Giorno 7
Adam’s Peak
Ascesa mistica a vedere l’alba dall’Adam’s Peak. Una notte ben spesa
La salita all’Adam’s Peak
Come in tutte le occasioni in cui c’è qualcosa d’interessante in programma, il risveglio non desta problemi, ci vestiamo bene e partiamo. Tutt’intorno è silenzio, alcuni viandanti scendono in strada per iniziare anche loro il percorso quando mancano pochi minuti alle 3, mentre le bancarelle brillanti sotto fasci di led multicolori offrono ogni genere di conforto nonostante l’ora. Una volta attraversato il paesino inizia la salita, i gradini si fanno sentire e il caldo diventa opprimente, così che uno per volta togliamo buona parte degli indumenti. Il primo tratto non è ripido ma questo non ci impedisce di sudare e rendere la camminata più faticosa: il buon allenamento ci consente di mantenere un ritmo sostenuto, pur non essendo qui per un’escursione in cui “fare il tempo”. La salita è condivisa con altri occidentali ma soprattutto con una miriade di pellegrini, alcuni dei quali, disabili al limite da non poter camminare, con stampelle e l’aiuto di un accompagnatore affrontano coraggiosamente l’erta gradinata. Salendo ci si viene a trovare sempre più isolati ed esposti al vento: la scalinata procede sempre più ripida e ad un certo punto ci ritroviamo con un vento forte quanto fresco ad infilarsi fra i vestiti grondanti sudore. Non è una bella esperienza ma non possiamo che andare avanti. Un venditore di bibite ci dice che mancano solo più 345 gradini ed il suo rappresenta l’ultimo punto di ristoro. Stiamo per raggiungere i 2250 metri della vetta, dove è stato ricavato un piazzale al cui centro si trova il santuario che custodisce alcune icone e l’impronta sacra. Poco dopo le 5 siamo su, manca ancora un’ora all’alba. Per attraversare il piccolo luogo di culto occorre togliersi le scarpe, sensazione tutt’altro che piacevole quando si è sudati e nel contempo sferzati dal vento freddo. Ci riposiamo un attimo sedendoci al riparo in un anfratto, di fianco ai pellegrini tremanti. Noi indossiamo abbigliamento tecnico e caldo; molti di loro hanno un semplice k-way. Ci inseriamo in fila per andare a prendere una sorta di benedizione distribuita dal monaco. A un certo punto l’est incomincia a schiarire timidamente, non ci sono nuvole e sembra di vivere in una dimensione irreale. Poco per volta ci spostiamo tutti in direzione di quel chiarore, sperando che si alzi a breve la palla infuocata per portarci un minimo di tepore. Sono quasi le 6.15 quando finalmente si vede il sole sorgere. Trovandoci a una latitudine prossima all’equatore, alba e tramonto sono equidistanti, intorno alle 6 e alle 18, e da questo conseguono gli orari piuttosto mattinieri osservati dai locali. È un’alba come tutte le altre ma in questo posto e con questa gente finisce per assumere un significato speciale. I tamburi iniziano ad echeggiare nell’aria fredda, comparse sopraggiungono in processione portando oggetti sacri e salgono la scaletta che accede al santuario: sono riti che si ripetono da chissà quanto tempo all’alba. Intanto il sole sale imperterrito come fa ogni giorno e va a prendere il suo posto in cielo, mentre i raggi iniziano a corroborare la pelle non più intirizzita. Poco per volta gli astanti rivolgono i loro passi e lo sguardo dall’altra parte della piazzola di vetta: c’è da vedere il perfetto triangolo disegnato dall’Adam’s Peak che si proietta verso ovest.
Dall’Adam’s Peak a Nuwara Eliya
Viene tracciata un’ombra perfettamente geometrica anche se la montagna non lo è. I credenti ci vedono la trasposizione della trinità buddhista; del resto cosa c’è di più magico e mistico del triangolo? Dura una ventina di minuti e sembra veramente qualcosa di astratto, non la forma della montagna che si corica in forma perfetta sulla pianura. Soddisfatti ed emozionati, non resta che intraprendere la lunga scalinata che rappresenta il rientro: interessante perché prima, anche se illuminato, ci era impedito di vedere oltre la luce artificiale. Ora ci rendiamo conto di quanto sia isolato il luogo e della bellezza del paesaggio che lo circonda. I pellegrini scendono parlando fra di loro e cantando, felici di avere adempiuto al loro dovere. Noi “visi pallidi” non possiamo non conferire un significato anche spirituale al percorso appena compiuto: non saremmo di certo venuti in Sri Lanka solo per fare un’escursione, svegliandoci per giunta alle 2.30. Ma per noi è logico che non significhi così tanto. Erano veramente molti i gradini che ci hanno portati a compiere il dislivello; la parte bassa sarebbe perfino noiosa in quanto la scalinata non è costante e si deve fare attenzione a dove si mettono i piedi senza guardarsi particolarmente attorno. Sono passate le 8.30 quando raggiungiamo l’hotel e scambiamo qualche battuta con Kasun e il simpatico proprietario della struttura. Una doccia ci fa sembrare come svegliati da poco mentre la colazione ci restituisce quasi tutte le energie. Sullo sfondo l’Adam’s Peak rimane là, sotto il sole che si fa sempre più a picco, un lieve filtro di foschia lo rende appena meno nitido, ma siamo stati veramente fortunati.
