Giorno 5

Kilimanjaro 4 da Barranco Camp (3.962 mt.) a Barafu Camp (4.663 mt.)

Campo 4, l’ultimo in salita. Ormai ci siamo, l’attesa per il Momento si fa sempre più intensa

1 gallerie 0 Mappe
Kilimanjaro 4 da Barranco Camp (3.962 mt.) a Barafu Camp (4.663 mt.)

La Barranco Wall e il passaggio a Karanga

Habitat: Alpine Desert

Da Barranco Camp a Karanga

Dopo la colazione si lascia Barranco e si prosegue su una ripida cresta passando per la Barranco Wall. Arrivando appena sotto il ghiacciaio Heim, si apprezza quanto sia bello il Kilimanjaro. Il percorso scende poi attraverso la valle del Karanga, superando creste e valli intermedie. Poi si lascia Karanga e si raggiunge il bivio che collega il Mweka Trail. Questo è il percorso preferito per scendere dalla vetta. Si gira a sinistra sulla cresta e dopo circa un’ora si raggiunge il rifugio Barafu. L’ultima sosta idrica del percorso è la Karanga Valley, poiché non c’è acqua al campo di Barafu. Da questa posizione si possono vedere le due cime del Mawenzi e del Kibo. A questo punto si è completato il Circuito Sud, che offre una vista della vetta da diverse angolazioni.

Verso Barafu Camp

Barafu, parola swahili che significa “ghiaccio”, è un’area di campeggio tetra e inospitale dove si trascorre parte della notte. Completamente esposto alle burrasche, il campo ha tende piantate su una cresta stretta, sassosa e piuttosto scomoda. La vetta si trova 1.345 metri più in alto e la salita finale avverrà nella stessa notte.

Barafu
Il nome dice già molto del posto. A queste quote la parola “ghiaccio” non è una semplice etichetta: è vento, freddo, terreno duro e quella sensazione di essere arrivati davvero all’ultima soglia prima della vetta.

Ieri, mentre scendevamo per raggiungere il campo, vedevamo una ripida traccia divincolarsi lungo la parete rocciosa del Barranco Wall. Quasi improbabile alla vista, ma evidente e quindi logica per uscire dal vallone in cui è incastonato il campeggio. Certo, dopo il risveglio e la colazione non rappresenta l’inizio di mattinata che uno si augurerebbe. Le guide ci mettono fretta perché conviene attaccarlo prima che arrivi la massa di persone; peccato che la pensino tutti così. La parete non richiede particolari doti di arrampicata, ma in diversi punti bisogna usare le mani. Qui riusciamo a far emergere la nostra abitudine a vivere la montagna oltre i sentieri escursionistici, superando tranquillamente gli impacciati compagni di salita provenienti da zone non alpine. Le nostre guide ci definiranno spider, e noi ne risultiamo orgogliosi e grati alle nostre Alpi, fonte di allenamento fisico, mentale e spirituale per essere qui e in questo momento. Salire per facili rocce a 4.000 metri richiede comunque attenzione a non andare in debito d’ossigeno, ma il fisico risponde perfettamente alle esigenze poste dal terreno. Per correttezza facciamo passare i portatori, che hanno smontato le tende e avanzano rapidamente per farcele trovare pronte alla meta successiva. La nostra ammirazione nei loro confronti è senza limiti: verrebbe da fare un monumento a ognuno di quei ragazzi. Purtroppo uno dei nostri, al campo di Karanga, dovrà fermarsi e scendere rapidamente a causa del mal di montagna: un forte mal di testa lo ha colto e, sebbene avvolto nei vestiti dei compagni, presenta brividi e sintomi che non lasciano ben sperare. Gli diamo alcune pasticche di Moment, ma quando raggiunge la postazione dei ranger finisce per crollare. Loro impongono che inizi immediatamente la discesa accompagnato da altri due portatori, così che perdiamo in un solo colpo tre dei nostri uomini. Karanga è un campo intermedio, dove diversi trekker si fermano una notte per acclimatarsi, e da qui si diparte anche un sentiero di discesa che serve per portare giù i rifiuti. Il portatore sofferente ci lascia attoniti e, anche se dovessero esserci difficoltà logistiche da qui in avanti, non sarà certo quello il problema: l’importante è che scenda e recuperi. Non riusciamo a capire se sia lo stesso che era andato in crisi il primo giorno, per poi essere aiutato dai colleghi che nel frattempo avevano raggiunto il Machame Camp. Di certo era stato spronato dalla nostra guida nel tratto di avvicinamento a Karanga, che lo aveva aiutato portandogli anche un sacco. Da come ci viene detto era da un po’ che non esercitava la professione e aveva perso l’abitudine alla quota; con quei pesi sulle spalle non esiste perdono.

