Giorno 2

Kilimanjaro 1 da Machame Gate (1.646 mt.) a Machame Camp (2.865 mt.)

L’avventura ha inizio, si fanno le scorte e s’inizia a camminare verso il Campo 1

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Kilimanjaro 1 da Machame Gate (1.646 mt.) a Machame Camp (2.865 mt.)

Verso Machame Gate

Sveglia alle 7 in modo da poter sistemare quanto viene con noi nel borsone mentre il resto va in valigia e resta qui. Dopo un imprevisto partiamo alla volta dell’ufficio di Kessy. Chiudiamo borse e zaini e siamo pronti.

Da Moshi a Machame Gate

L’attrezzatura di supporto è tutta caricata e partiamo in 11 alla volta della Machame Gate, da cui avrà inizio il tentativo di ascendere il Kilimanjaro. Da Moshi ci dirigiamo per qualche chilometro lungo la strada che porta ad Arusha, svoltando a destra in direzione della nostra montagna; la vegetazione si fa più folta in quanto stiamo per entrare nella zona di foresta pluviale, i terreni sono coltivati e parecchie case sparse formano villaggi dall’urbanistica per noi indefinita. Sui lati scorrono campi di banani sotto i quali crescono piante del celebre caffè locale. Ad un certo punto ci fermiamo per acquistare della carne, così scattiamo le prime foto di questo bell’ambiente. La strada sale senza curve e abbastanza ripida, con il pulmino che stenta sotto il peso di uomini e materiali.

Sentiero fangoso attraverso una foresta lussureggiante durante una safari in Tanzania.

I problemi sembrano essere superati, ora tocca a noi, nella sfida con un’entità di cui siamo consci essere superiore alla nostra, alla quale ci avviciniamo preparati nel fisico e abbastanza anche nella mente. L’ossessione e il sogno stanno prendendo finalmente forma, dobbiamo pensare ad arrivare in cima seguendo le istruzioni delle guide, mantenendoci tranquilli e concentrati: non esistono particolari difficoltà tecniche, pur essendo la via più difficile in quanto lunga e con diversi saliscendi che se da un lato aiutano l’acclimatamento, dall’altro richiedono più energie; non a caso viene denominata la whisky route. Un errore che possa creare indisposizione allo stomaco o un altro contrattempo finirebbero per minare le possibilità di riuscita e qui non possiamo dire che ci torniamo la settimana prossima. All’orizzonte si profila dunque il grave peso di non poter sbagliare: ora o mai più. Certo che in caso di non riuscita non crollerebbe il mondo, ma dopo tutto quello che è successo, l’attesa, l’allenamento e le energie profuse non si potrebbe usare altro termine che fallimento. Un’ipotesi che non dobbiamo, non vogliamo nemmeno prendere in considerazione e proprio per questa ragione cureremo ogni dettaglio dell’ascesa, cercando di non cedere a facili ottimismi durante i primi giorni, seguendo i consigli delle guide ma nel contempo cercando di non sottrarci alle nostre abitudini: ad esempio loro invitano a mangiare molto anche nelle ore immediatamente prima del tentativo di vetta, ma ciò non rientra nei nostri canoni e ci nutriremo del minimo indispensabile, anche perché avremo modo di ristorarci bene nei primi giorni grazie ai buoni piatti sfornati dal cuoco. Prima di proseguire con la narrazione della salita occorre fare alcune presentazioni e premesse, ricordando gli aspetti generali del trekking.

