Giorno 11

Serengeti National Park

La savana africana per eccellenza, laddove il ciclo vitale risulta più evidente

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Serengeti National Park

Da Ngorongoro al Serengeti del nord

A colazione Modi ci comunica di un piccolo problema al paraurti del Land Rover, che deve far saldare in un punto poco distante. Sbriga in fretta la colazione ed in una mezzoretta è già di ritorno. Noi ne approfittiamo per due passi nel camp in fase di smantellamento, come avviene ogni giorno per lasciare spazio ai nuovi che arriveranno.

Primi incontri nel Serengeti

Si parte in direzione Serengeti N.P. uscendo a nord di Ngorongoro. Ancora all’interno del parco ci sono dei villaggi Masai, tradizionalmente dediti alla pastorizia; incontriamo infatti alcuni pastori intenti a tenere a bada il bestiame. Sono soprattutto bambini a pascolare greggi di capre, pecore, qualche bovino o asini. La prossimità ai carnivori presenti nel catino li costringe a creare recinti costituiti da alti pali che durante la notte offrano protezione. Qualche digressione dei felini presenti nel parco seminerebbe scompiglio fra gli animali domestici. Nel Serengeti i Masai e le altre tribù non possono entrare né per dimora né per pascolo; questo ha significato in passato conflitti con le autorità, ma attualmente non ne conosciamo l’esatta situazione. Alcuni selvatici vagano nella solitudine della savana, dove le tinte giallastre hanno ormai preso a dominare sul verde. Il punto d’ingresso del Serengeti N.P. non tarda ad arrivare; ci fermiamo per espletare le pratiche burocratiche in due punti distinti e distanti pochi chilometri, senza conoscerne esattamente la ragione. A noi tocca solo attendere qualche minuto, che occupiamo volentieri osservando quanto accade intorno a noi, perfino incuriositi quando vediamo che uno scalcagnato bus di linea scarica un’infinità di persone che stentiamo a capire dove fossero stipate. Più avanti un camion fermo da giorni in attesa dei pezzi di ricambio, prassi comune un po’ ovunque in Africa, ospita nella sua ombra sotto lo chassis una iena in cerca di fresco.

Kopjes
Nel Serengeti questi enormi affioramenti di roccia si chiamano kopjes. Da lontano sembrano solo massi buttati nella savana, ma per i predatori sono punti di osservazione perfetti e per molti altri animali veri piccoli mondi dove ripararsi.
Una lepre si trova su un albero nel paesaggio della savana.

Ma è di lì a poco che la natura ci presenta una vera opera d’arte, impersonata da due leonesse ed un cucciolo distesi sotto un albero a sonnecchiare, e questo accade a pochi metri dalla strada. Contempliamo ammirati ogni dettaglio dei simpatici quanto pericolosi felini, sembrano quasi vezzose e contente di farsi ammirare e fotografare da un pubblico umano. Appaiono stanche, ciondolanti, ogni tanto alzano la testa per poi lasciarla cadere e dormire qualche minuto. Il silenzio è totale, tanto è l’interesse e lo stupore della visione. Non basta: dopo qualche km, stavolta a distanza, un leopardo fa la siesta con gambe e coda penzolanti da un’acacia africana. L’albero sembra fatto apposta per fare da piano rialzato, sembrerebbe una postazione scomoda ma evidentemente è quella che garantisce una miglior ventilazione a tutto il corpo. La pianura costellata da acacie, arbusti e sterminate praterie di tanto intanto riserva ancora qualche sorpresa, come una leonessa solitaria e diversi mammiferi sdraiati all’ombra. In prossimità dell’area picnic posta su una collinetta al riparo da intrusioni si vedono i disastri degli incendi causati dall’uomo per far ricrescere l’erba più in fretta. Anche se la piana del Serengeti non riserva le stesse emozioni quanto a concertazione di animali, risulta essere senza dubbio l’immagine che tutti abbiamo dell’Africa, quella vista nei documentari, quella che sogniamo quando vogliamo fare un safari, con spazi aperti ed un cielo che sembra volersi unire alla terra. Le praterie si susseguono con minime ondulazioni, gli animali si vedono a distanza e, guardando bene nell’ombra sotto o sugli alberi, si possono fare incontri con i grandi felini. Un mondo che vale un mondo! E che nel nostro sentire potrebbe assumere maggior intensità non fosse che la ragione primaria del viaggio era un’altra, quella che abbiamo colto nel segno solo pochi giorni fa. Non è giusto relegare queste immagini a seconda scelta, ma la differenza sostanziale è che là eravamo i protagonisti e qui siamo gli spettatori, sia pure di uno spettacolo senza pari.

