Giorno 7
Kilimanjaro 6 da Mweka Camp (3.048 mt) a Mweka Village (1.646 mt)
Il finale di un’avventura felice e l’inizio di quella successiva: il safari
Dal Mweka Camp al gate
Habitat: Rain Forest
Si scende attraverso la foresta pluviale, su terreno spesso scivoloso, fino al Mweka Gate, dove si ricevono i certificati di vetta. Il tratto richiede circa tre ore di cammino.
Dormiamo bene e la sveglia alle 5:45 arriva fin troppo presto, ma oggi sarà una giornata piena, anche se in modo molto diverso rispetto a quanto vissuto ieri. Solita colazione abbondante, l’ultima della serie, prima di metterci in marcia lungo il sentiero che porta al Mweka Gate. Nel dormiveglia delle quattro del mattino si sente l’olio sfrigolare mentre Musa cuoce le deliziose frittelle e le crepes che troveremo calde e squisite alle 6. Prima di partire il gruppo che ci ha accompagnato in questi giorni inscena un piccolo teatrino cantando una canzone ritmata, come fanno quasi in contemporanea anche gli altri gruppi nelle nostre vicinanze. È un gesto rituale, simpatico, che apprezziamo come saluto finale; con l’occasione Joseph ci chiede di comunicare a tutti quanto abbiamo deciso di dare come mancia, ai fini della trasparenza. Una vegetazione lussureggiante campeggia sopra di noi, lunghi muschi pendono dai tronchi, mentre il sottobosco presenta una varietà infinita di verde e fioriture. Fasci di luce solare iniziano a filtrare attraverso la foresta rendendo ancora più vivide le cromie del verde. Occorre solo stare attenti al terreno, reso estremamente scivoloso dalle piogge che cadono quasi tutti i giorni in quest’area. Non oggi però: il sole sale sempre più deciso e a un certo punto si apre uno squarcio nella vegetazione dove compare la massiccia figura del Kilimangiaro, quasi volesse salutarci. Ricambiamo con qualche foto e un abbraccio virtuale alla montagna che ci ha conquistato prima ancora che noi conquistassimo lei. Continuiamo la discesa attenti a non scivolare, rischiando di rovinare la bella esperienza vissuta finora. I portatori scendono veloci con scarpette improbabili e ci chiediamo come possano essere così agili, fino a quando non ne vediamo qualcuno scivolare. Poco prima del gate c’è un’anticamera dove è possibile ricomporsi un attimo prima dell’ingresso trionfale al punto di arrivo. In realtà non c’è nessuno ad attenderci, nessuna ovazione o congratulazione se non quella delle nostre guide. Non sarebbe nemmeno il caso, ma dentro di noi sentiamo l’emozione che adesso è veramente finita e che siamo stati bravi. Abbiamo salito la vetta più elevata dell’Africa e l’abbiamo fatto senza problemi, vivendo in diretta ogni istante di quanto la vita in questi sei giorni ci ha messo di fronte, affrontando e superando le difficoltà: nessun tripudio, solo un’intensa quanto immensa felicità.

Alcune foto di rito e siamo pronti ad andare nell’ufficio del parco dove tramite Joseph riceviamo l’attestato che certifica l’impresa. È carino, c’è anche un QR code che una volta scansito fornisce tutti i dati salienti.
