Giorno 9
Manyara National Park e Eyasi Lake
Laghi salati creano habitat speciali nella faglia africana (Great Rift Valley)
Lake Manyara e la scarpata della Rift Valley
Si tratta di un piccolo parco situato alla base della parete occidentale della spettacolare Great Rift Valley. Si trova a 120 km a ovest di Arusha e prende il nome dal lago salato poco profondo che copre circa il settanta per cento della superficie; si allaga e si asciuga con le stagioni e ospita migliaia di fenicotteri e altre 500 specie di uccelli. Gli animali più famosi e unici sono i leoni che si arrampicano sugli alberi. Il Lago Manyara ospita anche la più grande concentrazione di babbuini del mondo. Sito di ambientazione dei primi film di Tarzan, il parco è stato descritto da Ernest Hemingway come «Il luogo più bello che abbia visto in Africa».
Dentro il Lake Manyara National Park
Il programma di oggi prevede la visita al Lake Manyara National Park, un habitat completamente diverso da quanto è dato vedere solitamente nella regione. Si trova incassato nel cosiddetto escarpment della Great Rift Valley, ovvero il versante orientale della faglia che taglia l’Africa da nord a sud e che ha creato i laghi presenti in zona. Godendo di una posizione più incassata e meno esposta ai venti, ha potuto sviluppare una vegetazione autoctona particolarmente verde, simile nella vista a quanto s’incontra nella foresta pluviale, grazie anche alle vie d’acqua provenienti dal bacino di Ngorongoro, situato a una cinquantina di chilometri di distanza, ma i cui corsi sotterranei consentono di rendere florida tutta l’area. I ruscelli che scendono cristallini in mezzo alla vegetazione lussureggiante restituiscono anche un’impressione di freschezza alla mattinata. Vediamo diversi animali, tra cui uno sfuggente leopardo, del quale avevamo rilevato le orme lasciate poco prima sul terreno sabbioso della strada. Non riusciamo a fotografarlo, ma la sua figura si staglia evidente nella boscaglia, con la lunga coda in trasparenza. Restiamo fermi per un po’ nella speranza di vedere qualche movimento, ma non c’è più modo d’incontrarlo. Nel punto più distante dall’entrata ci fermiamo per ammirare il paesaggio, curioso anche se non particolarmente scenico, dalla riva del lago. Una lieve coltre di nuvole impedisce al sole di risplendere sull’acqua, che risulta così grigia; la scarsa profondità fa il resto, e non ci si può aspettare il colore che caratterizza i nostri laghi di montagna nelle giornate serene. Dopo un breve break al punto picnic per scattare alcune foto sulla valle che si apre sotto di noi, procediamo verso l’uscita, dove si intravedono alcuni bufali intenti a brucare lungo un ripido pendio. La mole degli animali lascia perplessi su come riescano a essere sufficientemente agili per restare in equilibrio su un terreno tanto impervio. Diversamente dall’opinione di Ernest Hemingway, che lo definì «il luogo più bello che abbia visto in Africa», pur avendo un’esperienza limitata del continente riteniamo che questo parco non rappresenti un vero must tra gli highlight del nord tanzaniano; forse per gli esperti sarà diverso, in virtù dell’originalità del sito, ma ai nostri occhi è stato sì interessante, quanto non imprescindibile.

Verso il Lake Eyasi e il villaggio Datoga
Ci dirigiamo a questo punto verso l’uscita, in quanto la mattinata volge al termine; consumiamo il pranzo nel lodge, dove il cuoco ha preparato nel frattempo alcune portate che incontrano i nostri favori. Si parte quindi per il Lake Eyasi, risalendo faticosamente la ripida quanto buona strada che esce dall’escarpment dove si trova Mto wa Mbu, inoltrandoci su un territorio decisamente più arido, dove a dominare sono cespugli apparentemente secchi e grosse quanto rade acacie. La strada che porta a Ngorongoro e Serengeti scorre tra le verdi colline degli altopiani settentrionali della Tanzania, sovrastata dal torreggiante vulcano Ol Deani, ma poco dopo Karatu, dove spicca una chiesa di dimensioni sproporzionate soprattutto se confrontata alla modestia delle case, deviamo a sinistra su una sterrata di polvere rossa che andrebbe bene per creare dei campi da tennis. Sono alcune decine di chilometri solo in parte sconnessi, in un contesto poco abitato; stupiscono le intense coltivazioni di cipolle e alcune verdure, evidente segno che riescono a far arrivare sufficiente acqua fino a qui. Allo stesso tempo sorprende come il turismo nella zona del lago sia estremamente ridotto: ci aspettavamo infrastrutture e turisti in pantaloncini corti in un contesto quasi balneare. Niente di tutto questo. In una landa battuta dal vento si trova l’Eyasi Camp Ngoula, dove saremo gli unici ospiti della nottata, cosa che conferisce ulteriore fascino al posto e ci consentirà di godere di un vero silenzio. Si trova in un luogo