Guide, portatori e vita di campo

Siamo un gruppo formato da 15 persone: oltre a noi c’è la guida responsabile del team, Joseph, un 55enne solido, chiacchierone ma in grado di farsi rispettare da tutti quando è ora. Ha una buona psicologia ed è molto attento ai particolari, il suo sguardo è sempre in azione affinché tutto funzioni bene e il suo atteggiamento infonde sicurezza. Jackson è l’assistente, o vice guida; con i suoi 63 anni ha una carica di simpatia incredibile, è un veterano e tutti lo conoscono e scambiano volentieri due parole con lui durante la salita. Ha la montagna nel sangue e questo lo rende amabile in tutto l’ambiente delle guide e dei portatori. C’è poi Musa, il cuoco ventinovenne, che compare poco, sempre rifugiato nella sua tenda cucina dalla quale escono manicaretti succulenti spesso ad ore improponibili per le condizioni in cui deve lavorare. Riesce a mixare sapientemente ingredienti tradizionali come patate, riso, patate dolci con pollo, pesce e uova, il tutto accompagnato da zuppe di verdure gradevoli e gustose, verdure di stagione e frutta saporita quanto delicata, ovviamente utilizzando ingredienti senza glutine o con glutine per i singoli coperti. Ogni pasto è ben calibrato rispetto allo sforzo fisico richiesto e alle condizioni di altitudine e climatiche. L’acqua viene posta a bollire di sera, lasciata a raffreddare nella notte in modo da poter essere utilizzata per riempire le borracce per la giornata: la raccomandazione standard è quella di introitare almeno 3 litri di liquidi ogni 24 ore al fine di scongiurare cefalea, nausea e altri sintomi del mal di montagna. Il cameriere in realtà è uno dei portatori con il compito di servirci i pasti nella tenda mensa, di grandi dimensioni, almeno 3×2, e tutta per noi. Infine ci sono altri nove portatori, i veri operai del trekking, ragazzi-mulo che con scarpe improbabili salgono e scendono lungo i pendii del monte con carichi da spavento. Non tanto o non soltanto per il peso, ufficialmente il loro carico viene pesato al gate di partenza e non può superare i 15 kg, quanto per le forme che i bagagli presentano, tanto da dover essere portati in testa o con fastidiose appendici di secchi ed altro appese un po’ ovunque. Fosse solo avere lo zaino andrebbe ancora bene. Va sottolineato come a loro venga inoltre richiesta la dote della velocità, in quanto sbaraccano il campo dopo la nostra partenza e di solito devono già averlo pronto al nostro arrivo al camp successivo. Tant’è che i sentieri sono delle colonne di portatori con qualche viso pallido che ansima salendo. Davvero si è presi da riverenza nei confronti di questi giovani uomini, e anche alcune donne, che si sobbarcano con pazienza il gravoso compito del trasporto materiali con il sorriso e la voglia, nonché la forza, di chiacchierare, spesso accompagnati da musica proveniente dallo smartphone che tengono in tasca. Spicca un grande spirito cameratesco tra loro, quasi mai in competizione e capaci di creare un ambiente di allegra confusione contagiosa. I ragionamenti che inevitabilmente emergono sono di varia natura; questi ragazzi stanno facendo una vita grama a causa di alcuni matti, noi, che hanno deciso di dedicare significative energie economiche e fisiche nella conquista di una montagna a migliaia di chilometri da casa. Un vezzo, insomma. D’altro canto, senza questi folli sognatori amanti della fatica nel periodo di vacanza in cui altri si riposano, i portatori dovrebbero fare lavori ben più precari guadagnando meno. Regna però un bel clima fra di loro, non perdono occasione per parlare, scherzare, ridere e cantare. Una serenità che solo la mancanza di mezzi superflui può rendere vera. Chissà qual è il loro reale pensiero su di noi. Sono tutti di etnia chagga, quindi di origine bantu, e parlano fra di loro lo swahili, una lingua comune all’Africa orientale, che mutua termini da lingue straniere, salama dall’arabo per i saluti o augurare del bene, shule dal tedesco per indicare la scuola, eccetera.

Su consiglio prendiamo anche una private toilet per 150 $, che si rivelerà estremamente utile soprattutto nei campi più alti dove il freddo e la distanza dai WC pubblici avrebbero significato ulteriori fatiche.

