio principale hanno la forma delle capanne Masai, i prati intorno sono costellati dagli animali della savana, ben costruiti in metallo. Poco distante si trova il museo dell’artigianato, ma noi abbiamo altri programmi, oggi puntiamo subito verso uno dei parchi che si rivelerà di maggior interesse: il Tarangire N.P. (significa fiume dei facoceri). Lungo la strada scorrono belle agavi, vediamo i primi Masai con le tipiche capanne a pianta rotonda, mentre con le tuniche a vivaci tinte pastello sorvegliano magre greggi di pecore o capre. Sovente si tratta di bambini, impugnano un bastone ricavato da un ramo e cercano di farsi ascoltare dagli animali che brucano lo scarso erbaggio, evitando che invadano la sede stradale. Costeggiamo inoltre un compound costellato da blocchi di abitazioni, ci viene detto trattarsi di un centro di addestramento militare, forse di aeronautica visto che nella zona adiacente si trova un piccolo aeroporto. Il traffico è dato soprattutto dalle jeep dei safari e camion diretti nel centro del Paese, soprattutto a Dodoma che ne è la capitale; tutti molto attenti ai frequenti controlli di polizia.

Dentro il Tarangire tra savana ed elefanti
L’afflusso umano nel parco è di tutt’altro genere rispetto a quello incontrato nel trekking e iniziamo in qualche modo a rimpiangere la settimana scorsa. Gente stilosa e bambini viziati fanno bella mostra di sé al gate dove Modi si è recato per espletare le formalità. Prendiamo contatto con quanto ci circonda: la stagione secca lascia poco spazio alla varietà dei colori. Il paesaggio è asciutto, arido e giallo; solo gli alberi ad alto fusto, e nemmeno tutti, e alcuni cespugli presentano foglie verdi. Il resto è uno stentare della natura in attesa delle piogge previste fra un mese e mezzo.
Alcune note interessanti che abbiamo appreso durante il safari:
I maschi delle giraffe non hanno i peli sulle corna e sul collo perché le consumano lottando con altri
Rinoceronte bianco, ha le labbra meno sporgenti ed è più grosso
Elefanti: si dice che vadano a morire in determinate zone; ciò non è del tutto vero. Quando non hanno più denti vanno a cercare erba per nutrirsi, ma questa non ha proprietà nutritive sufficienti e di conseguenza gli animali finiscono per morire in certi luoghi. Cosa che nulla ha a che vedere con gli aspetti mistici e spirituali attribuiti all’elefante. Bevono circa 200 litri di acqua al giorno. Non migrano: si spostano in cerca di alimenti sempre nella stessa area.
Se il piccolo muore, la madre lo veglia per sette giorni.
Lo struzzo femmina è grigia, mentre il maschio è nero e più grande. Entrambi covano le uova: la femmina di giorno e il maschio di notte, perché il colore scuro lo nasconde meglio. Nonostante l’apparenza poco atletica arrivano a correre fino a 70 km/h.
I bufali hanno un sistema di solidarietà fra di loro, tale per cui se uno rimane indietro sotto l’attacco dei leoni, gli altri si fermano e tornano in aiuto del malcapitato. Se sono vecchi vengono abbandonati dal gruppo e diventano molto aggressivi proprio perché sanno di dover confidare unicamente nelle loro forze residue e si considerano sempre sotto attacco.
L’uccello segretario porta questo nome perché quando morde, specialmente i serpenti, lo fa con gesti che assomigliano al movimento del battere a macchina. Inoltre il collare bianco ed i calzari di piume lo fanno sembrare un impiegato.
La colorazione delle zebre sembra essere legata al fatto d’ingannare i felini quando li cacciano. I leoni puntano un animale ma vengono confusi nel movimento dalla colorazione e perdono il riferimento che avevano preso. Inoltre questi animali hanno l’abitudine di stare in piedi parallelamente, guardando in direzioni opposte in modo d’avere una visuale intera di quanto li circonda. Capita anche che dormano in piedi per avere una reazione più rapida.
