Giorno 1
Arrivo a Moshi
Arrivo in Tanzania, fra tensioni e promesse. La prima vista sulla Montagna
Arrivo al JRO e trasferimento a Moshi
A voler essere scaramantici prevarrebbero le ragioni per non partire, dopo due anni di rinvio causa pandemia e la vicenda del passaporto di cui in premessa. Ma la voglia, direi quasi l’ossessione, di tentare il Kilimanjaro ha preso il sopravvento ed andiamo incontro al destino consci di giocarci le nostre carte per arrivare in vetta. Dopo un volo tranquillo, sbarchiamo nel piccolo aeroporto di Arusha/Kilimanjaro in un contesto sostanzialmente turistico. Al controllo del passaporto spiego che il visto non è ancora arrivato ma che con l’application ID, stando al Consolato tanzaniano di Milano, non dovrebbero sussistere problemi. Vengo preso in consegna da un operatore che mi porta in un ufficio adiacente, dove un funzionario controlla a video il mio status: la risposta è che il visto è ancora in lavorazione e se voglio entrare nel Paese ne devo fare un altro. A nulla servono le mie spiegazioni e rassicurazioni ricevute, mi devo mettere in coda e fare un visto seduta stante come tanti altri già in attesa. Felici per la traversia burocratica appena occorsa ci rechiamo all’uscita con quasi un’ora di ritardo, incontriamo l’autista e cambiamo 100 euro in Tsh. Si parte subito per Moshi, verso l’ufficio di Kessy Brothers Tours. Il pulmino sul quale viaggiamo è vecchissimo ed in condizioni precarie, ma efficiente: la strada che da JRO va ad intercettare la Arusha-Moshi è in ottime condizioni, corre in mezzo ad una piana sassosa e quasi sterile se non per la presenza di anonimi arbusti. Il vento crea numerosi piccoli tornado giocando con la polvere chiara e creando un ambiente quasi infernale. Verso Moshi il paesaggio cambia radicalmente, inverdendosi e addolcendosi grazie alla presenza di acqua.
Con Kessy facciamo il punto della situazione e ci vengono spiegate le regole del gioco per il trekking, controlliamo l’attrezzatura che ci siamo portati dall’Italia e ci viene consegnato quanto non abbiamo, giacconi da alta montagna, sacco a pelo -24°, sovrapantaloni e ghette. Saldiamo il prezzo del trekking e del safari, purtroppo l’euro debole di questi tempi non aiuta. A questo punto siamo pronti per qualche ora di relax in hotel prima di partire. Dal momento che il Sal Salinero sembra essere in ristrutturazione e non ha molte stanze disponibili, così ci viene spiegato, troviamo sistemazione nel Keys Hotel, situato in zona tranquilla ai margini della città. Cena con uno stufato contornato da banane immerse nel sugo; scopriamo così per la prima volta che le banane tagliate ancora verdi e pertanto non dolci possono tranquillamente sostituire le patate o altri carboidrati. Passeggiata con caffè locale restando all’interno del perimetro dell’hotel, vedendo come sia ben protetto contro le intrusioni e il portone sia difeso da una garitta con guardia armata. Andiamo a dormire rassicurati e stanchi, le notti trascorse in aereo non sono mai particolarmente rilassanti, mentre le prossime saranno ancora peggio.
Le cronache della giornata riferiscono di una partenza da Addis Abeba con 50 minuti di ritardo, recuperati in gran parte durante il volo, ed atterraggio tranquillo nel piccolo aeroporto di Arusha/Moshi, salomonicamente definito Kilimanjaro ed equidistante dalle due città, dopo una magnifica quanto propedeutica vista sulla nostra Montagna dall’alto. Avevamo tatticamente scelto i sedili di sinistra proprio nella speranza di ammirarla ed eccola spuntare avvolta in un mare di nuvole, come diversamente non potrebbe essere. Il sogno si fa sempre più ossessione, la tentazione diventa quasi ansia, forse anche troppo se relativizzata di fronte al contesto della quotidianità locale. Probabilmente l’attesa ci ha portati a tanto ed è difficile resistervi; al tempo stesso occorre mantenere sangue freddo, consci che si tratta di una maratona, non di una corsa a sprint. L’ambiente è secco, tipico da savana in questa stagione, i villaggi si susseguono in un contesto tipicamente africano, multicolore ma non indigente. Lungo la strada che porta a Moshi notiamo degli artigiani che espongono letti in ferro o legno in grande quantità, direttamente all’aperto di fronte alle loro case-laboratorio. Evidentemente gli abitanti locali ripongono un certo significato nel sonno. Le strade intorno alle due città sono trafficate da ogni genere di mezzi: auto, camion, pulmini per il trasporto pubblico, tuk-tuk e biciclette. Tutti con carichi, esigenze e velocità diverse, e questo fa sì che il rischio di incidenti cresca esponenzialmente. Si notano inoltre molte chiese di bella fattura, in aperto contrasto con la modestia, se proprio non la povertà, delle abitazioni private. Mentre ci sta portando a destinazione, l’autista conferma che pur essendo nella stagione secca, la siccità è particolarmente incisiva quest’anno; anche nelle campagne si vedono coltivazioni abbandonate e terreni aridi. Fra Arusha e Moshi il terreno appare già difficile da coltivare di natura, pietroso e con un fondo poco friabile; solo all’altezza delle due città bagnate da torrenti che scendono dalle montagne la situazione cambia e si vede a tratti una vegetazione lussureggiante, con qualche coltivazione di riso, orticelli e vivai ben ordinati, ma il terreno già a prima vista risulta essere più fertile.
IT
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