Giorno 6
Kandy
Lo Sri Lanka del presente: artigianato e tè, fino ad arrivare sulle soglie della montagna sacra
Kandy tra mercato e botteghe
Ma Kandy non è solo il Tempio del Dente, merita una vista dall’alto per una visione d’insieme della bella zona centrale con la splendida isola che come una gemma orna il centro del lago. Il fulcro della città lo percorriamo anche a piedi, visitando prima il mercato, dove acquistiamo spezie in abbondanza, e facendo una passeggiata nelle vie dove spiccano costruzioni di indiscutibile origine coloniale.
Purtroppo, come in ogni città o villaggio dello Sri Lanka, passeggiare è un’attività assai difficile: i marciapiedi non sono continui, il traffico è asfissiante, i venditori si trovano ovunque. Rumore, smog e polvere sono una costante che invita a ridurre al minimo i giri a piedi. La seconda città del Paese ha una storia molto interessante e degna dell’orgoglio dei suoi abitanti, avendo resistito prima ai portoghesi, poi agli olandesi ed essendo caduta in mano agli inglesi solo nel 1815 e a causa di lotte intestine. Quando il sole ha ormai raggiunto la posizione in cui proietta una corta ombra sull’asfalto torrido percorso da ogni mezzo che la fantasia possa immaginare, facciamo rientro al punto fissato per incontrare il nostro autista e partiamo in pulmino per percorrere i pochi chilometri che ci separano da un negozio di gemme e una wood carving factory, una sorta di falegnameria-esposizione di manufatti intagliati nel legno. Il fine di tali esposizioni è evidentemente quello di attirare visitatori e vendere loro qualcosa. A noi interessa vedere, capire e imparare: se poi, come solitamente accade, non interessa comprare, una piccola mancia sarà la giusta remunerazione per i ciceroni.
Gemme, legno e tè del Ceylon
Il punto vendita delle gemme attrae l’interesse tramite il filmato che illustra come vengono individuati i siti in cui scavare. Non si tratta di miniere, ma di fosse scavate nel terreno dove dei poveracci lavorano a rischio di essere investiti dal materiale sovrastante mentre stanno con le gambe immerse nell’acqua. Per impermeabilizzare il pozzo viene costruito un reticolato con paletti di legno incrociati, all’interno del quale sono posti dei rami con fogliame. La terra che si presume contenga le gemme viene portata in superficie e qui setacciata da personale esperto. In altri casi le gemme si cercano fra la sabbia dei fiumi in stile Klondike. La sola visione del filmato sconsiglia l’acquisto dei prodotti, non fosse altro che per ragioni etiche. La spiegazione passa poi alle varie tipologie e classificazioni delle gemme per terminare in una enorme gioielleria che, seppure ricca di splendidi esemplari, non riesce a catturare il nostro interesse. Impressione diversa invece alla carving factory: qui vediamo abili artigiani mentre intagliano delicate linee nei legni più svariati. Ci viene spiegato quali sono i più usati e per quali applicazioni: ad esempio il teak serve soprattutto per fare dei tavoli in legno massiccio, il mara lo si utilizza per manufatti molto elaborati, tavolini, sedie intarsiate, animali stilizzati, ed è molto resistente all’acqua fino al punto da essere chiamato anche “albero della pioggia”, mentre per le scodelle o gli utensili concavi viene usato il legno di cocco. Altri legni usati sono il jackfruit, da cui il nome del frutto, e l’ebano. L’azienda dà lavoro a duecento persone in tre siti diversi. L’esposizione spazia dall’arredamento agli oggetti per la cucina e la casa, splendide maschere e animali tanto belli da sembrare veri. Fra una tappa e l’altra è d’uopo un break di cookies locali.
Ancora un’esperienza cultural-commerciale, questa volta presso una tea factory. Non avevamo mai visto una pianta di tè e per conseguenza avevamo solo una pallida idea di come le foglie si trasformassero in bevanda. L’esperienza è stata illuminante: intanto occorre dire che lo Sri Lanka non è “nato” come meta predestinata alle piantagioni di tè. È stato a causa di una malattia contratta dalla pianta di caffè che gli inglesi decisero di convertire la coltivazione facendo arrivare il tè nel secondo ventennio dell’Ottocento. Dopo alcune prove il tè di Ceylon prese piede verso gli anni Settanta dello stesso secolo per diventarne la coltivazione principe, che ha arricchito la classe dominante britannica e dato da mangiare alle classi povere in loco. Nei giorni successivi veniamo a sapere che le piantagioni sono divise in grandi estensioni appartenute in passato alle più importanti famiglie di coloni inglesi, recentemente nazionalizzate e infine date in concessione per novantanove anni ad aziende o a investitori stranieri che spaziano dalla Cina alla Russia agli arabi, pur conservando gli storici nomi british. Ai locali si continua a garantire il minimo vitale che si chiama sopravvivenza, ma a dire il vero non si vede povertà, la gente impersona la fiera allegria tipica dei singalesi e probabilmente vive meglio dei proprietari dei latifondi: sicuramente è più spensierata. Tornando a quanto visto nella factory veniamo a conoscenza che esiste solo una varietà di tè: quando viene raccolto dalle foglie esterne è quello verde, mentre le foglie interne produrranno quello nero, oltre ad avere un diverso grado di essiccatura. Esiste anche il tè bianco, il più pregiato e che costa una fortuna: si ottiene tagliando solo le foglioline più piccole. Assistiamo alla produzione in un contesto industriale che profuma intensamente di tè e nello stesso tempo di stile coloniale ottocentesco: le foglie vengono prima sminuzzate e fatte essiccare su lunghi essiccatoi riscaldati a legna per una ventina di minuti, quindi finiscono su un raccoglitore e con un getto di vapore vengono fatte fermentare per almeno due o tre ore. A questo punto vengono portate tramite tapis roulant verso un nuovo essiccatoio a fiamma viva di legna. L’essiccatura dura una ventina di minuti, quindi le foglie vengono separate dai pezzi di pianta. La separatrice, una delle poche operazioni fatte a macchina, le passa due volte, separando le foglie di tè dai residui, poi utilizzati per fare del compost fertilizzante. A questo punto le foglie sono pronte per essere triturate e imbustate nelle tea bags, che il personale garantisce essere riempite unicamente con tè di prima qualità, mentre sembra che altri le riempiano mescolando il tè ad altre sostanze meno pregiate e meno costose. Le foglie intere vengono impacchettate e imbustate sottovuoto per essere spedite in tutto il mondo. Un ambito a parte riguarda le piante che hanno i boccioli di fiore del tè, inseriti direttamente nell’acqua bollente e riutilizzati fino a tre volte, creando il tè bianco “fiorendo” dentro l’acqua. Ulteriore variante interessante sono i cosiddetti rooibos, i tè rossi: altro non sono che tè neri fatti essiccare in modo particolare creando una tisana tendente al rosso. Mentre i tè verdi, neri e rossi sono economicamente accessibili, al supermercato un prodotto di buona qualità costa 150 rupie, circa un euro, ogni 100 grammi, per quelli bianchi si parla dello stesso prezzo ma riferito al grammo.