Durante il periodo del Covid la macchina della montagna è rimasta ferma per assenza di clienti: ognuno ha cercato di fare dei lavori a casa dedicandosi all’agricoltura ma chi aveva dei risparmi li ha finiti. Lo scorso anno si è iniziato a vedere qualcuno, mentre in questa stagione c’è stato un vero e proprio boom. Tutti sono molto indaffarati ma felici di portare a casa del denaro, ora il flusso si sta affievolendo in quanto l’epoca delle ferie estive va terminando e riescono ad avere un minimo di sollievo.

Al mattino veniamo solitamente svegliati all’ora convenuta dal cameriere che ci porge una tazza di caffè in tenda: questa diventa la prima operazione difficile della giornata, quando ancora addormentati ed avvolti nel sacco a pelo cerchiamo di non far cadere la bevanda. Nel frattempo Godlisten posiziona di fronte al nostro giaciglio due bacinelle di acqua calda utili per lavarci, quindi ci vestiamo e ci rechiamo nel locale mensa per la colazione. Quest’ultimo è costituito da una tenda con due sedie ed un tavolino sul quale trovano posto marmellata, caffè in polvere e quanto di utile come condimento. Sostanzialmente il nostro accampamento si compone della nostra tenda, il refettorio, la tenda cucina usata anche per dormire e una o due altre tende per i portatori. Va sottolineata la dovizia del cuoco, Musa, nel preparare i pasti, in particolar modo la colazione. Spesso inizia alle 4 di mattina a cucinare quando deve servire il pasto verso le 6; oltre ad utilizzare ingredienti, anche senza glutine, compatibili con la dieta della salita, cerca di unire in una difficile combinazione sostanza, gusto e limitazioni dovute al fatto che la cucina si trovi in una tenda ad alta quota con comprensibili restrizioni dovute al trasporto e all’aria rarefatta.

Pole pole
Durante la salita si sente ripetere continuamente pole pole, piano piano. Non è solo un invito alla prudenza: sul Kilimanjaro diventa quasi una filosofia pratica, perché chi spreca troppo presto le energie difficilmente le ritrova quando la montagna comincia a presentare il conto.

Habitat: Rain Forest

Da Machame Gate a Machame Camp

La via Machame è forse la via di arrampicata più popolare. È la scelta di molte persone perché offre panorami impressionanti e una varietà di habitat. La via Machame è anche conosciuta come la via del whisky, per la sua reputazione di salita impegnativa, in contrasto con la più facile via Marangu, conosciuta come via della Coca-Cola. A differenza delle pendenze graduali e delle sistemazioni in capanna della Marangu Route, i salitori della Machame percorrono sentieri più ripidi, per distanze più lunghe e dormono in tenda. La Machame Route è lunga circa 62 km da un cancello all’altro. La salita della Machame Route può essere effettuata in un minimo di sei giorni, cinque notti, sulla montagna. Il trekking inizia al Machame Gate, situato alla base meridionale della montagna, all’interno della sua lussureggiante e fertile foresta pluviale. Il percorso si dirige verso l’altopiano di Shira, prima di percorrere il circuito meridionale a metà della montagna, con grandi panorami da tutte le angolazioni. L’avvicinamento alla vetta avviene da est e la discesa segue il sentiero Mweka. Fauna selvatica come le scimmie colobus lungo la strada.

Silhouette di alberi contro un cielo al tramonto rosso.