Non meno interessanti nella loro pigrezza sono gli ippopotami immersi nelle torbide acque del fiume Seronera, reso una fogna a cielo aperto dalle decine di pachidermi d’acqua che vi trascorrono le giornate. Qualche coccodrillo campeggia sulle rive, immobile in attesa che una preda si avvicini. Inutile dire che il giorno vola e gli occhi non si stancano di guardare in ogni direzione in cerca di vedute nuove.

Il Serengeti va famoso per la grande fauna che vi dimora, ma la concentrazione di animali in un’area così estesa non è molto elevata, pertanto meno interessante dal punto di vista del safari. Abituati alla densità di Tarangire e Ngorongoro sembrano pochi, in realtà è un continuo susseguirsi di zebre, gazzelle di Thomson, di Grant, qualche giraffa e pochissimi gnu, che aumenteranno invece in prossimità del fiume Mara.

Avanziamo lungo un fiume di nebbia creato dalla sabbia sollevata lungo la strada; il fragore all’interno del mezzo, sperando che il fuoristrada resista alle sollecitazioni, rende ancor più vera l’esperienza.

Il paesaggio muta man mano che ci si dirige verso nord: è molto più verde e anche le pozze sono più frequenti, segno evidente che deve aver piovuto. Lentamente ci avviciniamo alla zona di Lobo e si osserva una maggior presenza di gnu, gli ultimi che si stanno muovendo in direzione del Mara, e bufali. Proprio all’altezza del nostro campo c’è un corridoio della migrazione, dove file interminabili di animali si spostano alla ricerca di terreni più verdi per nutrirsi. Dal campeggio, adagiato su un lieve pendio, c’è una bella vista sulla piana sottostante e si vede un continuo fluire di gnu intenti a spostarsi verso altri lidi. Il campo è in posizione protetta dal vento grazie a enormi massi, che possiamo tranquillamente chiamare colline di pietra, i famosi kopjes, dove dimorano babbuini, scimmie, rock rats, o iraci, in grado di arrampicarsi sulle rocce più ripide e, lo scopriremo solo domani sera, anche i leoni. Le ombre si allungano, l’erba diventa ancora più gialla fino a sfiorare l’arancione, gli animali che brucano sembrano i soggetti di un quadro che nessun museo può vantarsi di ospitare.

Trovandosi decentrato rispetto alle grandi vie di comunicazione che vertono soprattutto sull’asse Ngorongoro – Serengeti Centrale, il nord finisce per essere meno battuto dai turisti che tra andata, visita e ritorno devono impegnare due giorni interi. L’ambiente di conseguenza risulta essere più selvaggio e la minor antropizzazione finisce per avvicinare gli animali, talvolta fin troppo.

Notte spartana al Lobo Camp

Al Lobo manca la corrente elettrica, qualcuno dice che i fili sono stati tagliati a morsi dalle scimmie, altri sostengono che qualche turista ha ecceduto con phon o altri elettrodomestici; ma si sapeva fin dall’inizio che era un campeggio spartano ed è proprio questa la sua bellezza. L’acqua viene portata in contenitori da 5000 lt e, a meno che la giornata non sia stata particolarmente calda, fare la doccia risulta un’esperienza particolarmente energizzante, per i capelli meglio rinviare. Forse perfino troppo selvaggio quando ci troviamo limitati ad accedere ai bagni causa stazionamento di un bufalo dall’aspetto poco conciliante, specialmente quando i suoi occhi gialli brillano nel buio della notte e senza bisogno di parole ci fanno capire che è meglio espletare i propri bisogni all’aperto da un’altra parte.

Pernottamento
Lobo Camp – (North Serengeti)

IT

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