Verso Dalhousie e l’Adam’s Peak
Puntiamo in direzione delle zone montuose per il nostro itinerario culminante con l’Adam’s Peak, non prima di aver fatto una digressione per l’Embekke Devalaya, tempio isolato che l’assenza di visitatori rende particolarmente raccolto. Destano grande interesse le travi in legno finemente intarsiate. La strada diventa non tanto dissimile alle nostre di montagna, l’ambiente sembra avere minore maestosità poiché siamo in mezzo a grosse colline ricoperte di vegetazione grazie alla latitudine, costeggiando coltivazioni di tè precise e ordinate come siepi lungo i pendii. Una precisione da giardino botanico, per non parlare della pulizia: sembra di essere capitati in un eden tropicale. Il tutto è interrotto da piccole case di raccoglitori, ogni tanto qualche villaggio. Lungo il percorso una frana di terra è precipitata sulla strada, ma gli operatori sono intervenuti e l’attesa è breve. Il sole sta scendendo e conferisce una luce giallastra che sul verde scintillante delle piantagioni, potate con precisione chirurgica, rende l’ambiente molto suggestivo. Non si tratta di terrazzamenti quanto piuttosto di declivi che seguono la conformazione del terreno, al cui fondo vengono sistemate pietre squadrate da contenimento. Ordine e pulizia si riscontrano un po’ ovunque e ne restiamo ammirati anche nelle città, dove ci saremmo attesi sporcizia e disordine. I principi di igiene sono rispettati decisamente più che in altri Paesi, dove pure esiste un sistema di raccolta rifiuti organizzato. Costeggiando boschi e laghi artificiali arriviamo a Dalhousie verso le 17.30, in quello che si potrebbe considerare il “campo base” dell’Adam’s Peak. È un paesino che deve la sua fama ed economia alla montagna sacra che incombe su di lui. Qui fanno capolinea i bus che in coda arrivano a depositare i pellegrini nello slargo in centro del paese, riempiendo l’aria di fumo di gasolio. I pellegrini partiranno subito, senza soggiornare. Lungo la stradina si trovano banchetti aperti ventiquattr’ore su ventiquattro che offrono di tutto e ogni genere di hotel e pensioni per tutte le tasche. Il luogo si anima durante la stagione secca, quando ogni notte pellegrini e turisti affrontano i 5500 scalini che portano alla vetta per vedere l’alba sorgere, diventando una vera calca nei giorni di luna piena, la poya, in cui i significati religiosi aumentano a dismisura. La montagna è venerata da tutte le religioni dello Sri Lanka, e non sono poche, ognuna delle quali attribuisce all’orma custodita nel tempio sommitale un significato simile ma nel contempo diverso a seconda dei personaggi di appartenenza, Buddha, Shiva, san Tommaso, Adamo e altri ancora. Quello che c’è di bello è vedere la semplicità dei pellegrini che arrivano e si mettono subito in cammino, famiglie intere che hanno sopportato un lungo viaggio su bus scalcagnati per arrivare fin qui e vivere questo momento unico per loro. Arrancano con fatica, non abituati a scalare montagne, accompagnati dalla fede e dall’intenzione di fare qualcosa che non sa di impresa ludica ma spirituale. E lo scopriremo stanotte quando ci aggregheremo a loro lungo il cammino. Una passeggiata prima di cena per ammirare la puja nel tempietto posto proprio in prossimità dell’inizio del sentiero e tutto è pronto. Alle 18.30 ci rifocilliamo al buffet più buono di tutto il viaggio, sgombro, melanzane e tempura di verdure miste, con gli occhi che guardano verso l’alto, dove il buio è ormai calato e la montagna è percorsa da una linea illuminata dai lampioni: sul sentiero si sono accese le luci che culminano al tempio di vetta. Ancora due passi e si va a dormire, tanto che alle 2.30 suonerà la sveglia per l’ascesa di mille metri di dislivello all’Adam’s Peak in tempo per vedere l’alba e assistere alla cerimonia religiosa.
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