Giorno 4
Kilimanjaro 3 da Shira Camp (3.810 mt.) a Barranco Camp (3.962 mt.)
Lava Tower, scollinamento a 4.600 mt e bei giardini naturali. Un acclimatamento utile
Verso la Lava Tower
Habitat: Semi Desert
Da Shira Camp alla Lava Tower
Dall’altopiano di Shira si prosegue verso est su una cresta, superando il bivio per la vetta del Kibo. Più avanti la direzione cambia a sud-est verso la Lava Tower, chiamata anche “dente di squalo”, dove si raggiunge la quota di 4.630 metri. Questo è il giorno più duro dell’acclimatamento. Di solito è qui che per la prima volta alcuni iniziano ad avvertire affanno, irritabilità e mal di testa. Poco dopo la torre si incontra il secondo bivio, quello che porta verso il ghiacciaio Arrow a 4.880 metri. Si scende quindi di quasi 680 metri fino al Barranco Camp. Dopo aver toccato i 4.600 metri alla Lava Tower, il vantaggio di questa giornata in termini di acclimatamento diventa molto evidente. La discesa al Barranco Camp, a quota 3.962 metri, dura circa due ore e offre splendide vedute sulla Breach e sulla Great Barranco Wall. Il campo si trova in una valle sotto queste pareti, in una posizione che regala spesso un tramonto memorabile prima della cena. Sebbene la giornata si concluda alla stessa altitudine di partenza, resta una tappa fondamentale per preparare il corpo al giorno della vetta.
Salita di acclimatamento alla Lava Tower
Dopo una notte in cui la tenda ha fluttuato in balia del vento, ma in cui siamo comunque riusciti a riposare, la colazione arriva alle 7 con prodotti sempre diversi ed energetici. Partiamo alle 8 con Jackson, dal momento che Joseph rimane al campo per coordinare i portatori e verificare che prendano su tutto il materiale. Il passo di questo montanaro sessantatreenne è formidabile: lentamente ma costantemente sale senza che ci accorgiamo di macinare centinaia di metri di dislivello. Stiamo bene e quando Joseph ci raggiunge non manca molto alla Lava Tower, subito dopo aver incontrato la Lemosho Route proveniente dallo Shira 2 Camp. Il sentiero si divide quasi subito: i portatori useranno un bypass che porta più direttamente e più agevolmente a Barranco, senza dover salire al punto più alto che toccheremo noi. Questo serve proprio all’acclimatamento, secondo lo schema walk high, sleep low. La salita alla Lava Tower non è particolarmente ripida e, nonostante si raggiungano i 4.600 metri, non abbiamo scompensi particolari. Sempre nell’ottica di respirare quanta più aria sottile possibile, pranziamo nel punto più alto, dove è presente una tendopoli che non ci risultava prevista come campo. Terminato il box lunch, al freddo anche a causa di una nebbia non fitta quanto pungente, scendiamo sul versante opposto, più ripido, superando un paio di ruscelli provenienti dai ghiacciai sotto la vetta.

Discesa al Barranco Camp
La vegetazione qui inizia davvero a imporsi: piante mai viste finora compaiono davanti a noi con cromie in evidente contrasto rispetto al terreno brullo e scuro. Siamo praticamente in un giardino, con le lobelie e i loro splendidi fiori blu nascosti nel fogliame, e le dendrosenecio kilimanjari, pianta endemica che somiglia a una palma, ha fiori gialli e vive circa trent’anni, poi si esaurisce e secca. Fiori brillanti fanno da splendido primo piano davanti ai residui ghiacciai del Barranco, mentre altri cespugli simili a cardi bianchi, molto fioriti, completano il quadro tra ruscelletti che scendono dal Kilimangiaro, acqua cristallina e veloce. Vediamo il Western Breach, che si può salire solo firmando uno scarico di responsabilità, perché negli ultimi anni il rischio di caduta pietre dovuto allo scioglimento dei ghiacciai è aumentato sensibilmente; situazione ancor più critica per la Lava Tower, della quale è proibita la salita. Il sentiero di discesa procede costante e ripido fino al campo a quota 3.900, dove i fischi di Jackson individuano i portatori che hanno già tirato su le tende, distanti dal resto del camp in modo da garantirci almeno un minimo di privacy. Ci troviamo su un terrazzo panoramico: sotto di noi le nebbie, sopra un intervallo limpido fra le nubi e la cresta di vetta. Appena oltre la nostra testa si erge il Barranco Wall, che rappresenterà la sveglia di domattina; probabilmente il punto in cui le nostre guide si renderanno conto di avere a che fare con alpinisti più che con turisti in cerca di facili emozioni. Quelle sono ferme nelle nostre menti: difficile pensare ad altro che arrivare in vetta, unica, e per alcuni forse stolta, ragione del nostro essere qui. In questa cittadina mobile, molto affollata perché riunisce i trekker provenienti sia dalla Machame sia dalla Lemosho Route, l’ambiente è leggero. Le voci dei portatori si alternano a quelle dei salitori, senza che in tutti questi giorni ci sia mai capitato di sentire parlare italiano, in un ottimismo classico dei giorni che precedono la grande sfida. I primi vedono come prossimo il traguardo di Barafu, dal quale poi scenderanno verso Mweka; i secondi guardano alla vetta, sempre più vicina. Tutti consci che il difficile deve ancora venire e che le fatiche sono appena iniziate. Da qui in avanti le gambe diventeranno secondarie rispetto al mindset, elemento indispensabile per raggiungere ogni traguardo, ma ancor più questo. Il sole tramonta presto e la temperatura non tarda a scendere. Salgo verso la “cabina telefonica”, il punto dove prende il segnale, per comunicare stato ed emozioni della giornata. A seguire sistemiamo l’attrezzatura per il giorno a venire, l’ultimo di avvicinamento alla vetta. Ci godiamo una bevanda con popcorn e pistacchi caldi; il paesaggio attorno è meraviglioso, con i ghiacciai rimasti che fanno capolino e il Barranco Wall in splendida forma, mentre appare e scompare nelle nebbie. Proponiamo di fare una foto con tutto il gruppo e l’idea viene accettata con entusiasmo. Una cena tranquilla e la lettura di una nuova impresa di Bonatti restituiscono energie mentali; quelle fisiche sono già ben cariche e questo è un buon segno, anche se da solo non basta. Nella notte uscire dal sacco a pelo per andare in bagno richiede un certo sforzo mentale: già l’operazione di tirarsi fuori dal sacco-lenzuolo e dal sacco a pelo richiede un minimo di attenzione, per poi reinserirsi senza conseguenze negative per le articolazioni. Il freddo all’esterno non è certo il modello di tempra desiderato, così come sedersi sul water alto solo una ventina di centimetri richiede una discreta abilità negli squat. Quando si rientra in tenda siamo perfettamente svegli, ma non è difficile riaddormentarsi in fretta, complice il mix fra quota e stanchezza. In altre occasioni la quota aveva prodotto l’effetto opposto, una sorta di insonnia capace di trasformarsi in elettricità mattutina, tale da non sentire la stanchezza almeno fino al rientro. Questa volta non soffriremo il sonno; anzi, ne approfitteremo dormendo di più, dal momento che non c’è molto altro da fare quando diventa buio, salvo leggere alcune pagine di Bonatti al lume della frontale. Un’autentica iniezione di energie per il giorno successivo. Così come il corpo in questo momento richiede carboidrati, la mente ha bisogno di adrenalina, di sensazioni positive, perfino di esaltazione, per portare l’essere a raggiungere e superare quell’asticella posta esattamente a 5.895 metri.
IT
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