Lasciamo Dalhousie con un ricordo indelebile in noi per attraversare un vero e proprio giardino botanico esteso decine di chilometri, tutto coltivato a tè in un’armonia di villaggi sparsi e alti alberi fioriti a conferire un’ulteriore aurea di paradiso terrestre: sembrano dei grossi rododendri nepalesi con la cima interamente fiorita di rosso, in realtà sono tipici della hills region dello Sri Lanka e scopriremo trattarsi del mara tree, il cui legno abbiamo visto ieri alla wood carving factory. Spiccano anche gli eucalipti e una varietà chiamata “pine tree”. È curioso rilevare come la strada corra seguendo sostanzialmente le curve isometriche senza scollinare, tenendosi sempre su quote variabili dai 1000 ai 1300 metri. Questo rende la visione dei paesaggi magnifica, anche se allunga le distanze. Si intuisce che queste strade vennero costruite per collegare le piantagioni piuttosto che per attraversare direttamente un territorio e condurre altrove. Ci troviamo in prossimità di alcune signore che stanno raccogliendo il tè; con le loro mani veloci ed esperte staccano le foglie più adatte e le depongono in sacchi che tengono sulle spalle e fissati sulla fronte. Sui bordi della strada si trovano sacchi di foglie di tè appena riempiti, pronti per essere portati alla lavorazione. Vediamo anche le St. Clair e Devon Waterfalls, belle cascate che devono rendere molto di più durante la stagione umida: ci accontentiamo di vederle in versione limitata ma con un bel sole che splende sopra di noi, lo stesso che abbiamo visto nascere poche ore prima dall’Adam’s Peak. Verso le 13 siamo ormai a Nuwara Eliya, facciamo un rapido check-in in hotel e ci trasferiamo al Gregory Lake, l’ennesimo bacino artificiale che in questo contesto sembra quasi un grosso lago di montagna: in effetti la vetta più alta dello Sri Lanka si trova proprio nelle vicinanze. Sul lago si praticano attività sportive e sembra il classico luogo di relax per i locali, ma non solo. La cittadina è meta di parecchi visitatori provenienti da tutto il Paese in occasione del capodanno tamil-singalese in primavera, con fioriture che devono essere da capogiro. Ci attendevamo un centro città in linea con le descrizioni delle guide, in stile inglese. In realtà ci sono edifici che tendono al british ma resta un coacervo di veicoli, fumo ed è appena meno caotica di altre cittadine. Una passeggiata al mercato coperto, dove si ha uno spaccato della società come da nessun’altra parte: spezie, pesci, carne ma soprattutto verdure coltivate dai tamil ai margini delle piantagioni di tè. Anche qui tanto le coltivazioni che la disposizione di verdure e frutti sui banchi del mercato seguono una precisione geometrica perfetta. La popolazione tamil che abita queste zone arrivò un secolo e mezzo fa dall’India del sud per sopperire alla mancanza di manodopera nelle piantagioni. Sembra che sia arrivata spontaneamente con la garanzia di avere un lavoro, pertanto nella regione vi risiede quasi in maggioranza. Tamil e singalesi non sono facili da riconoscere, in entrambi i casi la pelle è nera; forse i primi hanno il naso più schiacciato come gli africani, ma non è semplice individuare le differenze, almeno per noi. Non sembra ci siano particolari problemi di convivenza, fatte salve le rappresaglie di cieca vendetta singalese di alcuni decenni orsono, effettuate in seguito ad attentati delle Tigri Tamil, gruppo armato che propugnava l’indipendenza delle zone a maggioranza della loro etnia. Ma quelle delle piantagioni non risulta abbiano mai avuto parte in operazioni violente.
Una passeggiata all’interno del Victoria Park ci toglie per un attimo dal caos urbano; anche se non sono nella stagione di massimo splendore, sono apprezzabili i cespugli fioriti sotto alberi secolari. Pur con le contraddizioni presenti ovunque si ha l’impressione che siamo in una zona relativamente benestante. La temperatura diventa fresca dopo il tramonto, anche grazie al fatto che ci troviamo a 1840 metri d’altitudine, con conseguente impatto sulla vegetazione, quasi alpina in certi tratti.
IT
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