Rientro a Moshi e trasferimento ad Arusha
Il pulmino ci attende, con tutti i portatori a bordo e le attrezzature nel portapacchi sul tetto. Prendiamo la strada asfaltata, quasi senza curve, che scende in mezzo a coltivazioni di banane e caffè. I villaggi sono animati dai colori dei vestiti delle donne. Ci fermiamo in uno shop per acquistare alcuni gadget e arriviamo a Moshi. Passiamo in ufficio da Kessy, dove viene controllata l’attrezzatura avuta in prestito; riceviamo il caffè e la maglietta omaggio riservata a chi effettua l’ascensione. Pranzo in un ristorante offerto da Kessy, con Goody, Joseph, Jackson, Musa e un paio di altri commensali che non conosciamo. La carne viene prelevata dal piatto unico posto in mezzo al tavolo direttamente con le mani: è coriacea ma di buon gusto. Quest’abitudine, già incontrata in Sri Lanka, sembra derivare da istinti molto antichi dell’umanità e ci assicurano che sia più genuina e naturale rispetto all’uso delle forchette; probabilmente non è stata altrettanto salubre in epoca Covid. Durante il pranzo si parla delle abitudini alimentari tanzaniane. Ci viene riferito che, grazie ai mercati presenti un po’ ovunque, si va a fare la spesa due volte alla settimana e pertanto si mangia sempre cibo fresco, cucinato sul momento; chi ha il freezer lo usa poco, perché la cultura del luogo vuole che ci si nutra di alimenti freschi. Sono inoltre agevolati dal fatto di avere sostanzialmente una stagione unica, trovandosi poco sotto l’equatore, con ampia disponibilità di frutta e verdura durante tutto l’anno. Anche il pesce arriva dal lago Vittoria, circa dodici ore di camion da Moshi, o dall’oceano tramite veicoli refrigerati oppure con il ghiaccio intorno. Lo stesso vale per la carne; forse l’unica che congelano per pochi giorni è quella del pollo. Notiamo che la stessa regola non scritta vale anche negli hotel, dove impiegano parecchio tempo a consegnare le portate proprio perché non hanno nulla di già preparato e possono pertanto vantare una maggior freschezza, che si traduce anche in miglior gusto. Quando abbiamo finito l’autista ci attende per portarci ad Arusha, una grossa quanto disordinata città che in qualche modo ci delude: traffico e polvere la fanno da padroni, ma mancano quella cura e quei monumenti che, pur nella loro semplicità, avevano contraddistinto Moshi. Diverse donne camminano per strada col burqa; ci viene confermato come la comunità islamica sia assai forte in città. Per contro Moshi è decisamente più seguace del cristianesimo, sia di stampo cattolico sia protestante, e si vedono diversi cartelli che indicano scuole e istituzioni luterane. Un tratto comune fra Arusha e Moshi è invece il motivo per cui sono sorte proprio qui, la prima all’ombra del monte Meru e la seconda sotto il Kilimangiaro. Questa caratteristica ha creato un microclima tale da garantire piogge e umidità costanti alle pendici dei rispettivi massicci, cosa che consente la presenza di alcuni fiumiciattoli utili per irrigare i campi e dunque consentire il fiorire della vita. Il verde non manca, evidenziato da orti e vivai presenti in quantità anche lungo la strada principale. Questi ultimi sono particolarmente interessanti in quanto espongono piante decorative d’appartamento come le sansevierie. La cosa stupisce favorevolmente in un Paese di certo non ricco, dove non ci aspettavamo di vedere tali abbellimenti. Approssimandoci ad Arusha brillano addirittura delle risaie, con il verde splendente sotto il sole che sta ormai calando. Un altro tratto caratteristico che salta subito all’occhio è la presenza di molti vigili in completa tenuta bianca: non si capisce bene quale sia la loro effettiva funzione, forse contenere gli eccessi del traffico, sul resto ben poco possono fare per limitare la confusione. Pulmini stracarichi di un mondo povero ma dignitoso arrancano variopinti con grossi adesivi appiccicati sulla carrozzeria, in una forma quantomeno kitsch per il nostro modo di vedere, ma anche questo contribuisce a segnare la tipicità e la fantasia della gente locale. I limiti di velocità sono rispettivamente di 50 e 80 km/h, tutti li rispettano: chissà se in ossequio alla presenza dei vigili o semplicemente perché una multa decurterebbe significativamente il già magro stipendio.
Arriviamo in hotel ed apprezziamo la presenza di un letto, e l’esperienza della doccia ha un sapore quasi divino. Sono in corso alcuni lavori di ammodernamento e il luogo è un po’ chiassoso ma il giardino è curato ed alcune signorine affollano la piscina. Il ristorante è praticamente vuoto, pochissimi turisti e qualche uomo/donna in viaggio di lavoro. L’apertura è di 24 ore su 24, il numero dei cuochi (peraltro visibili al lavoro dietro ad una vetrata a tutta parete in una cucina ben fornita e pulitissima) e dei camerieri sembra perfino eccessivo rispetto a quello dei clienti. Uno dei ragazzi di sala ci servirà parte della cena ma lo rivedremo anche a colazione: chissà qual è la durata di ciascun turno di lavoro… Passiamo il resto del pomeriggio a sistemare i bagagli, sostituendo l’attrezzatura da trekking con quella da safari nel borsone. Una deliziosa cena a base di tilapia (pesce solitamente proveniente dal lago Vittoria) e una notte che sognavamo da una settimana: in un letto, senza pensieri, con una settimana di safari di fronte a noi e finalmente consci di essere riusciti a salire sul Kilimangiaro.
IT
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