Torniamo ora alla cronaca della prima giornata, che ci ha visti partire con almeno due ore e mezza di ritardo rispetto all’orario previsto, anche perché a Moshi abbiamo acquistato una sim card con 12 Gb di traffico al prezzo di 10 $, pagati in Tsh. Al Machame Gate veniamo parcheggiati in un punto di sosta, mentre Joseph si prodiga per avere tutti i permessi di salita in ordine presso le casette dei ranger e gli altri scaricano i bagagli dal minibus sulle spalle dei portatori, i quali vengono controllati affinché il peso non ecceda i 15 kg cadauno. Viene rimarcata più volte l’importanza di bere, dobbiamo avere almeno tre litri a testa nelle borracce. Finalmente verso le 13.00 partiamo, venendo controllati anche noi tramite un metal detector non troppo preciso. Nonostante l’ora ci sono ancora dei gruppi in partenza coi quali ci supereremo a vicenda in occasione delle frequenti fermate, una delle quali a circa un terzo del cammino per il pranzo. La prima parte del tracciato è in lieve salita lungo un bel sentiero nel pieno della foresta pluviale. Una vegetazione inconsueta per la latitudine ma favorita dall’incombente mole del Kili. Verde ovunque e nelle varie cromaticità, dagli alberi pendono barbe di muschio lunghe anche un paio di decimetri, a testimonianza della piovosità del posto; vediamo anche delle dracene, la Everlasting Flower e la rara Impatiens Kilimanjari, cresce solo in questa zona, giallorossa e riconoscibile con la piccola quanto caratteristica proboscide d’elefante che pende dalla corolla. Uccelli colorati e corvi dal colletto bianco iniziano a darci un primo assaggio della vivacità delle specie animali tanzaniane. Le guide vogliono prima saggiare la nostra preparazione, così si mettono davanti a noi camminando molto lentamente, quasi a bloccare eventuali tentativi di sorpasso da parte nostra. Sottolineano la necessità di andare pole pole per non sprecare energie fin dall’inizio, soprattutto sudando. In realtà questo ci sembra perfino ridondante, ma scopriremo che la prudenza dimostrata ora sarebbe venuta meno via via che si rendevano conto di avere a che fare con due soggetti ben allenati, cosa che non vuole assolutamente dire acclimatati. Ad un certo punto vediamo un ragazzo che scende con la maschera d’ossigeno e cadaverico in volto, scopriremo che ha avuto difficoltà già ad arrivare al primo campo, caso evidente di qualcuno che deve aver approcciato la montagna partendo dall’università e non dalle scuole di base. I portatori non camminano con noi, alcuni sono davanti, altri ci superano durante il nostro lento procedere; poco prima dell’arrivo uno di loro denuncia fatica e fa difficoltà, viene spronato al limite di essere sgridato ed infine aiutato da altri scesi dal campo dove avevano depositato il loro bagaglio. Nell’ultimo tratto il sentiero si fa leggermente più ripido e poco prima delle 19 siamo al Machame Camp, proprio nel momento in cui fa buio, con lo spettacolo multicolore delle tende che sta sempre più diventando un monocolore scuro. Fa freddo, individuiamo la nostra tenda, dove ci sistemiamo ed ormai al buio posizioniamo i sacchi a pelo e quelli a lenzuolo; sui lati il borsone, gli zaini ed il sacco con quanto ci hanno prestato, giacconi d’alta montagna, pantaloni antipioggia e ghette; già dalle prime avvisaglie abbiamo subito l’impressione che questo trekking non sarà caldo, almeno nelle ore notturne. La toilette posizionata ad un paio di metri dalla tenda sarà utile per non prendere troppo freddo, evitare d’inciamparci al buio e per questioni d’igiene. Un tè con popcorn come aperitivo ed attendiamo che la cena venga cucinata: non per colpa nostra e tantomeno per colpa del team siamo partiti in ritardo e tutto va di conseguenza. Verso le 20 viene servita la cena ed assaporiamo le prime delizie del nostro chef. Non segue alcuna passeggiata postprandiale a causa del freddo e dell’assenza di luce su un terreno alquanto aspro, ci rintaniamo ma la digestione in tenda non sarà operazione semplice; essendo ormai ora di andare a dormire ci corichiamo quasi subito e lo stomaco non ce ne sarà grato. Nella notte sembra essere meno freddo, forse siamo solo noi che ci stiamo abituando.

Pernottamento
Kilimanjaro Trekking – Machame Camp

IT

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