La colorazione blu dei testicoli di certe scimmie è un segnale per far capire di essere pronte all’accoppiamento.
Esiste un uccello che costruisce nidi con diverse stanze e questi arrivano a pesare fino a 50 kg.
I pitoni, dopo aver mangiato un dik dik o un altro animale, si riposano sugli alberi, elemento assai inquietante per chi vi passa sotto.
Impala: il maschio ha le corna, la femmina no. Un solo maschio domina un gruppo di femmine; quelli che si vedono da soli sono i perdenti.
I dik dik si incontrano solitamente in coppia in quanto sono monogami.
Gnu e zebre vengono solitamente visti pascolare insieme. La zebra mangia la parte alta dell’erba mentre gli gnu quella bassa: questa è la ragione per cui le due specie condividono spesso gli stessi prati da brucare.
Inoltrandoci nel parco stupisce vedere delle pozze d’acqua in mezzo a tanta aridità, merito del terreno poco permeabile e dell’emersione di sorgenti in alcuni punti. Questo fa sì che vi sia una concentrazione e varietà di animali che vedremo superata solo in quel paradiso che è Ngorongoro. Essendo i primi che vediamo in questa esperienza tanzaniana restiamo ammirati nell’osservare zebre, giraffe, elefanti, antilopi, facoceri, antilopi d’acqua, manguste, scimmie, dik dik, struzzi, bufali, uccello segretario e faraone. Fermandoci riusciamo a carpire qualcosa della loro quotidianità, le caratteristiche del loro fisico, in un film reale dal quale è sempre difficile staccarsi. Ma ogni tanto bisogna dire all’autista di andare avanti alla ricerca di qualcos’altro. Ad un certo punto i fuoristrada si concentrano (spettacolo poco bello) per intravedere la figura di un ghepardo. L’animale se ne sta seduto distante, ben riconoscibile solo con binocolo o ingrandimento massimo della fotocamera. Restiamo un po’ lì, a capirne i movimenti ma non c’è molto da vedere, fatta salva l’emozione di aver visto il primo Gatto. Il pranzo avviene in un’area dedita alla sosta, protetta da intrusioni di selvatici, ottimamente preparata con vivande calde estratte da un box degno dei migliori picnic. Riprendiamo la caccia avvicinandoci al fiume Tarangire, di cui si intuisce l’esistenza grazie alla presenza di sponde. All’interno dell’alveo troviamo una vera mandria di elefanti con la proboscide piantata nella sabbia: scopriremo che l’acqua scorre sotterranea e loro la intercettano in quel modo. Alcuni fanno il bagno in rare pozzanghere create dall’emersione, altri si fanno la doccia lanciandosi addosso acqua infangata, tanto più utile per la protezione della pelle sotto il sole. I piccoli imitano i genitori un po’ goffamente, ma proprio per questo risultano simpatici. Essendo un animale a conduzione matriarcale, quando la capobranco sancisce che la ricreazione è terminata prendono la direzione opposta a dove ci troviamo per rientrare nella savana. A prescindere dall’aspetto etologico, anche il paesaggio risulta affascinante grazie all’altopiano dal quale in certi punti la vista si apre in lontananza. Anche se non smetteremmo mai di osservare i movimenti dei selvatici di fronte a noi, quando sono le 16:00 bisogna rientrare, che abbiamo ancora un pezzo di strada per portarci a Mto wa Mbu 191 (significa fiume dei moscerini) per soggiornare nel lodge gentilmente offerto da Kessy in luogo del camp Migombani. Qui facciamo conoscenza con Lamek, il cuoco, del quale gustiamo fin da stasera la buona cucina. In effetti il lodge offre diversi livelli di servizio: bungalow con servizio ristorante nella versione premium, camere standard con zona cucina e refettorio in comune sotto una tettoia in cemento, campeggio per tende e camper. Si trova in città ed è ben protetto da eventuali intrusioni; l’atmosfera è comunque tranquilla, dopo cena facciamo una passeggiata anche se il cortile alberato non è particolarmente illuminato, forse anche a causa dei nostri occhi che poco per volta tendono a chiudersi.
IT
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