Un sentiero si snoda attraverso un paesaggio collinare e brullo in Tanzania.

Da Karanga a Barafu Camp

Per quanto ci riguarda arriviamo alla sommità del Barranco Wall senza problemi e continuiamo in un saliscendi dal paesaggio lunare fino al campo di Karanga. Nel vallone prima del campo scorre un ruscello, l’ultima acqua disponibile da qui in su; a qualche centinaio di metri si vedono portatori salire con secchi di plastica in testa, attenti a non fare movimenti bruschi per non rovesciarsi addosso parte del carico. A Karanga pranziamo e ci sentiamo quasi dei parassiti, perché contro la nostra volontà vengono comunque montate tenda refettorio e toilet. Purtroppo le guide sono abituate ad avere ospiti meno rustici e questo ci dispiace; va anche detto che Joseph non intende lasciare nulla al caso e non vuole che prendiamo freddo durante il pranzo. Il cielo è coperto da nuvole basse, compatibilmente con la quota, e c’è vento; ma non fa freddo e stiamo sostanzialmente bene. Siamo consci di dover prestare attenzione a ogni dettaglio: anche solo mangiare qualcosa di troppo significa rischiare problemi di stomaco, troppo poco vuol dire non avere energie abbastanza. E la posta in gioco è la vetta, da conquistare ora o mai più. Il pranzo rappresenta un’interpretazione superlativa da parte di Musa: patate a strisce, forse bollite e poi fritte, comunque croccanti, con pollo, pomodori, cipolle e qualche pezzo di peperone. La sapiente aggiunta di qualche spezia rende il piatto magistrale, il genere di pranzo che avremmo apprezzato in qualunque ristorante.

Tramonto a Barafu e attesa della vetta

Mentre Joseph supervisiona lo smantellamento delle tende, saliamo dietro Jackson con il suo splendido passo. Il pendio non è ripido, pertanto, procedendo lentamente, non si fa grande fatica. L’unico problema sono le nuvole: una volta dentro veniamo avvolti da una bufera di neve fine quanto fitta. Ci fermiamo per mettere i coprizaino e, in un ambiente di scarsa visibilità, raggiungiamo il Barafu Camp quando un lieve strato inizia ormai a depositarsi. Per le ragioni esposte in precedenza la tenda non è ancora pronta, ma non è un problema attendere che tutto venga sistemato; infine abbiamo il nostro quartier generale pronto per il quarto e ultimo campo di salita. Ora il freddo punge decisamente, ma la neve smette di cadere lasciando spazio a una visione quasi paradisiaca che va dal Mawenzi al monte Meru, passando dalla nostra montagna ancora avvolta dalle nebbie. Le tende sono state montate nella parte alta del campo, su un terrazzo panoramico nel quale ci troviamo letteralmente appollaiati su un mare di nuvole. Alle spalle il Kilimangiaro, con la via di salita verso il bordo del cratere; a destra il monte Meru svetta con la sommità che emerge dalle nuvole; a sinistra, in una larga valle incipriata dal lucente strato di neve appena scesa, il Mawenzi si illumina in maniera commovente al tramonto. Anche qui il campo è disseminato di tende multicolori che digradano verso valle: l’atmosfera è, per tutti, quella dell’attesa, e chiunque si incontri durante la passeggiata del tramonto tradisce emozioni e aspettative verso l’imminente tentativo di vetta. Siamo tutti elettrizzati e tutti, dentro di noi, ci poniamo la stessa domanda: ce la farò? Dopo cena saliamo oltre alcuni massi sopra il campo per assistere a un tramonto che da solo vale la fatica fatta per arrivare fin qui. In questo momento non avverto esaltazione, e nemmeno paura o timore. Vivo l’attesa quasi con distacco, ben sapendo che distacco non è. Ormai ci siamo: quello che potevamo fare in merito ad allenamento e premure è stato fatto. La cena è ancora una volta buona quanto abbondante, peccato che siamo a 4.660 metri e non convenga eccedere appesantendo lo stomaco. Fa freddo e, quando il sole si immerge dietro le pendici occidentali del Kilimangiaro, diventa perfino più intenso. Non resta che coricarci in attesa di una sveglia che suonerà prima che questo giorno abbia fine.

Pernottamento
Kilimanjaro Trekking – Barafu Camp

IT

Commenti

0 approvati

Nessun commento approvato per questa lingua.