isolato, molto difficile da trovare anche a causa delle scarse indicazioni. È stato aperto nell’aprile 2020 e con la pandemia c’è da aspettarsi che non abbia visto molti visitatori finora. Che la Tanzania non sia il massimo in tema di sicurezza contro i furti ce lo dice da sola la vista della televisione ingabbiata in una sorta di cintura di castità e ancorata a un mobile posto al di sotto: questo la dice lunga su come esista una vera vocazione nell’appropriarsi dei beni altrui. Ci sono delle bellissime sedie, con la parte orizzontale in pelle animale e il resto costituito da una serie di rami intelligentemente intrecciati fra di loro. Il tempo di montare le tende, mentre noi perlustriamo la zona incuriositi dal vuoto intorno a noi. Difficile da raggiungere, data l’assenza d’indicazioni, e viene da chiedersi perché proprio in mezzo al niente, ma di certo stasera non avremo problemi con i vicini. Siamo ormai a metà pomeriggio e ci avviamo a visitare un villaggio Datoga, situato poco distante. La tribù consta di circa 10.000 persone, è stanziale e si divide in vari sottogruppi: alcuni si dedicano all’allevamento mentre altri praticano l’artigianato lavorando metalli e realizzando, ad esempio, punte di freccia che vendono ai cacciatori Hadzabe. Assistiamo a una dimostrazione di come fondono il metallo da rottami trovati per strada, ammirandone l’abilità nel modellare le forme volute da materiale ancora caldo. Producono inoltre braccialetti e altri oggetti a beneficio di qualche turista in visita. Una vera arte della fusione, unita a precisione nei dettagli, che consentirebbe loro di fare fortuna ovunque; qui vivono a un livello di sussistenza ma possono considerarsi uomini liberi. Le capanne sono sufficientemente grandi per poter condurre una vita decente e fungono anche da laboratorio per macinare il mais, pressato fra due pietre opportunamente levigate; proviamo a cimentarci con questo lavoro e otteniamo un discreto successo. I Datoga sono poligami, si sposano anche con persone di altre tribù, tuttavia gli elementi più conservatori preferiscono evitare tali generi d’incroci. Per avere moglie occorre portare in dote venti mucche. L’incontro ci consente di capire come vivono gli abitanti del luogo, in un contesto povero per i nostri standard ma dignitoso quanto alle necessità primarie; non siamo certo capitati in mezzo a gente che non ci attendeva, le dimostrazioni sono parte del loro mestiere, ma questo non toglie nulla alla veridicità di quanto abbiamo visto.
Tramonto e pescatori sul Lake Eyasi
Proseguiamo per portarci lungo le sponde settentrionali del Lake Eyasi. Non c’è traccia di turisti; su una spiaggia ampia e punteggiata da palme si vede un campeggio, ma capiamo subito che non si tratta delle solite tende viste finora: molto più povere e semplici, appartengono ai pescatori che vediamo intenti a tirare a riva con fatica le reti piene di pesciolini. Un forte odore ci pervade, vediamo mucchi di pescato ad essiccare, praticamente già impanato nella sabbia. Chiediamo lumi e ci viene riferito come, una volta asciugati, anche la sabbia si stacchi; prendiamo l’asserzione per buona ma non assaggiamo. È un lavoro stagionale: ora che l’acqua è bassa il lago diventa pescoso, durante la stagione umida le tende vengono spostate in posizioni sicure e il lago torna ad espandersi. Il sole al tramonto, con i pescatori in fila che tirano le reti, offre l’immagine di un tempo andato; verrebbe da dire romantico, non fosse che siamo noi a fare le foto e loro a fare fatica. Andando verso il lago sorprende vedere le strade del bush così piene di curve pur in assenza di proprietà private o altre ragioni che impediscano di avere tracciati diritti; probabilmente non si tratta d’altro che di sentieri allargati. Senza qualcuno del posto non ci si riuscirebbe a districare. In quest’occasione usufruiamo di una guida locale, un ragazzo che parla molto bene inglese ed è spigliato con tutti quelli che incontra.
I laghi Manyara, Eyasi e Natron in quanto di origine vulcanica risultano essere alcalini, pertanto sono salati e non possono essere utilizzati ai fini dell’irrigazione o di altro sfruttamento umano, alcuni nemmeno la pesca. Hanno parecchi immissari ma nessun emissario.
Sera all’Eyasi Camp
Rientriamo per una buona cena al camp, dove gustiamo un pezzo di eeland (antilope alcina). In effetti avevamo chiesto se fosse possibile assaggiare della selvaggina e Lamek ci ha subito accontentati, con un pezzo per stasera ed uno che mangeremo al Lobo camp. Tutto recintato da alte siepi, che servono anche a delimitare l’area di parcheggio, zona cucina, ecc. Probabilmente gli arbusti ben allineati servono anche per proteggere dal vento ma nel contempo rendono il luogo piacevole ed armonioso.
IT
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